Mosca, è come la furia di un vulcano migliaia di persone in fuga dalla città  il fuoco verso gli impianti nucleari

Mosca – Siamo ormai nel cratere del vulcano Russia. Il fumo e la cenere che ricoprono la capitale formano una colonna di 12 chilometri che è entrata nella stratosfera ed è visibile dalla spazio, cosa che finora era riuscita solamente alle grandi eruzioni vulcaniche. Circondata da una corona di fuoco fatta da immensi incendi che nessuno riesce a spegnere su un fronte di tremila chilometri, Mosca è una città  fantasma. Chi può fugge verso il nord, gli altri rimangono chiusi in casa, pochissimi si aggirano per le strade dove la visibilità  è minima e dove la polvere tossica causa malesseri anche gravi, soprattutto ai bambini. Quello che entra nei polmoni è ben visibile sui marciapiedi: uno strato sempre più spesso di cenere e vari materiali di combustione. Almeno sette volte superiore al tollerabile, dicono gli esperti.
Dipartimento di Stato Usa, Farnesina e altri ministeri degli Esteri invitano i propri concittadini a non venire a Mosca o ad andarsene al più presto, molte ambasciate hanno ridotto il personale e rispedito a casa i familiari proprio come succede quando un paese è sotto attacco. Operazione comunque non facile perchè due dei tre aeroporti cittadini, sommersi dal fumo, continuano a dirottare e cancellare voli con inevitabili scene di disperazione per migliaia di persone bloccate nelle hall senza informazioni.
Ma peggio va ai moscoviti che restano in una città  che sembra abbandonata al suo destino. Dopo settimane di teatrali apparizioni televisive le autorità  sono improvvisamente scomparse. Del presidente Medvedev, che ieri aveva invitato la gente ad «affrontare la catastrofe con pazienza e limonate», i telegiornali segnalano solo che ha versato diecimila dollari di tasca propria nel fondo per le vittime degli incendi. Anche il premier Putin dopo le tante dichiarazioni bellicose dei giorni scorsi preferisce aspettare lunedì per illustrare un nuovo piano. Il sindaco Luzhkov, rientrato solamente ieri dalle sue vacanze, dopo le proteste di qualche giornale, si è limitato a promettere «massimo impegno». Solitario e inascoltato l’appello del partito democratico d’opposizione: «Proclamiamo lo stato d’emergenza. Fermiamo auto e industrie. Aiutiamo il maggior numero di persone a lasciare una città  in cui non si può più vivere». E non è un’esagerazione. Anche perchè le previsioni continuano a confermare che la nube allenterà  la presa sulla città  solo martedì mentre il caldo soffocante di questa estate anomala (40 gradi anche ieri) è destinato a continuare almeno fino al 20 agosto.
In assenza di indicazioni dall’alto e di prospettive immediate anche la proverbiale capacità  di resistenza dei russi comincia a dare segni di cedimento. La paura e il malessere si trasformano lentamente in panico anche davanti ai risultati sconfortanti della lotta agli incendi. Nemmeno i rinforzi venuti dall’estero – e anche dall’Italia – hanno potuto far molto: le fiamme hanno già  divorato una fetta di foresta più grande dell’Umbria. E la mancanza di prevenzione degli anni scorsi – le autorità  hanno lasciato che si creasse un tappeto di sterpaglia secca e infiammabile intorno alla città  – fa da preoccupante propellente per incendi che sembrano indomabili.
«Solo la pioggia potrebbe darci una mano», dicono i vigili del fuoco che vedono bruciare decine e decine di villaggi di case di legno nel raggio di cinquanta chilometri dalla capitale. E che ora sorvegliano anche le periferie di Mosca: qui le lingue di fuoco sprigionate dai giacimenti di torba che circondano la città  hanno già  fatto i primi danni e almeno quattro vittime.
Mentre la capitale vive il suo incubo resta l’altra grande minaccia, spesso volutamente minimizzata da giornali e tv: quella degli impianti nucleari che sarebbero a rischio non solo per le fiamme ma anche solo per l’elevato calore. Ieri il genio ferrovieri ha finito di scavare un fossato lungo otto chilometri che dovrebbe garantire la sicurezza attorno agli impianti di Sarov, ex città  segreta di Stalin dove fu realizzata nel ‘49 la prima bomba atomica sovietica e che adesso è sede di importanti e vulnerabili impianti di ricerca nucleare. E’ stato, quello dei ferrovieri, l’unico apparente successo di una guerra del Fuoco che sembra tragicamente perduta.


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