«L’ex Uck vigili sui monasteri serbi»

L’allarme lanciato nei mesi scorsi dalla presidenza serba e dai vertici della Chiesa ortodossa dunque è caduto inascoltato. E ancora più pesante risulta la situazione, quasi di impunità , dopo il parere – certo non vincolante ma politicamente pesante – della Corte di giustizia dell’Aja che il 22 luglio ha dichiarato non essere «illeggittima» la proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2007. La notizia, davvero allarmante, è che nel Kosovo governato dalle mafie anche per ammissione degli organismi internazionali – dell’Onu e dell’Unione europea – la Kfor-Nato ha annunciato il trasferimento alla Polizia kosovara (praticamente l’ex Uck) delle funzioni di controllo e sicurezza su quattro monasteri serbo-ortodossi. Dura la protesta della Chiesa ortodossa che teme una precipitazione della questione sicurezza.
In un comunicato da Pristina, la Kfor, dopo aver considerato la situazione «positiva in fatto di sicurezza», lascerà  da oggi alla polizia locale le mansioni di controllo su quattro monasteri serbi, quelli di Gracanica, Budisavci, Gorioc e Zociste, mentre resteranno – per ora – esclusi dalla misura gli altri monasteri di Decani, Devic e di Sant’Arcangelo e il Patriarcato di Pec, ma è già  pronta una data successiva. Il primo ad essere interessato dal trasferimento di funzioni sulla sicurezza sarà  il monastero di Gracanica. Lo scorso marzo la Kfor aveva trasferito alla polizia kosovara il controllo sul Memoriale ai caduti serbi nella battaglia persa contro i Turchi nel 1389. Il metropolita ortodosso Amfilohije, amministratore della diocesi di Raska e Prizren, ha duramente criticato la decisione della Kfor, come «prematura e rischiosa», visto il poco tempo passato dai sanguinosi scontri del 2004, quando gli albanesi distrussero e diedero alle fiamme numerose chiese serbe. Padre Sava Janjic, responsabile del monastero di Decani, ha definito «inaccettabile» la decisione della Kfor-Nato: «Non è lo stesso – ha detto – che a vegliare sulla sicurezza siano i poliziotti albanesi, come dimenticare che 150 chiese serbe sono state distrutte dagli albanesi dal 1999 in Kosovo, e ciò nonostante la presenza delle truppe della Nato».
Come non bastasse nello stesso giorno, quasi in vista delle, a questo punto, più che legittime preoccupazioni del governo di Belgrado, le autorità  di Pristina hanno preso la decisione di proibire da ieri le visite ufficiali di esponenti politici serbi alle disperate enclave serbe, dato che hanno fatto «cattivo uso» di visite precedenti. «Abbiamo sospeso l’emissione di permessi a funzionari di Belgrado che vogliono visitare il Kosovo, fanno troppe dichirazioni politiche», dice il portavoce del governo di Pristina, Memli Krasniqi. Chiunque provenga dalla Serbia ed «entri in Kosovo nell’ambito del suo ruolo ufficiale, sarà  arrestato ed espulso se catturato dalla polizia», ha aggiunto. La Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo e numerosi esponenti politici e ministri del governo serbo continuano a recarsi in quella che ritengono una provincia della Serbia a sostegno delle enclave serbe. Il bando rischia di essere applicato già  al ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanovic, atteso proprio per oggi e già  espulso da Mitrovica. Subito Belgrado ha chiesto alla missione dell’Ue in Kosovo di garantire la libertà  di movimento dei suoi esponenti politici. «Non ci si può aspettare che dei rappresentanti del nostro governo non rilascino dichiarazioni politiche», ha risposto Oliver Ivanovic, segretario del ministro serbo per il Kosovo. Ecco che tornano d’attualità  le preoccupazioni di Lamberto Zannier, rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Kosovo che ha recentemente avvertito. «C’è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno, difficilmente gestibile da parte della comunità  internazionale». La sentenza della Corte dell’Aja è destinata ad accrescere le tensioni interetniche; e la decisione della Nato di assegnare alla polizia kosovaro albanese il controllo di quattro siti ortodossi rilevantissimi e quella di Pristina di vietare l’ingresso alle autorità  di Belgrado, rappresentano un innesco certo di nuove violenze, mentre gli organismi internazionali, in via di smobilitazione sul campo, sono in preda per altro ad un caos istituzionale. Che vede il Consiglio di sicurezza dell’Onu spaccato sull’indipendenza, una parte dell’Ue (Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro Nord) che si rifiuta di accettare come nazione il Kosovo, e sul terreno c’è conflitto tra l’Onu che resta per rispettare la Risoluzione 1244 che attribuisce il Kosovo alla Serbia, le forze della Nato che smobilitano e quelle Eulex arrivate ad imporre la secessione.
Mentre tutti dimenticano che il Kosovo è per i serbi Kosmet, Terra della Chiesa ortodossa e per questo culla della identità , storia e cultura dei serbi. La Gerusalemme dei Balcani qualcuno l’ha definita, dove il patriarca ortodosso dei serbi deve essere eletto in Kosovo: il vescovo Irinej è già  stato nominato patriarca ma la cerimonia che rappresenta la sua reale investitura è stata rimandata in autunno. È sospesa, ma ci sarà . Solo alcuni mesi fa il vescovo Teodosije, patriarca di Decani aveva dichiarato al manifesto: «Siamo allarmati e sorpresi della decisione della Nato di ridurre i contingenti. Ora i monasteri medioevali, patrimonio dell’umanità  per l’Unesco, rischiano d’essere “protetti” dall’ex Uck che li ha più volte attaccati e distrutti». Questo, con tanta speranza per una soluzione positiva rispettosa dei serbi, prima del pronunciamento, non vincolante, della Corte dell’Aja. Ora, tutto sembra aggravarsi. Il vescovo Teodosije concludeva: «La Chiesa ortodossa serba vive in Kosovo condizioni difficili già  da secoli, ma mai in modo così grave come dopo il 1999. La guerra in Kosovo è ufficialmente finita nel giugno di 1999. In realtà , con l’arrivo dell’Onu e della Nato, per noi è subito ricominciata. Nel periodo dell’amministrazione internazionale, gli estremisti albanesi hanno proseguito con le persecuzioni e le espulsioni della popolazione serba, così che i due terzi dei serbi, 200.000 persone, sono stati cacciate, centinaia sono stati uccisi, in migliaia sono “scomparsi”. In questo “periodo di pace” sono state distrutte 150 chiese e monasteri cristiani ortodossi, molti risalenti al Medio Evo. Nessuno è mai stato punito per i pogrom del 2004». Certo, un «bilancio di pace» senza precedenti nella recente storia europea, tantopiù che l’Ue svela che il governo di Pristina è «incapace» di fare giustizia.


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