“Noi, gli eredi di Martin Luther King” Usa, la provocazione del Tea Party

NEW YORK – L’uomo che ha definito «un razzista» Barack Obama sale sul mausoleo di Abramo Lincoln, il padre della patria che pagò con la vita l’abolizione della schiavitù, e nell’anniversario del discorso più famoso nella storia dei diritti civili, “Io ho un sogno” di Martin Luther King, 28 agosto 1963, urla che finalmente «l’America è tornata a rivolgersi a Dio». Per il momento, l’America delusa da Obama è tornata a rivolgersi sicuramente a lui, Glenn Beck, il re dei pop-con, i conservatori populisti, l’idolo dei Tea Party, il movimento di destra che ha eletto a sua eroina Sarah Palin e che sta dettando l’agenda e i candidati al Partito repubblicano gonfiato dalla protesta ma in crisi d’identità .
Il conduttore della Fox – la tv di Rupert Murdoch che ha regalato un milione di dollari proprio ai repubblicani per rovesciare il governo “socialista” del primo presidente nero – ha indetto questa manifestazione per “restituire l’onore” (“Restoring Honor” si chiama il rally) non si capisce bene a chi. Ma una cosa è certa: la marcia di Washington doveva dimostrare la sua forza e anche se tv e giornali declassano a qualche decina di migliaia i «300 o 500 mila» sbandierati da Beck, l’effetto è riuscito. Anche grazie alla copertura della stessa Fox, il canale d’informazione che ha stracciato la Cnn e ora annuncia addirittura un’«intervista esclusiva» al suo dipendente.
L’America liberal insorge. Il New York Times dedica alla manifestazione non uno ma due editoriali sdegnati, parafrasando in un titolo la promessa tradita di Martin Luther King: «Ho fatto un incubo». Ma Glenn Beck, l’uomo più pagato della tv, un ex dj mezzo ubriacone che come George W. Bush ha intravisto la via della redenzione solo sul fondo dell’ultima bottiglia, gioca d’attacco e sostiene che è lui il vero erede dei diritti civili. «Noi crediamo, come Martin Luther King, in una società  senza colori e post-razziale», scrivono in un documento i Tea Party, che nelle manifestazioni innalzano quei simpatici cartelli: «Obama, tornatene in Kenya». E oltre all’immancabile Sarah Palin, il grande Beck chiama a parlare nientemeno che Alveda King, la nipote: che per la verità  da tempo è uscita dal gruppo, ha tradito i democratici che l’avevano eletta 30 anni fa ed è passata armi e bagagli dall’altra parte, attaccando pubblicamente la vedova King per le sue posizioni tolleranti sull’aborto.
Grande è la confusione sotto il cielo di Washington. A pochi metri da qui i veri eredi di King innalzano un contro-palco. Sono molti di meno, naturalmente, anche se il raduno è stato voluto da Al Sharpton, uno degli ultimi influenti leader neri. Ben Jealous, il nuovo capo del Naacp, la centenaria organizzazione dei diritti civili, e anche lui come il presidente di madre bianca, invita a difendere «Barak Hussein Obama», come lo chiama sottolineandone il nome musulmano: «Siamo arrivati così lontani, non lasciamoci riportare indietro». La Fox di Glenn Beck, come nei panini dei tg berlusconiani, chiude il servizio riportando la linea a Daneen Borelli, l’attivista di Project 31, l’organizzazione dei neri di destra che quando la polizia di Los Angeles massacrò Rodney King si schierò «per il rispetto della legge e dell’ordine».
Beck è in estasi: «Non basta pregare: inginocchiatevi!». In tv ha lanciato una violentissima battaglia contro la moschea che sarà  costruita vicino a Ground Zero, ma adesso si atteggia a profeta: «Andate nelle vostre chiese, nelle vostre sinagoghe, nelle vostre moschee…». Insiste: «Per troppo tempo questo paese ha vagato nelle tenebre». Ma c’è poco da sorridere. La retorica religiosa fa parte del gioco e i sondaggi del mago Scott Rasmussen dicono che tra quella gente si nascondono tanti “indipendenti” che due anni fa spedirono Barack Obama alla Casa Bianca. E che a novembre – con una nuova recessione alle porte e la disoccupazione ancora a due cifre – rispediranno la sua maggioranza a casa.


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