Gheddafi riapre i lager

LIBIA Migranti ancora rinchiusi. Finita la sanatoria decisa a luglio. «Controlli ovunque»
Quindici eritrei detenuti in un carcere. Temono l’espulsione

Stefano Liberti - il manifesto Sergio Segio • 5/9/2010 • Diritti umani • 212 Viste

«Mi hanno catturato per strada nella medina di Tripoli e portato nel centro di detenzione di Twisha». La testimonianza di un ragazzo eritreo, arrivata per telefono dalla capitale libica, getta una luce nuova sulla presunta chiusura dei centri per immigrati annunciata in pompa magna a metà  luglio dal governo della Jamahiriya. «Il centro – continua il nostro interlocutore – era pieno di immigrati: c’erano nigerini, nigeriani, alcuni eritrei. Eravamo una sessantina in un’unica stanza».
Tutti dentro, quindi. Apparentemente la chiusura dei campi di detenzione è durata poco. Era il 16 luglio scorso quando il colonnello Gheddafi riferiva che i centri di detenzione sarebbero stati svuotati, ricevendo di passaggio anche le lodi del presidente maliano Amadou Toumani Touré «per la decisione coraggiosa». Erano i giorni in cui aveva avuto grande effetto la storia dei 205 ragazzi eritrei trasferiti dal campo di detenzione di Misratah a quello di Braq, in mezzo al deserto del Sahara, in vista di una loro eventuale espulsione verso l’Eritrea. Una storia che aveva avuto un certo risalto sulla stampa italiana, anche perché la metà  di quei 205 eritrei erano stati respinti in mare e riportati in Libia dalle unità  della nostra marina militare. Alla fine, anche a causa delle pressioni internazionali, l’espulsione non è avvenuta. E, anzi, il governo libico aveva improvvisamente annunciato un cambio di politica: tutti i centri per immigrati sarebbero stati svuotati e gli immigrati reclusi forniti di un permesso di residenza di tre mesi. «Possono restare in Libia e cercare lavoro o tornare nel proprio paese. Sono liberi», annunciava il governo libico.
Ma apparentemente, nello stesso momento in cui promulgavano la sanatoria, le autorità  della Jamahiriya preparavano nuove retate. «Da quel giorno – racconta il nostro interlocutore – sono comparsi molti blocchi nelle strade. La polizia è ovunque, fanno controlli anche sugli autobus». E così i centri hanno ripreso a operare a pieno regime. «A quanto ne so io sono tutti in funzione, eccetto quello di Misratah», ci conferma l’uomo, che è riuscito a uscire dal campo di Twisha corrompendo una guardia con 150 dollari.
La conferma del rafforzamento dei controlli e del ritorno alla vecchia politica di detenzione arriva anche da un’altra fonte. Il ragazzo è sempre un eritreo. Racconta di essere stato catturato a metà  luglio, ossia negli stessi giorni in cui la Libia svuotava i centri. Probabilmente proprio perché i campi di detenzione erano inattivi, lo hanno chiuso in carcere a Bengasi insieme ad altri 19 suoi connazionali, fra cui 5 donne. Poi lo hanno trasferito in una prigione di Tripoli, dove si trova da poco più di una settimana. «Ci hanno spostato qui. Non sappiamo perché. Siamo insieme ai detenuti comuni. Non abbiamo visto nessuna autorità . Solo funzionari della nostra ambasciata, che hanno cercato di identificarci», racconta uno di loro al telefono.
Tutti gli eritrei chiusi in carcere sono in Libia da relativamente poco tempo. «Alcuni da tre mesi, altri da sei», racconta il nostro interlocutore. Che aggiunge un altro particolare: «Le donne sono rimaste a Bengasi. Non abbiamo più contatti con loro».
Queste testimonianze fanno sorgere alcune domande. Cosa è successo da quando il governo libico ha annunciato la chiusura dei campi? Perché ha riattivato la politica abituale? Lunedì scorso, durante la sua visita in Italia, il colonnello Gheddafi ha chiesto 5 miliardi di dollari l’anno all’Unione europea «se non vuole essere invasa dai cittadini africani». In queste settimane, sono in corso i negoziati per un accordo-quadro tra Unione europea e Libia, che dovrebbe contemplare anche il contrasto all’immigrazione clandestina. Probabilmente la riapertura dei centri è parte integrante dei negoziati. La Libia ha forse deciso che è pronta a fare il gendarme per conto dell’Europa. Sempre che l’Europa sia pronta a pagare profumatamente per il servizio reso.

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