“Israele pronta a colpire le centrali” scenari di guerra in un dossier segreto

GERUSALEMME – È una notte fredda della primavera del 2011. A Gerusalemme il consigliere per sicurezza nazionale israeliano Uzi Arad e il ministro della Difesa Ehud Barak sono al telefono con le loro controparti a Washington: il generale James Jones e capo del Pentagono Robert Gates. Li stanno informando che il loro primo ministro Benjamin Netanyahu ha appena ordinato a diversi squadroni di caccia F-15 e F-16 e altri jet della Forza aerea israeliana di volare verso est, verso l’Iran – forse attraversando i cieli dell’Arabia Saudita, magari infilando lo stretto corridoio aereo fra Siria e Turchia, e eventualmente attraversando lo spazio aereo iracheno anche se affollato di aerei americani – per distruggere i siti nucleari iraniani.
Questo lo scenario che Atlantic Monthly, il periodico americano edito a Boston sempre ben informato sul Medio Oriente, descrive nella sua cover story di settembre, le cui anticipazioni sono state riprese dalla stampa israeliana. Basato su decine di interviste a esponenti politici israeliani e utilizzando fonti militari «coperte», The Atlantic scrive che Israele potrebbe attaccare entro un anno se l’Iran non dovesse collaborare con l’Aiea e svelare le vere intenzioni del suo programma nucleare, ma soprattutto se l’Amministrazione di Barack Obama non riuscirà  a convincere l’attuale leadership israeliana che gli Stati Uniti sono pronti a fermare l’Iran anche con la forza se necessario. Le probabilità  di un attacco preventivo israeliano hanno ormai superato il 50 per cento, e Israele potrebbe anche non chiedere il famoso «semaforo verde» agli Stati Uniti, o addirittura dare un paio di falsi allarme pre-attacco, in modo da impedire a Washington di cercare di bloccare l’operazione.
I raid dei caccia con la Stella di David potrebbero includere il bombardamento degli impianti nucleari di Natanz, Qom, Isfahan, e forse anche il reattore russo che entrerà  in funzione il prossimo 21 agosto a Bushehr.
Certo è che le ripercussioni di questi raid sono meno chiare, nonostante le infinite discussioni e simulazioni diverse, fra gli strateghi americani e l’intelligence Usa non c’è una visione comune. Molti ritengono che i bombardamenti potrebbero solo ritardare di qualche anno il programma nucleare degli ayatollah iraniani. Opinione espressa a Repubblica anche da esperti come il professor Ely Karmon, direttore del dipartimento di counter-terrorism dell’università  di Herzilya e uno dei massimi esperti di Iran in Israele. Ma negli ambienti militari le previsioni sono invece molto più ottimistiche, specie alla luce dei precedenti successi nelle operazioni contro i reattori iracheni e siriani.
In ogni caso gli Stati Uniti non si farebbero trovare con i fianchi scoperti. I piani di un eventuale attacco americano all’Iran sono pronti – come ha spiegato l’ammiraglio Mike Mullen, capo di Stato maggiore della Difesa americano – proprio per dare alla Casa Bianca un ampio ventaglio di opzioni se il pressing diplomatico e le sanzioni non dovessero dare un risultato entro i tempi stabiliti. In aprile gli Usa hanno trasferito nella base aerea nell’isola di Diego Garcia nel Pacifico 387 bombe ad alto potenziale e alla fine di giugno 12 navi da guerra guidate dalla portaerei Harry Truman – normalmente di stanza nel Mediterraneo – hanno traversato il canale di Suez e ora incrociano al largo dell’Oman. Sono salite a tre le squadre navali d’attacco operative nell’area del Golfo Persico, completando così il dispositivo per eventuali bombardamenti sui siti nucleari iraniani.
I risultati dei raid sui siti nuclerari potrebbero però essere disastrosi. E’ probabile infatti che i caccia israeliani non avranno molto tempo da perdere nei cieli dell’Iran, gli Hezbollah libanesi – fedeli alleati di Teheran – non staranno a guardare e avvieranno ritorsioni; gli F-15 saranno necessari lì, sul fronte nord d’Israele. Se l’operazione dovesse essere unilaterale potrebbe gettare le relazioni fra Gerusalemme e Washington in una crisi senza precedenti, ma soprattutto scatenare una guerra regionale su larga scala, con ripercussioni economiche per il mondo intero, per non parlare del costo di vite umane. Non passa giorno senza che gli ayatollah iraniani annuncino la messa in funzione di nuovi armamenti: le batterie di missili-antimissile S – 300 trafugati dalla Bielorussia, la consegna alla marina di 4 mini – sommergibili che si vanno a unire agli altri 11 già  attivi, l’ammodernamento dei tre sottomarini di classe Kilo comprati anni fa dalla Russia, la prossima consegna di motovedette – le velocissime Bladerunner 51 – armate di lanciamissili. Un modo per annunciare che l’Iran in caso di attacco è pronto non solo a ritorsioni gravi contro singoli Paesi ma è anche nelle condizioni di bloccare per mesi lo stretto di Hormuz, dove passa il 40 per cento del petrolio destinato all’Occidente.
Il problema è rappresentato dal calendario. Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha detto questa settimana al New Yok Times: «Il problema non è quando né come (attaccare) ma se farlo, al momento pensiamo che quel che stiamo facendo ha il miglior potenziale per modificare il comportamento iraniano». Svelando così tutte le cautele americane sugli sviluppi di questa crisi.
Certo il tempo corre veloce e la scadenza del 31 dicembre – data da Obama all’Iran per chiarire le sue vere intenzioni e collaborare senza trucchi con l’Aiea – si avvicina rapidamente, ma Teheran con la sua tattica dilatoria potrebbe andare avanti ancora mesi. Invece per il premier Netanyahu «la linea rossa» passerà  il 31 dicembre prossimo, convinto che il nucleare iraniano sia per Israele una minaccia grave come la Shoah. Netanyahu è anche convinto che la Bomba rafforzerà  l’Iran su scala regionale nei confronti degli altri Paesi nella regione, metterà  a repentaglio la sopravvivenza del suo Paese e renderà  gli altri paesi arabi (cioè la Siria) riluttanti a una possibile pace con Israele. Due serie simulazioni di raid sono già  state provate: l’ultima lo scorso aprile quando i caccia israeliani in formazione d’attacco sono partiti dalle basi nel deserto del Negev, sono arrivati fino allo stretto di Gibilterra e tornati indietro: è la stessa distanza che separa Israele dall’Iran.
Nei cieli, nelle acque del Golfo e sul terreno, tutto sembra pronto perché l’opzione militare se scelta possa attivata rapidamente. A Gerusalemme i «tentennamenti» americani sull’Iran sono visti con un filo di amara ironia.
Non è un caso che la t-shirt più venduta questa estate in Israele raffigura un caccia F-16 in volo con la scritta in inglese che recita: «America Don’t Worry, Israel is behind You».


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