Il minareto americano e i timori di casa nostra

“Chi non è ortodosso non può essere russo”, scrive Dostoevskij, animando un dialogo cruciale de “I demoni”: “Credo nella Russia, credo nella sua ortodossia… Credo nel corpo di Cristo… Credo che il nuovo avvento sarà  in Russia… Credo… – si mise a balbettare Satov, in preda all’esaltazione”.
È un afflato religioso di segno opposto quello che ha sospinto Barack Hussein Obama a pronunciarsi in difesa della costruzione di un centro comunitario islamico a Lower Manhattan, in prossimità  di Ground Zero. Il discorso con cui Obama ha motivato la sua scomoda scelta, è stato innanzitutto il discorso di un credente. Fin dagli inizi della sua attività  sociale e politica a Chicago egli ha rivendicato l’impegno pubblico come sviluppo conseguente della fede evangelica. Celebri sono i suoi richiami biblici, l’immaginarsi come un Giosuè chiamato a proseguire il cammino dei patriarchi dopo la schiavitù e la traversata del deserto. Guidando un popolo che è unico non certo perché esibisca l’idolo di un dostoevskijano “dio particolare” quale requisito d’appartenenza, ma al contrario perché capace di sommare le sue diversità .
Anche la mia Pasqua ebraica è allietata dalle fotografie provenienti dalla Casa Bianca, dove il presidente americano figura come ospite e gusta il pane azzimo del seder insieme ai collaboratori. Così come lo vediamo ogni anno rompere il digiuno del Ramadan islamico partecipando alla cena dell’Iftar, celebrare il Natale cristiano e il Diwali indù.
Sarà  un bel giorno, temo lontano, quello in cui si celebreranno pure al Quirinale analoghe cerimonie di concittadinanza. Lungi dal proporre ambigui modelli di sincretismo, esse favoriscono il riconoscimento della funzione pubblica imprescindibile delle religioni, e di certo non offendono i non credenti. La laicità  dello Stato non ne subisce alcuna minaccia.
Lo ha spiegato Obama venerdì, nel suo breve ma storico discorso dell’Iftar: “Ad attestare la saggezza dei nostri fondatori, l’America è rimasta un Paese profondamente religioso: una nazione dove persone di confessioni diverse sono capaci di convivere pacificamente, nel rispetto reciproco, in netto contrasto con i conflitti religiosi tuttora in atto in altre parti del mondo”.
Certo anche gli Stati Uniti, colpiti nove anni fa dall’attentato fondamentalista alle Torri gemelle, sono attraversati da una pulsione reazionaria tendente a plasmare la falsa tradizione di un “dio particolare” d’America – ad uso riservato di protestanti, cattolici, ortodossi e ebrei – contrapposto agli dèi altrui e quindi negatore del Dio comune. Ma a New York sono in attività  cento moschee islamiche e nessuno, dopo l’11 settembre 2001, si è mai sognato di proporne la chiusura. Al contrario, il sindaco (ebreo) della metropoli, Michael Bloomberg, ha fin da subito condiviso il progetto di edificare vicino a Ground Zero un centro culturale e religioso islamico che il proprietario dell’area, un cittadino americano di madre polacca e padre egiziano, vuole intitolare alla mitica Cordoba, città -simbolo di una convivenza armoniosa tra fedi e saperi nella Spagna medievale.
New York ci appare così distante anni luce dalla nostra Milano, dove una volta ancora il Ramadan deve celebrarsi in una tensostruttura provvisoria visto che le autorità  cittadine si rifiutano di consentirvi l’edificazione di una moschea. Litigano per accaparrarsi i fondi dell’esposizione universale convocata nel 2015, pensando seriamente che un incontro definito, appunto, “universale” possa svolgersi là  dove si nega un’adeguata sede di culto a una religione che conta più di un miliardo di fedeli.
