Ai margini della società  i 12 milioni di rom del vecchio continente

EUROPA DELL’EST La discriminazione come elemento comune e costante negli stati originari dove vivono le comuntà  gitane

Pietro Calvisi - il manifesto Sergio Segio • 20/8/2010 • Osservatorio razzismo & discriminazioni • 205 Viste

Ad oggi non esite uno studio attendibile su quanti siano i rom che vivono in Europa. La stima varia dai 10 ai 12 milioni, sparsi in buona parte nei paesi dell’est, mentre circa la metà  si troverebbe nell’Unione europea. Le condizioni di vita economica e sociale, oltre alle innumerevoli discriminazioni di cui è oggetto questo gruppo etnico, sono spesso simili in tutto il continente dove sono stanziali, e non più nomadi, ormai da diversi secoli. Il tasso di disoccupazione è molto alto, cambiando poco da stato a stato, e le professioni in cui più si sono specializzati vanno dal commercio degli animali, in particolare i cavalli, alla raccolta del ferro e della carta da riciclare.
La Romania è lo stato in cui vive la più grande comunità , circa 2,5 milioni, che corrisponde a quasi l’11% della popolazione. Considerati una minoranza etnica, così come altri 16 gruppi, hanno diritto ad un loro rappresentante nel parlamento di Bucarest. Tuttavia circa due terzi della popolazione, secondo diversi sondaggi commissionati dalla Banca mondiale e dalla fondazione Soros negli ultimi anni, non desidera abitare vicino ai rom che si trovano a vivere in vere e proprie enclave. Fino al 2008 inoltre esistevano nelle scuole classi separete solo per i bambini zingari. Seguendo un ordine numerico di presenze nei vari stati, in Bulgaria circa il 4,7 % della popolazione è di origine gitana. L’ultimo acquisto dell’Ue è in testa, insieme alla Slovacchia, nel libro nero del rispetto dei diritti dei nomadi. Non a caso, all’atto dell’ultimo censimento nazionale, in molti hanno preferito identificarsi come bulgari, turchi o vlachi (gruppo etnico di origine romena). Molti di questi sono di religione musulmana, ma anche cristiano-ortodossa e in qualche caso protestante. Il caso della Bosnia Erzegovina merita un capitolo a parte. L’ex stato jugoslavo infatti è l’unico in cui, per legge, i rom non possono ambire a rivestire determinate funzioni pubbliche. La carica di presidente, per esempio, è riservata solo a un rappresentante dei cosiddetti popoli costituenti della nuova Repubblica: serbi, croati e bosniaco-musulmani. Tutti gli appartenenti alle altre minoranze sono di fatto trattati come cittadini di serie B. Nei primi anni novanta, in migliaia sono scappati dalla guerra, verso diversi paesi europei, e solo pochi di loro sono poi rientrati. Con il cessate il fuoco firmato nel 1995 a Dayton (Usa), dove si pose fine alla mattanza bosniaca, i rom sono stati tagliati furori dalla vita politica che, nella Jugoslavia di Tito, li aveva visti ricoprire anche incarichi da ministro. In Macedonia, circa 54mila presenze, qualche piccolo passo avanti si è compiuto grazie ad alcuni progetti sull’istruzione delle Ong, che hanno puntato alla riduzione dell’abbandono scolastico, fino a pochi anni fa superiore al 70%. Nella vicina Albania vivrebbero fra i 100mila e i 140mila rom, che rappresentano gli strati più poveri della popolazione, in buona parte senza lavoro. Di questa comunità  solo 7 ragazzi (di cui 4 con borsa di studio del Consiglio d’Europa) vanno all’università . Infine in Kosovo, i rom vivono ai margini della società . Discriminati dagli albanesi, poiché accusati di collaborazionismo con i serbi, in migliaia sono stati cacciati dalle loro case dopo la guerra del 1999.

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