Ahmadinejad: “Se ci attaccano, guerra totale”

NEW YORK – Se gli Stati Uniti dovessero attaccare l’Iran «sarà  una guerra senza limiti, una vera guerra come l’America non l’ha mai conosciuta e non l’ha mai vinta». È lo show di Mahmoud Ahmadinejad all’Onu, i riflettori sono tutti sul presidente dell’Iran nella seconda giornata della conferenza del Millennio dedicata alla lotta alla povertà . Il leader iraniano dalla tribuna del Palazzo di Vetro annuncia che «l’egemonismo capitalistico sta morendo, e con lui tutte le ingiustizie di cui soffre l’umanità ». Difende la legalità  del programma nucleare di Teheran, nega che siano commessi abusi contro i diritti umani nel suo paese.
Non c’è l’annunciata protesta dei rappresentanti dei governi occidentali, pronti a scattare fuori dalla sala se Ahmadinejad dovesse ripetere la provocazione fatta in passato quando negò l’Olocausto e invocò la «distruzione di Israele dalle carte geografiche». Ma quando parla lui di fatto la sala è già  semivuota, e in realtà  che cosa dica veramente il presidente iraniano non lo sa nessuno. Lui parla in farsi, agli interpreti ha consegnato un testo in inglese. Si ignora se abbia seguito il testo preconfezionato o se ci siano state improvvisazioni e varianti. Avrà  modo di ripetersi, comunque: un secondo intervento è previsto domani, quando si apre la vera assemblea generale dell’Onu e parlano tutti i leader, compreso Barack Obama.
Straordinarie le misure di sicurezza intorno al presidente iraniano: a Manhattan la 42esima strada nella zona vicina alle Nazioni Unite è trasformata in un bunker, circondata da barriere in cemento e camion speciali anti-kamikaze. Eccezionale anche il dispiegamento dei servizi segreti per proteggere i suoi spostamenti: lui infatti per le convenzioni Onu, pur essendo persona non grata al governo degli Stati Uniti, durante l’assemblea generale ha il diritto di muoversi per un raggio di 40 km attorno al Palazzo di Vetro. «Il contribuente americano paga 7 milioni di dollari per proteggere questo squallido tiranno», denuncia il tabloid Daily News calcolando i costi della blindatura di Manhattan.
Alla proposta di Nicolas Sarkozy di finanziare la lotta alla fame nel mondo tassando le transazioni finanziarie, ieri ha risposto il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. La “Sarkozy tax”, come l’ha ribattezzata, secondo lui non è praticabile se non ha «come precondizione la partecipazione di tutti gli Stati, perché la piccola Europa non può dettare regole che valgano per tutti». Di parere diverso le ong umanitarie, come Actionaid, che ieri ha dichiarato: «Il governo italiano dovrebbe seguire l’esempio francese, una minuscola imposizione dello 0,005% sulle transazioni finanziarie può generare 33 miliardi di dollari di aiuti all’anno». Anche il Vaticano ha denunciato «la finanza irresponsabile, dai comportamenti spregiudicati e a volte immorali». La Caritas ha ricordato che il bilancio del piano del Millennio è deludente: «Il 44% della popolazione nell’Africa subsahariana vive ancora sotto la soglia della povertà  assoluta, lo scandalo della fame continua a colpire 925 milioni di persone nel mondo». Fa eccezione naturalmente il caso della Cina, il contro-esempio di un paese emergente che ha fatto progressi spettacolari. L’Onu ha ricordato che nel 1990 quasi un decimo dei cinesi viveva con meno di un dollaro al giorno, mentre la percentuale dei poveri si è ridotta al 3,8% nel 2009. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che «uno sviluppo durevole, il progresso economico e quello sociale, non sono immaginabili senza un buon governo e il rispetto dei diritti umani». La sua Germania è un’eccezione: terzo paese al mondo per la quantità  di aiuti allo sviluppo, è anche uno dei pochi a non avere ridotto i finanziamenti ai paesi poveri durante l’ultima recessione.


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