Il caso di Sakineh, lo sdegno necessario senza conseguenze

Poche cose appaiono alla nostra coscienza più ripugnanti della pratica della lapidazione, con quella brutalità  che istituzionalizza e legittima la violenza di una comunità  verso un capro espiatorio, eletto in quanto debole e diverso, e lo fa con modalità  che ci viene spontaneo chiamare «barbare», ovvero totalmente, radicalmente «altre», un’irruzione di una pre-umanità  che vorremmo dimenticare, e che invece si ripresenta nella sua ferocia, installata al cuore dell’umano.

co Rovelli - il manifesto Sergio Segio • 9/9/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 190 Viste

È una ripugnanza universale, e in queste settimane si moltiplicano gli appelli, di intellettuali e di persone comuni, comprese intere squadre di calcio. E in rete, che in questo è uno specchio degli umori della società , il nome di Sakineh ha riempito i social network. L’articolo di ieri di Giuliana Sgrena sul manifesto è sottoscrivibile non una ma mille volte. L’orrore per una lapidazione è totale, prende alla gola (e basta qualche video che gira su youtube per sentirlo fisicamente). Insomma c’è un’evidenza assoluta, in questa vicenda.
Ecco, è questa evidenza che si tratterebbe di interrogare, questa unanimità . E chiedersi se sono davvero prese di posizione. L’etica implica una scelta tra differenti opzioni, e prendere posizione, significa partecipare della scelta fino alle conseguenze che quella scelta ha in serbo per noi. La scelta ci deve riguardare: deve avere a che fare con noi, implicare scelte di vita che si attivino nella nostra quotidianità . Altrimenti non è che una paradossale espressione di indifferenza. Nell’unanime coro per Sakineh mi pare invece non ci sia scelta: per chi aderisce è sufficiente una generica enunciazione contro la barbarie e il gioco è fatto, l’approvazione sociale ottenuta.
È un bel gesto a buon mercato, che non implica nulla che ci riguardi direttamente, visto che stiamo parlando di un mondo «totalmente altro». Ci si scaglia contro una ferocia che non ci riguarda, e dunque questa scelta non ci impone di riconsiderare la «nostra» vita per scorgerne gli aspetti feroci. In questo senso rischia di diventare una scelta consolatoria, de-responsabilizzante (non sto dicendo che è una scelta sbagliata, tutt’altro, è evidentemente necessaria: propongo di considerare l’ambiguità  inscritta in questa evidenza). Questo aspetto della questione si intreccia poi con quello più propriamente politico, ovvero la sovraesposizione di questo caso rispetto ad altri. Come sempre avviene, le ostilità  contro il Nemico globale vengono aperte, nella nostra era, da questioni umanitarie. E allora, l’Iran (che con la sua odiosa casta «clericofascista» si offre certo facilmente all’avversione, ma come dicono gli intellettuali come Akbar Ganji, che scontano il dissenso sulla pelle, non è l’irruzione violenta dell’Occidente che può far migliorare le cose – come si è visto in Iraq). Lo stesso trattamento non viene però riservato ad esempio nei confronti dell’Arabia Saudita, alleato da tener buono, che prevede e pratica la lapidazione come pena per le adultere.
Insomma, continuare a lottare per la salvezza di Sakineh è necessario, e si tratta di farlo con tutti i mezzi. Dopodiché vorrei che chi si è speso per lei, per esempio un’intera squadra di calcio, come passo successivo e consequenziale prendesse posizione anche su una serie di fatti che ci riguardano direttamente, come per esempio su tutte le Sakineh rinchiuse nei Cie in attesa di essere deportate e magari mandate a morire nel deserto.

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