Azienda Italia, nel 2010 la ripresa ma il fisco frena le imprese gioiello

MILANO – L’Italia delle imprese si è difesa dalla grande crisi, e alla luce dei dati 2010 disponibili aggancia il trenino della ripresa. Ma a marce basse, perché gli antichi problemi chiamati produttività , investimenti, occupazione si sono acuiti. Questa la foto annuale di “Dati cumulativi”, che dal 1962 Mediobanca pubblica su un campione di 2.025 imprese industriali e terziarie.
Un bilancio dei bilanci, che aggrega i conti delle maggiori società , italiane ed estere, limitatamente alle attività  nel paese. La prima cosa che emerge è che l’onda lunga della crisi si è alzata nel 2009. Fino allora il fatturato del campione teneva, anzi cresceva. L’anno scorso la flessione sui ricavi è stata del 16,5%, con cali medi del 19,5% nell’industria (specie la metallurgica), viceversa il terziario – supermercati, trasporti e pubblico – fa da paracadute e quasi tiene intatte le entrate. Inevitabile la caduta dei margini, attenuata due anni fa. Il Mol del campione è sceso nel 2009 del 13,2%, tornando al 6,2% del totale ricavi registrato nel 2003. Ma il dubbio, insinuato dalla messe di cifre, è che il problema vero fossero i margini esosi negli anni pre-crisi. Proseguendo nel conto aggregato, l’utile 2009 è di 16,9 miliardi, 9,8 meno che l’anno prima e 14,6 meno che nel 2007.
Soldi svaniti, ma che in parte ritornano. Quel terzo di semestrali 2010 disponibili ci dice che il manifatturiero, cuore dell’industria nazionale, ha aumentato i ricavi del 7%, e «la dinamica dei margini operativi è ancora più robusta», e colma due terzi del tonfo 2009. Il recupero è più accentuato nell’energia (+20% i ricavi, +25% i margini), che va un po’ per conto suo, dietro il prezzo del greggio. Discrete nuove anche patrimoniali: i debiti complessivi sono sì saliti (+3,7 miliardi) ma per un più ampio ricorso ai bond corporate, e parallelamente alla riduzione dell’esposizione con banche, ridotta in un anno di 10 miliardi, per la gioia di istituti e di emittenti (rifinanziatisi a buon mercato).
Qui finiscono le buone notizie. Perché l’asprezza della crisi è stata addolcita soprattutto dai tagli, e nel 2009 sono spariti oltre 36mila dipendenti. Senza creare occupazione è difficile ristorare davvero i consumi e l’economia. Gli investimenti, poi, calano nel 2009 del 18,5% (-23,7% tra le imprese straniere) e toccano i minimi decennali (il 20% meno che nel 2000). Ovvio che la produttività  del lavoro per addetto non possa migliorare, se non si investe: difatti nel 2009 è scesa dell’8,8%, ed è addirittura inferiore (-3,6%) che nel 2000. Ciò è compensato dal rincaro dei prezzi, ma non lo è affatto se si comprende il più salato rincaro del costo del lavoro (+23%). In un circolo vizioso molto italiano.
Lo studio ha fatto una postilla sull’Irap, tassa regionale sulle attività  produttive che si paga non sugli utili, ma sul valore aggiunto (ricavi meno costi). E per questo risulta alle imprese particolarmente iniqua e penalizzante. Sia rispetto alle manifatture tedesche e spagnole, dove l’incidenza delle imposte sul reddito sull’utile lordo è circa la metà  del 48,3% italiano. Sia in quelle imprese autoctone dove il costo del lavoro pesa di più, perché più presente o più remunerato e “prezioso” nella formazione del valore aggiunto. È il caso del made in Italy. Qui R&s ha creato un anonimo gruppetto di aziende labour intensive in cui l’aliquota fiscale media è del 52%. Con punte dell’80% «in oltre metà  dei casi» del gruppetto, e che rasentano la filantropia involontaria.


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