Quattro milioni senza tetto, e con l’acqua alla gola

PAKISTAN All’Onu un vertice di «donatori». Sul terreno gli aiuti scarseggiano

Marina Forti - il manifesto Sergio Segio • 20/8/2010 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 113 Viste

L’acqua comincia a recedere in alcune zone settentrionali del Pakistan, anche se la gran parte dei villaggi allagati è ancora inagibile. Continua a salire invece nella provincia del Sindh e in parte del Baluchistan, a sud, dove è arrivata la seconda onda di piena. Mentre le Nazioni unite ieri hanno aggiornato le stime del disastro: oltre 4 milioni e mezzo di pakistani sono senza tetto a causa dell’alluvione, più del doppio di quanto detto in precedenza. E almeno 8 milioni, non 6, hanno bisogno di assistenza immediata – cibo, acqua potabile, riparo.
Anche la risposta internazionale comincia ad arrivare. Ieri sera (notte in Italia) al Palazzo di vetro dell’Onu a New York si riuniva un vertice per il Pakistan: stamane sapremo chi ha offerto e quanto. Ieri l’Arabia saudita ha donato 80 milioni di dollari e ha lanciato una colletta nazionale per altri 20 milioni. L’Unione europea ha aumentato le sue promesse a 135 milioni di dollari, il Regno unito ne ha messi 40 milioni.
Anche gli Stati uniti hanno deciso di portare a 150 i milioni di dollari per l’emergenza, che saranno stornati dai 7,5 miliardi del pacchetto di aiuti già  destinati al Pakistan in 5 anni. Così ha annunciato John Kerry, capo della commissione esteri del senato Usa, che ieri ha visitato le zone alluvionate con il presidente Asif Ali Zardari. L’America, ha detto Kerry, non vuole che l’alluvione finisca per rafforzare la posizione degli estremisti islamici. Si riferiva alle cronache di questi giorni, secondo cui nel caos dei soccorsi pubblici si fanno avanti gruppi caritatevoli – e tra questi anche Falah-e Insaniat, copertura della (fuorilegge) Jamaat-ud Dawa, a sua volta facciata della Lashkar-e Taiba, organizzazione jihadi tra le più sporche…
Nomi che fanno scalpore, e hanno spinto il ministro dell’interno pakistano Rehman Malik a dichiarare, mercoledì, che «non un soldo» degli aiuti finirà  a organizzazioni estremiste fuorilegge. «Questo è un ulteriore test della nostra cooperazione contro la violenza e l’estremismo», ha aggiunto Kerry (era stato proprio lui l’artefice di quel pacchetto quinquennale di assistenza Usa a Islamabad, che aveva suscitato opposizioni in Pakistan perché lega gli aiuti a regolari verifiche dell’impegno nella lotta al terrorismo, per la trasparenza della gestione pubblica, e simili).
Mercoledì inoltre si era fatta avanti la Banca asiatica di sviluppo (Adb), offrendo al Pakistan un prestito agevolato di 2 miliardi. Resta da vedere cosa farà  il Fondo monetario internazionale: lunedì a Islamabad si incontreranno rappresentanti del Fondo e del governo pakistano, come già  in programma da tempo, per discutere lo sborso della sesta tranche del prestito. Il Pakistan beneficia infatti di un programma di prestiti di 11 miliardi di dollari, avviato a fine 2008 e condizionato come sempre a un drastico «riaggiustamento strutturale»: smantellare le sovvenzioni sui prezzi, alzare l’Iva, tagliare il deficit dello stato. Già  prima dell’alluvione il Pakistan non era proprio in linea sull’obiettivo di ridurre il deficit fiscale al 4% del Pil quest’anno. Ma ora si attende qualche tolleranza, mentre si fanno i conti sui costi della ricostruzione.
Al momento però è l’immediato che preoccupa. Il paese è con l’acqua alla gola – in senso letterale. Gli aiuti stentano ad arrivare sul terreno, e i cronisti raccontano scene terribili di persone esasperate che si accapigliano sui pacchi di viveri, e i più forti hanno la meglio. Irin news, il servizio d’informazione dell’ufficio Onu per gli affari umanitari, racconta di bambini abbandonati a se stessi, separati dalle famiglie nel caos dell’evacuazione: quando il cibo è distribuito loro perdono la corsa e non mangiano. Le agenzie riferiscono un caso in cui la polizia ha caricato la folla per permettere ai soccorritori di organizzare la distribuzione di pacchi scaricati da un elicottero.
Centinaia di migliaia di persone sono in movimento, cosa che rende più difficile l’organizzazione dei soccorsi: «Per questo abbiamo aumentato la stima di quanti hanno bisogno di tende e ripari, da 2 milioni a sei», spiegava ieri Maurizio Giuliano, portavoce Onu a Islamabad. Sempre l’Onu quantifica il danno all’agricoltura: 3,2 milioni di ettari di campi vicini al raccolto sono perso nelle sole province di Khyber-Pakhtunkhwa e Punjab, bisognerà  poi contare i danni nel sud. Duecentomila capi di bestiame sono periti. Ora una popolazione di sfollati guarda alla prossima semina, a metà  settembre.

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