Internet, il voltafaccia di Google “Chi paga navigherà  più veloce”

New York – «Da quando Google è diventato un gigante, abbandona i suoi principi», accusa il Washington Post. «Nasce un’Internet dei ricchi e una dei poveri, una di prima e una di seconda classe», denuncia Andrew Schwartzmann del Media Access Project. «E’ finita la neutralità  della Rete», constata amaramente l’ex presidente di MySpace Jason Hirschhorn.
Un coro di allarme e di proteste accoglie il “patto del demonio”, l’accordo a due tra Google e la telecom Verizon per spianare la strada a servizi online più veloci, ma riservati a chi paga. Non farebbe notizia se dietro ci fosse soltanto Verizon, che pure è un colosso: l’ex Baby Bell ha 140 milioni di utenze fisse, 94 milioni di abbonati alla telefonìa mobile, e un nome che adesso fa sorridere perché è la fusione tra Verità  e Orizzonte. Ma il partner più temibile in questo patto è naturalmente Google, l’aspirante padrone del cyber-spazio. La multinazionale con sede a Mountain View, nella Silicon Valley californiana, fu fondata in nome di una democratizzazione dal basso, con il motto «non fare il male», e una visione quasi anti-capitalista alle origini (quando rifiutava addirittura la pubblicità ). Ne è passata di acqua sotto i ponti. Con l’abilità  di un politico consumato, il chief executive di Google Eric Schmidt ieri ha pubblicato proprio sul Washington Post un felpatissimo editoriale, a firma congiunta con il suo collega Ivan Seidenberg di Verizon. L’articolo comincia con il proclamare l’esatto contrario delle intenzioni dei due alleati: difende «la fedeltà  a un modello di Internet aperto a tutti», denuncia il fatto che «rallentare l’accesso di un video per far sì che un altro arrivi più in fretta è dannoso». E’ solo fra le righe che si scoprono le «eccezioni».
In nome del fatto che bisogna «creare un clima favorevole all’investimento nella banda larga», Schmidt e Seidenberg propongono che la regola dell’accesso egualitario non valga più nella telefonia mobile. Che è il business più profittevole per le telecom come Verizon. Ed è anche il settore dove Google aspira a un nuovo monopolio grazie al successo del suo software Android, il più venduto attualmente negli smartphone. E così, dopo essere stato «l’evangelista del libero accesso», secondo la definizione del Washington Post, Google fa un voltafaccia clamoroso e predica l’esatto contrario. Per accedere a Internet dal telefonino, e per tutta la nuova generazione di applicazioni professionali, diventa lecito concedere una velocità  preferenziale a chi paga di più. A pagare per l’alta velocità  sarebbe il fornitore di contenuti, per sbaragliare i concorrenti: salvo poi rivalersi sull’utente finale.
Di questo passo Verizon sui suoi telefonini potrebbe rendere così lento il motore di ricerca Bing della Microsoft da escluderne l’uso, favorendo (dietro pagamento) il solo Google. Oppure Skype può essere escluso dall’iPad della Apple. Le potenziali conseguenze sono enormi. Terreno di scontro fra giganti, Internet si presta a forme di conquista territoriale, a spese dell’utente.
Poiché cresce l’uso del telefonino come strumento di accesso semplificato alle applicazioni online, le telecom vogliono spremere al massimo i loro abbonati mobili e il principio delle tariffe differenziate punta proprio a quello. In quanto a Google, la sua forza contrattuale è così elevata da poter “occupare” il cyber-spazio ad alta velocità , chiudendo l’accesso ai suoi concorrenti attuali o futuri. Non a caso tra le proteste più vigorose è quasi unanime la Silicon Valley californiana: dove centinaia di dot.com che aspirano ad essere le “Google del futuro” ora vedono l’orizzonte oscurato dalla prepotenza del semi monopolio. Anche le ricadute politiche sono preoccupanti.
E’ quello che denuncia Leslie Harris, presidente del Center for Democracy and Technology: «Google e Verizon spingono l’Internet mobile verso un territorio privo di regole e di protezioni per i cittadini». Perché è chiaro a che cosa puntano Schmidt e Seidenberg. Il loro editoriale vuole dettare la strategia alla Federal Communications Commission (Fcc). E’ l’authority pubblica che stabilisce le regole del settore, dai telefoni alle tv a Internet.
Da molti anni la Fcc è un poliziotto disarmato, sotto l’Amministrazione Bush divenne subalterna agli interessi della grande industria. Nell’èra di Barack Obama il ruolo della Fcc sembra destinato a cambiare. Anche questo presidente però è strattonato in diverse direzioni. Il principio di un Internet aperto è sacro per Obama e tuttavia Google figura tra i grandi finanziatori del Partito Democratico e non per caso il Dipartimento di Stato ha preso le sue parti con zelo nella contesa con la Cina. Ieri solo un commissario della Fcc si è schierato apertamente contro l’Internet a due velocità : è Michael Copps che ha invitato l’authority a «rimettere gli interessi dei consumatori al primo posto». Gli altri commissari ieri hanno scelto il silenzio, prudentemente. Come il governo. Aspettano di misurare quanto è ampio il fronte delle resistenze, contro il patto di chi vuole separare Internet in tante corsie preferenziali.


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