Obama dà  il via libera “La moschea a Ground Zero non è un sacrilegio”

La polemica imperversa da mesi nel cuore di Manhattan e adesso è dilagata fino a trasformarsi in uno “scontro di civiltà ” a livello nazionale. Molti consiglieri gli avevano suggerito di starsene in disparte: l’Islam è un terreno minato per questo presidente, che tanti americani di destra sospettano di essere straniero e cripto-musulmano. Invece Obama ripudia la prudenza tattica, fa della moschea un test dei valori su cui è fondata l’America. Ne parla proprio alla cena solenne dell’Iftar ospitata alla Casa Bianca, durante il Ramadan, davanti a un centinaio di esponenti della comunità  islamica americana. «Capisco le emozioni in gioco – dice Obama – perché Ground Zero è diventato un terreno sacro. Ma questa è l’America e il nostro attaccamento alla libertà  religiosa deve essere incrollabile. Il principio che i cittadini di ogni fede sono benvenuti tra noi è essenziale per definire quello che noi siamo».
A destra le reazioni sono dure, sull’atteggiamento verso l’Islam il paese si spacca. I sondaggi rivelano che il 53% dei newyorchesi sono contrari alla moschea e solo il 34% favorevoli. L’opposizione è ancora più forte a livello nazionale, 68% di pareri negativi. Sarah Palin, ex candidata vicepresidente, parla di una «pugnalata al cuore dell’America». Un altro leader storico della destra, Newt Gingrich, denuncia «la timidezza e la passività  delle élite» di fronte alla minaccia del fondamentalismo islamico.
Al centro dello scandalo c’è il progetto del Cordoba Institute, che ha selezionato un terreno privato a due isolati di distanza dall’ex-cratere delle Torri gemelle. Con 100 miliardi di dollari di investimento, finanziato dalla comunità  islamica, il Cordoba Institute costruirebbe un edificio di 13 piani destinato a ospitare il luogo di preghiera, un centro culturale, nonché «un memoriale e uno spazio di meditazione consacrato all’11 settembre». Prima ancora di Obama, per fare avanzare il progetto è stato decisivo Michael Bloomberg. Il sindaco di New York, di famiglia ebrea, ne fa una battaglia-simbolo. «Vietare la moschea – dice – sarebbe incoerente con la parte migliore di noi stessi. Non è un modo per onorare le vittime dell’11 settembre. I poliziotti e vigili del fuoco che accorsero verso i grattacieli in fiamme, non si chiesero di che religione erano gli esseri umani là  dentro». La scelta di campo di Bloomberg ha radici biografiche. Il sindaco ricorda che nella sua infanzia in Massachusetts i genitori dovettero ingaggiare un avvocato cristiano come prestanome per poter comprare casa, tanto erano discriminati gli ebrei. Cresciuto in una minoranza, Bloomberg non accetta che altri possano subire le stesse intolleranze. Ha anche una preoccupazione politica. Amministra una metropoli con 100 moschee e una comunità  islamica di 700.000 persone, oltre un decimo di tutti i musulmani che vivono in America.
New York è riuscita a evitare tensioni etnico-religiose dopo l’11 settembre. Questa “pace metropolitana” è sotto tiro per l’escalation di polemiche sulla moschea di Ground Zero, che l’intervento della Casa Bianca non placa di certo. Uno dei più autorevoli intellettuali della destra, Charles Krauthammer, è indignato per le scelte di Obama e Bloomberg: «A Ground Zero fu perpetrata una strage ad opera di seguaci di una particolare versione dell’Islam. Costruire lì una moschea è un sacrilegio. Non c’entra la libertà  di religione, è questione di sensibilità . Giovanni Paolo II ordinò alle suore carmelitane di lasciare il convento di Auschwitz per una scelta di rispetto del luogo». A sorpresa attacca Bloomberg anche un’importante organizzazione contro l’antisemitismo e il razzismo, la Anti-Defamation League, che chiedei «priorità  ai sentimenti delle famiglie delle vittime». Divise anche quelle, però: la rubrica delle lettere del New York Times, con interventi pro e contro in proporzioni eguali, è la fotografia fedele del dilemma che spacca in due i sopravvissuti dell’11 settembre e i familiari superstiti.
L’incendio ideologico divampa ben oltre Manhattan. A Temecula, in California, i seguaci del Tea Party (l’ala movimentista e intransigente della destra) profanano con i cani il sito dove dovrebbe sorgere una moschea. A Sheboygan, nel Wisconsin, dei pastori protestanti si scontrano fisicamente con i musulmani. A Murfreesboro, nel Tennessee, una manifestazione accusa gli islamici di voler sostituire la Costituzione degli Stati Uniti con la Sharia, la legge del Corano. Ogni progetto di nuova moschea diventa un caso, un potenziale focolaio di conflitto. «Di colpo è cambiato il livello di ostilità  – osserva Ishan Bagby, studioso dell’Islam all’università  del Kentucky – un pezzo della società  americana si convince che l’Islam ci sta invadendo, minaccia i nostri valori».
Come a New York, in tutta l’America la controffensiva ha protagonisti sorprendenti. A Temecula è Larry Slusser, il capo dei mormoni, a dirigere il consiglio interreligioso che scende in piazza in favore della moschea locale: «Sono americani, hanno il diritto come noi di praticare la loro fede».
Non importa se i sondaggi lo spingevano al silenzio, a una tattica di basso profilo, Obama ha sentito il bisogno di dire alto e forte da che parte sta. Appoggiando la moschea a Ground Zero il presidente ha ripreso il filo del suo discorso all’università  del Cairo, nel giugno 2009, in cui annunciò un nuovo dialogo con l’Islam mondiale: «La libertà  in America – disse allora – è indivisibile dalla libertà  di religione, per questo ci sono moschee in ciascuno degli Stati dell’Unione, più di 1.200 in tutto il paese. L’Islam fa parte dell’America». Quando la destra gli contestò il fatto che in Arabia saudita non si può costruire una chiesa, Obama rispose: «La tolleranza definisce l’America, e ci rende più forti». La sua è una scommessa sull’Islam moderato: l’imam Feisal Abdul Rauf, il promotore della moschea di Ground Zero, è diventato il testimonial dell’Amministrazione Usa in giro per il Medio Oriente, in missione per raccontare l’America e contrastare i profeti dell’odio.


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