La democrazia dell’acqua e l’economia dei cowboy

 “La creazione di un mercato non gestito dalla collettività  ci riporta al far west”. “Non possiamo diventare egoisti nell’uso delle risorse della natura”

VANDANA SHIVA - la Repubblica Sergio Segio • 19/8/2010 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 170 Viste

Ci troviamo di fronte a una crisi idrica globale, che minaccia di peggiorare nei prossimi decenni; e man mano che la crisi si aggrava proseguono gli sforzi per ridefinire il concetto di diritti idrici. Un passo storico è avvenuto il 28 luglio, quando le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione che recita così: «L’acqua è una risorsa limitata e un bene pubblico fondamentale per la vita e la salute. Il diritto a disporre di acqua è indispensabile per condurre una vita dignitosa. È un prerequisito per la realizzazione di altri diritti dell’uomo».
Ma l’economia globalizzata trasforma sempre di più la definizione dell’acqua da proprietà  comune a bene privato, da estrarre e rintracciare senza limiti. L’ordine economico globale esige la rimozione di tutti i vincoli, la deregolamentazione dell’uso dell’acqua e la creazione di mercati dell’acqua. I fautori del libero scambio delle risorse idriche considerano i diritti di proprietà  privata l’unica alternativa alla proprietà  pubblica, e il libero mercato l’unico sostituto della regolamentazione burocratica delle risorse idriche.

L’acqua deve rimanere, più di qualsiasi altra risorsa, un bene pubblico e dev’essere gestita dalla collettività . Nella maggior parte delle società  l’acqua era ed è un bene che non può essere posseduto da privati. Testi antichi come le Istituzioni di Giustiniano dimostrano che l’acqua e altre risorse naturali sono beni pubblici: «Per legge di natura queste cose sono comuni all’umanità : l’aria, l’acqua corrente, il mare e di conseguenza la riva del mare…».
L’arrivo delle moderne tecnologie di estrazione dell’acqua ha accresciuto il ruolo dello Stato nella gestione delle risorse idriche. Soppiantando i metodi di autogestione, queste tecnologie hanno inflitto un duro colpo alle strutture democratiche per la gestione delle risorse idriche, che giocano un ruolo sempre meno importante nella conservazione. La globalizzazione e la privatizzazione delle risorse idriche stanno erodendo i diritti della popolazione e la proprietà  collettiva si sta trasformando in proprietà  delle grandi aziende. Le comunità  di persone reali, con bisogni reali, vengono messe da parte nella corsa alla privatizzazione.
La spinta a privatizzare le risorse idriche comuni nasce da quella che io chiamo «l’economia del cowboy»: se arrivi per primo in un posto hai il diritto assoluto di stuprare, saccheggiare, inquinare. Non hai nessun dovere verso i tuoi vicini, verso quelli che sono venuti prima di te, verso gli abitanti del luogo o quelli che sono venuti dopo di te. È interessante osservare che gli attuali tentativi di privatizzazione e queste leggi da far west sulle risorse idriche sono visti come un modello dal Cato Institute, un istituto di ricerca della destra americana: «Dalla frontiera occidentale, in particolare dai giacimenti minerari, sono nate la dottrina dell’appropriazione preventiva e le basi della commercializzazione dell’acqua. Questo sistema ha offerto gli ingredienti fondamentali per un mercato efficiente dell’acqua, dove i diritti di proprietà  sono ben definiti, rispettati e trasferibili». (T. Anderson e P. Snyder).
La tendenza attuale a estendere l’economia del cowboy a livello globale è la ricetta ideale per distruggere le scarse risorse idriche mondiali e per escludere i poveri dal diritto all’acqua.
Dal momento che l’acqua cade sulla terra in modo disomogeneo, dal momento che ogni essere vivente ha bisogno dell’acqua, la gestione decentralizzata e la proprietà  democratica sono gli unici sistemi efficienti, sostenibili ed equi per il sostentamento di tutti.
Un elemento fondamentale della filosofia indiana, essenziale per la giustizia sociale, è l’uso accorto e morigerato delle risorse. Secondo un antico testo indiano, le Ishopanishad: «Un uomo egoista nell’usare le risorse della natura per soddisfare i propri bisogni crescenti non è nient’altro che un ladro, perché usare le risorse al di là  del proprio bisogno vuol dire usare risorse a cui altri hanno diritto». E come disse con straordinaria concisione il Mahatma Gandhi: «La terra offre abbastanza per i bisogni di ciascuno, ma non per l’avidità  di ciascuno».
Oltre lo Stato e oltre il mercato c’è la forza della partecipazione collettiva. Oltre le burocrazie e oltre il potere delle aziende c’è la promessa della democrazia idrica.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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