Quando Ground Zero era una cittadella araba

NEW YORK. Ground Zero come Damasco o Beirut? Non è una profanazione, è solo un ritorno al passato. Le polemiche sulla moschea da costruire a due isolati dall’ex-cratere dell’11 settembre si arricchiscono di un nuovo colpo di scena. A movimentare la controversia stavolta non è l’intervento di Hamas, o il contributo di capitali sauditi, o la scomunica di qualche leader della destra repubblicana. È dagli archivi del Museum of the City of New York che riemerge una litografia di fine Ottocento intitolata “La Colonia Siriana”. Il disegnatore, dal nome non proprio anglo-protestante (Bengough), illustra una scena tipica di una città  araba. In primo piano una donna col velo. Sul retro un anziano col fez, seduto davanti all’uscio di casa, intento a fumare il narghilé. Mercanti e bancarelle come si vedono a Marrakech: stessa frutta esotica, stesse spezie, stessi tessuti colorati. Ma la scena del quadro, che il New York Times riproduce in prima pagina, è ambientata a Washington Street. Nella punta meridionale di Manhattan, vicino alla sede del municipio.
Pochi isolati a Sud di Ground Zero, due secoli fa c’era il quartiere “Little Syria”. Un pezzo di mondo arabo era a casa sua lì, molto prima che quella diventasse l’area del World Trade Center e dei potentati finanziari di Wall Street. Lo ricorda lo storico Jabaly Orfalea, autore di un saggio su “Gli Arabi Americani” e lui stesso di origini siriane. «Washington Street era una enclave di Medio Oriente dove gli arabi facevano commercio ambulante, lavoravano in misere botteghe artigianali, vivevano in dormitori collettivi. Mia nonna Jabaly Orfalea, arrivata a New York nel 1890, passeggiava per Washington Street offrendo la sua merce ai passanti». Il giornale più diffuso del quartiere si chiamava Al-Hoda. Le insegne dei negozi portavano i nomi dei Fratelli Sahadi, di Noor & Maloof, di Rahaim & Malhami. Oppure erano semplicemente scritte in arabo, incomprensibili per il resto della popolazione newyorchese. Uno studioso della storia cittadina, Konrad Bercovici, nel 1924 descriveva «le grida in arabo delle mamme che chiamavano i bambini, mescolate con le note di jazz di qualche locale, e con le bestemmie omeriche di un camionista» (la parte araba confinava con il quartiere greco).
A “Little Syria” i linotipisti delle tipografie adattavano le macchine per stampare in caratteri arabi anziché latini, nella casa editrice di Naoum Salloum Mokarzel. Lo stesso New York Times in un articolo del 1948 cantava le lodi del suo concorrente locale in lingua araba, Al-Hoda: «Ha consentito e stimolato una straordinaria crescita del giornalismo arabo». L’archivio del New York Times ha foto di pasticcerie arabe con le caratteristiche baklava, rosticcerie con la carne marinata e aromatizzata alla libanese, la shawarma. Datate del primo Novecento. A poche centinaia di metri da dove sarebbero sorte, ma molto più tardi, le Twin Towers.
A onor del vero l’impronta araba sul quartiere non coincideva con un influsso islamico. All’origine l’immigrazione a New York in provenienza dal Medio Oriente, in prevalenza dalla Palestina, era dominata da famiglie di religione cristiana. Anche siriani e libanesi erano soprattutto di fede cristiana. Al numero 103 della Washington Street c’era la cappella di San Giorgio, di rito melchita. Altri erano maroniti. C’erano anche arabi protestanti, convertiti dai missionari occidentali che a quell’epoca erano attivi nelle terre dell’Impero ottomano decadente. I musulmani rappresentavano solo il 5% sulla popolazione araba di Manhattan tra fine Ottocento e primo Novecento. Non risulta che ci fosse una moschea, mentre tre chiese servivano i libanesi e i siriani. Ma ritrovare quelle immagini d’epoca è una lezione. «Serve a ricordare – scrive David Dunlap sul New York Times – che questa città  è fatta a strati, proprio come una baklava. Nessuno ha dei diritti esclusivi o definitivi su questo o quel quartiere».
L’aggressione di un tassista musulmano pugnalato da un cliente ieri a Manhattan ha rilanciato la paura che questo paese sia attraversato da un’ondata di “islamofobia”. Ma è una psicosi contraddetta dai fatti. Solo nel 2001, l’anno dell’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, l’Fbi registrò un balzo nelle aggressioni o minacce verbali contro cittadini di fede musulmana: +1.600%. Una percentuale che fa impressione ma il numero assoluto era basso: 481 casi. Assai meno dei “reati di odio” contro i neri o i gay. Passato lo choc dell’11 settembre, già  nel 2003 le aggressioni contro musulmani erano ridiscese a 149. Negli anni successivi si sono assestate sulla media di sempre, circa un centinaio all’anno. Su una popolazione americana di 300 milioni, con oltre 5 milioni di musulmani praticanti e dichiarati, non si può parlare di un’ondata di intolleranza. Come ai tempi in cui la nonna siriana Jabaly Orfalea sbarcò nella “Little Syria” di Manhattan per sfuggire alla miseria, all’oppressione e all’intolleranza religiosa, per molti arabi l’America è un paese più ospitale della loro terra d’origine.


Related Articles

Stallo somalo

Partendo dalla constatazione – e relativa ipotesi interpretativa – che le sollevazioni nel Nord Africa giunte a un primo punto fermo sono state animate e sostanzialmente decise da una coalizione impropria fra giovani e militari, si può capire meglio perché in Libia il meccanismo si è inceppato.

Saipem, affari sporchi in Siria

 

Un miliardo e mezzo di euro. Versati dall’azienda di Stato italiana a Damasco. Dopo una serie di incontri segreti. Con l’ombra di una super mazzetta. Così abbiamo arricchito il regime che oggi l’Occidente vuole bombardare

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment