La guerra degli italiani

Alla vigilia delle elezioni che si svolgeranno domani in Afghanistan, i soldati italiani si sono lanciati in una vera e propria azione di guerra, nella quale il tenente Alessandro Romani del nono reggimento d’assalto Col Moschin è rimasto ucciso e un altro paracadutista ferito. Protagonisti dell’azione le forze speciali della Task force 45 e un gruppo di guerriglieri (probabilmente taleban, forti nella zona) che stava piazzando un ordigno esplosivo sulla strada che collega Farah a Delaram, nell’area controllata per l’appunto dagli italiani.
Secondo la ricostruzione del ministero della difesa, tutto è iniziato in mattinata, quando un Predator (aereo senza pilota) dell’aeronautica italiana che sorvegliava dall’alto la zona di Farah ha avvistato alcuni uomini che stavano posizionando una mina sotto il manto stradale. Dopo che il Predator aveva trasmesso alla base anche il luogo dove gli attentatori si erano rifugiati, gli incursori italiani sono intervenuti a bordo di un elicottero Ch 47, scortato da due Mangusta.
La task force si è recata sul posto, ma mentre i militari si stavano avvicinando all’abitazione dove si erano nascosti i ricercati per catturarli sono stati bersagliati da colpi di kalashnikov che hanno ferito un ufficiale e un paracadutista. All’inizio le condizioni dei due militari portati all’ospedale da campo di Farah non sembravano destare preoccupazioni, ma nel pomeriggio è arrivava la notizia che uno dei due era morto. Sale così a sei il numero dei soldati dell’Isaf uccisi nelle ultime 24 ore, 20 solo in settembre. I soldati italiani morti in Afghanistan dall’inizio della missione Isaf sono 30 su un totale di 509 della Forza multinazionale.
Ieri la zona di Herat è stata presa particolarmente di mira: un ordigno piazzato su una bicicletta è stato fatto esplodere a distanza nel bazar del capoluogo, provocando tre feriti. Un altro ordigno aveva invece intercettato un camion pieno di schede elettorali diretto a Shindand, i soldati italiani intervenuti sono riusciti a salvare il grosso delle schede e a mandarle a destinazione. Poco prima con un elicottero i militari italiani erano finalmente riusciti a consegnare 40 scatoloni di schede elettorali a Por Chaman e nel Gulistan. L’operazione era stata ripetutamente annullata, perché nella zona sono presenti molti taleban e quindi la consegna delle schede rappresentava un rischio, essendo i fondamentalisti islamici determinati ad impedire queste elezioni con la violenza. Non si tratta solo di minacce. Sempre a Herat è stato rapito un candidato alle elezioni, Safihullah Mujaddedi, di cui ieri sera si attendeva la liberazione dopo il raggiungimento di un accordo sul riscatto.
Il clima alla vigilia delle elezioni è infuocato. Due funzionari della commissione elettorale indipendente sono stati uccisi giovedì sera nel nord dell’Afghanistan, dove stavano preparando i seggi elettorali nella provincia di Balkh. Prima di questo ennesimo attacco, la Fondazione per elezioni libere e trasparenti (Fefa) aveva indicato «un aumento di intimidazioni e di attacchi nei confronti dei candidati». Diciannove persone, tra le quali quattro candidati sono morti nella violenza legata alla scadenza elettorale. Violenza che ha suscitato la reazione («violenza inaccettabile») di Staffan de Mistura, responsabile dell’Unama a Kabul.
Evidentemente queste violenze, che prevedibilmente non cesseranno con l’inizio dello scrutinio, rischiano di compromettere seriamente il risultato elettorale. Tutte le premesse per un voto farsa già  ci sono: violenze e intimidazioni da parte dei taleban ma anche di altri signori della guerra, alcuni dei quali candidati, corruzione e brogli prevedibili anche con la stampa di migliaia di certificati elettorali falsi oltre che assenza di registri elettorali aggiornati, mentre oltre mille seggi non saranno nemmeno aperti per problemi di sicurezza.
La possibilità  che si verifichino gli annunciati brogli – ammessi in anticipo persino da Karzai che ben se ne intende – tuttavia non preoccupa il ministro della difesa italiano La Russa – succede anche da noi, dice – che ieri ha incontrato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen. Quindi è prevedibile che l’Italia sia disposta ad accettare qualsiasi risultato. A confermarlo è anche la posizione dell’ambasciatore italiano a Kabul, Claudio Glaentzer, il quale ha affermato che «le elezioni legislative sono state ben costruite». La Nato ha peraltro chiesto al nostro governo un incremento di addestratori in Afghanistan, «un incremento quantitativo, perché dal punto di vista qualitativo siamo già  al top», ha detto il ministro della difesa prima che arrivassero le efferate notizie da Herat.


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