Grecia a rischio caos, la «cura» non risana

La cura è ottima, ma il paziente si sta avviando alla morte. Si parla della Grecia, che ha evitato il fallimento – come Stato – solo perché ha chiesto e ottenuto un maxiprestito di 100 miliardi di euro (in più rate) dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. La condizione posta per concedere questa iniezione di denaro fresco è stata, come ovvio, di quelle stile «capestro»: taglio drastico della spesa pubblica per rimettere in ordine il bilancio dello stato. Ora però si vede che questa «cura dimagrante» sta facendo collassare l’esausto asinello ellenico.
La cosa stupefacente è che ad accorgersene siano stati per primi due giornali tedeschi (per di più di centrodestra, ovvero filo-Merkel). E dire la Germania è stata la più dura, tra le nazioni europee, nel pretendere «lacrime e sangue». Sia la Bild che il Der Spiegel sono andati a farsi un giro – complice l’estate per incentivare la curiosità  degli inviati – in diverse città  greche e hannor iscontrato una situazione sociale disperante. Che favorisce reazioni rabbiose.
La «scoperta» è arrivata nel giorno in cui la Commissione europea, analizzati i «progressi» di Atene, ha «consigliato» ai paesi membri di versare anche la seconda tranche del prestito (circa 20 miliardi), visto che «la Grecia ha realizzato un aggiustamento di bilancio impressionante nel primo semestre 2010 e ha fatto rapidi progressi nelle riforme strutturali». Quali siano state, è presto detto. Il deficit è stato ridotto di un «incredibile» 37,9%, mentre il 10% della spesa pubblica è stato cancellato. La Ue si era limitata a chiedere un taglio del 5,5.
Ne vien fuori un paese «pietrificato», perché alla crisi globale – che vale per tutti – si è aggiunto un salasso che è andato a toccre direttamente la capacità  di acquisto della popolazione. La scure è calata soprattutto sui dipendenti pubblici (e quindi anche su una serie di servizi), come chiedono dovunque i più ottusi ideologi «rigoristi»: 20% di salario in meno, aumento dell’età  pensionabile e riduzione dell’assegno relativo, privatizzazioni (spesso difficili da realizzare, visto che certi servizi per il capitale privato non sono «interessanti»). Risultato: il prodotto interno lordo è caduto dell’1,5% nei primi sei mesi e si prevede che scenda a -4 per la fine dell’anno (dopo un 2009 anche più tragico). Che altro poteva accadere in un paese dove, come negli States e in altri paesi avanzati, la maggioranza assoluta del Pil (in questo caso vicina al 70%) è rappresentata dai consumi? Ma anche il turismo (sia per la crisi degli altri paesi, sia per i tanti scioperi di giugno-luglio) si è ridotto del 23% rispetto a due anni fa.
Così, nella sola Atene, il 17% dei negozi ha chiuso i battenti. Nelle vie dello shopping – quelle del centro, non solo nell’hinterland – lo sconto dei saldi si aggira intorno al 70%. E i locali svuotati non trovano nuovi affittuari. Buona parte del fragile «ceto medio» ellenico, che metteva insieme un salario o una pensione con un piccolo locale dato in affitto, stringe la cinghia due volte.
Chi è andato a rovistare nei grandi cantieri navali, come Perama ha scoperto lavoratori che quest’anno sono scesi in banchina solo 25 volte, mentre erano abituati a lavorare 300 giorni l’anno. Con contributi così bassi, tra l’altro, rischiano di perdere l’assicurazione medica. Il tasso di disoccupazione previsto dall’Ocse dovrebbe aggirarsi – a fine anno – sul 12,1%, mentre nel 2014 potrebbe arrivare al 14,3%. Cifre risibili, secondo il sindacato Gsee, che vede probabile un 20% di senza lavoro, come negli anni ’60, quando decine di migliaia di greci presero la via dell’emigrazione (chi lo dice a Maroni?). Il potere d’acquisto è invece già  ora tornato ai livelli dell’84.
La responsabilità  principale, com’è noto, ricade sulle spalle dell’ex governo di centrodestra (diretto da Karamanlis), che per anni aveva tranquillamente truccato i conti dello stato, nascondendo la gravità  della situazione. Ma il premier socialista George Papandreou – figlio del leader del ritorno alla democrazia – sembra aver preso una strada di «risanamento» addirittura più estremista (e dannosa) di quelle consigliate dalle istituzioni internazionali.
Questo porta all’ultima preoccupazione, in ordine logico, che turba ora i sonni dell’Europa. Tanto disastro sociale sta avendo un impatto destabilizzante sugli equilibri interni del paese. Il prevedibile aumento di conflittualità  nell’autunno rischia perciò di far vedere anche ai ciechi che certe «cure», ottime sui manuali, sono una catastrofe quando vengono messe in pratica. Una catastrofe anche per il capitale, vogliamo dire. Una Grecia in trambusto, infatti, peserebbe su tutta l’architettura europea. E infatti l’euro ne ha subito risentito sui mercati.


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