Iraq, il boia come ai tempi di Saddam

I boia non giurano più fedeltà  al partito Baath e non lavorano più dietro le orrende mura di Abu Ghraib, insozzate dalle torture dei fedelissimi di Saddam Hussein prima e di George W. Bush poi. Ma a Bagdad, alla fine, poco è cambiato. I condannati a morte adesso sono rinchiusi in una sezione speciale di Al Kadhimiya, il carcere controllato dai servizi di sicurezza. E continuano a venir giustiziati dopo processi quanto meno affrettati, senza garanzie né il diritto di scegliere un avvocato. Settantasette esecuzioni nel 2009, secondo le cifre ufficiali della Corte suprema, molte di più secondo le notizie trapelate in sussurri e voci, esattamente come ai tempi della dittatura.
Prima erano indipendentisti curdi, oppositori interni, sciiti troppo riottosi e qualche delinquente comune. Adesso a finire appesi sono i colpevoli di “crimini contro la sicurezza”, ma anche i responsabili di reati economici, per esempio chi si allaccia abusivamente alla rete per rubare elettricità . Li impiccano con il canapo grosso, quello usato per Saddam, che spezza l’osso del collo e non costringe ad aspettare il soffocamento. La pena capitale, abolita dall’Autorità  provvisoria a guida americana, è stata reintrodotta in Iraq poco più di un mese dopo che il potere era passato a Iyad Allawi. «In pratica non c’è stata soluzione di continuità  con i tempi del vecchio regime. C’è da chiedersi che cosa voglia dire oggi “Iraq liberato”», chiede Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino.
Nel rapporto 2010 dell’associazione abolizionista, presentato ieri a Roma, è proprio l’Iraq a conquistare il terzo posto nella classifica dei paesi boia, dietro l’eterna Cina e l’Iran di Ahmadinejad. Ma è un inserimento prudente, perché nel “paese dei due fiumi” le esecuzioni segrete sono la norma: secondo un funzionario di polizia, sarebbero giustiziate dalle 10 alle 15 persone a settimana.
L’Iraq appare comunque in controtendenza rispetto al resto del pianeta, dove la pena di morte è sempre più rara: nel 2009 l’hanno abolita il Togo, il Burundi e persino il Ruanda, ad appena 15 anni dal genocidio, mentre negli Stati Uniti il dibattito è sempre più aperto, spinto da considerazioni morali ma anche economiche. A spingere verso l’abolizione planetaria è anche l’Onu, con le risoluzioni sulla moratoria delle esecuzioni, ma si potrebbe fare di più, dice Elisabetta Zamparutti, curatrice del rapporto: «Le Nazioni Unite dovrebbero dotarsi di un inviato speciale sul tema. Chiediamo al governo italiano di farsi promotore di questa proposta».


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