Può darsi che il presidente Obama sia spaventato dalle divisioni suscitate tra gli americani dal suo discorso. Domenica ne ha minimizzato le conseguenze, precisando che le sue affermazioni di principio non vanno considerate un’interferenza nella decisione sul Centro Cordoba, spettante alle autorità  cittadine. Ma prima che sopravvenissero i vincoli della realpolitik, è dal patrimonio della sua fede personale che Obama ha attinto l’ispirazione profetica. Sto parlando della fede in un Dio che apre gli occhi e i cuori, aiutandoci a ben distinguere fra l’islam nel suo insieme e al Qaeda. Un Dio fiducioso nelle virtù benefiche della preghiera e della riflessione culturale. Perché non credere che i musulmani riuniti in quell’edificio vicino al luogo-simbolo della memoria insanguinata di New York, ne potranno trarre ispirazione alla saggezza e alla condivisione del lutto? Destinati come già  sono a vivere nella metropoli comune, lo spirito americano di cui Obama è un testimone li instrada a partecipare della sua contrizione.
Chi viceversa si batte per un divieto che violerebbe la legislazione americana sulla proprietà  privata e sulla libertà  di culto, anteponendole motivi d’opportunità , sposa una visione statica e disanimata della religione. Sfiduciato e privo di fede, considera il monoteismo islamico perduto e riduce il suo grande mistero a mero fanatismo. Con la stessa miopia che in passato portò altri intolleranti a negare i diritti delle medesime confessioni che oggi pretende di cooptare nel suo falso “dio particolare” d’America.
Non a caso fra i più accaniti condottieri della crociata contro “la moschea di Ground Zero” spiccano gli esponenti dei Tea parties che insistono nel chiamare Obama col suo secondo nome, Hussein, sostenendo che il presidente sia un infiltrato di al Qaeda al vertice degli Usa. Farneticazioni minoritarie disseminate come vox populi per gli ignoranti, da parte di chi non digerisce ancora l’accadimento dirompente rappresentato dall’elezione di un meticcio con sangue afroamericano alla Casa Bianca.
Il corrispettivo italiano, lo conosciamo bene. Siede nei banchi del nostro governo. Definisce “imam” l’arcivescovo di Milano solo perché in assenza di una voce pubblica disposta a fronteggiare il pregiudizio nei confronti dei musulmani, osa chiedere che essi possano pregare in luoghi degni edificati a questo fine. Ma soprattutto il corrispettivo italiano degli avversari di Obama esprime in versione caricaturale, sia pure inconsapevole, la bestemmia slavofila narrata da Dostoevskij: secondo cui il sacro risiederebbe nel popolo stesso, in quanto legittimo portatore della tradizione quand’anche essa si sia distaccata, storicamente, dal Vangelo. Cittadinanza e battesimo come sinonimi; buoni a fronteggiare l’Altro, a prescindere dal credere e tanto meno dal testimoniare nei comportamenti di vita.
Non a caso anche l’ebraismo si divide sulla vicenda della “moschea di Ground Zero”. Da una parte i favorevoli, come il sindaco Bloomberg, che agli argomenti di natura costituzionale affiancano il richiamo ai principi fondamentali della Torah; dall’altra i contrari, guidati dall’Anti-Defamation League, i cui argomenti sempre meno derivano dalla Legge fondativa dell’ebraismo, affidandosi piuttosto a una sorta di nuova religione della Shoah.
Il loro argomento è storico-emotivo: autorizzereste la costruzione di un centro culturale tedesco dentro Auschwitz? (Mia risposta personale: a duecento metri di distanza, perché no?)
Si tratta di esponenti mossi da finalità  politiche, che vorrebbero però assolutizzare col ricatto morale, rivestendo arbitrariamente i panni dei portavoce delle vittime. Nella visione di costoro l’ebraismo, sul finire del suo quinto millennio, cercherebbe fondamento sempre meno nei principi biblici, e sempre più su una supposta rappresentanza degli sterminati. Temo questo abuso del senso di colpa, già  manifestatosi ampiamente sui mass media statunitensi a proposito del Centro Cordoba di Manhattan, e che avvicinandosi il decennale dell’11 settembre 2001 vedrà  scatenarsi la competizione per la “legittima” rappresentanza politica dei tremila caduti nell’attentato.
Ignoro se sia concessa a un presidente degli Stati Uniti la possibilità  di promuovere, nell’esercizio delle sue funzioni, una visione profetica. È difficile, improbabile. Ma quando dice sì a un impegno incrollabile per la libertà  religiosa e afferma “Ecco, questa è l’America!”, noi sappiamo che Obama indica anche il destino di quel mosaico che è il mondo contemporaneo, una volta attraversata la stagione di conflitti che di religioso non hanno proprio nulla.


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