L’asso di Netanyahu: colonie al rallentatore

Già  la chiamano «colonizzazione al rallentatore». Così è stata etichettata la proposta che Benyamin Netanyahu si accinge a presentare oggi al presidente dell’Autorità  palestinese (Anp) Abu Mazen, al Segretario di stato Hillary Clinton e al padrone di casa, il raìs egiziano Hosni Mubarak, nel secondo appuntamento per i colloqui diretti che si svolgerà  a Sharm el Sheikh.
Ma di «lento» questa nuova fase di colonizzazione dei territori palestinesi pensata dal premier israeliano non avrà  proprio nulla se troveranno conferma i dati e le cifre contenuti nell’ultimo rapporto presentato da Peace Now. Almeno 13mila alloggi destinati a coloni ebrei – ha rivelato l’associazione pacifista israeliana – saranno realizzati nella Cisgiordania occupata non appena il 26 settembre terminerà  la «moratoria», più simbolica che reale, delle nuove costruzioni proclamata dieci mesi fa dal governo di Tel Aviv.
Se è vero che, come Netanyahu ha spiegato ai suoi ministri ultranazionalisti, «Fra 0 e 1 ci sono opzioni intermedie», allora il primo ministro israeliano ha scelto 1, perché sulla Cisgiordania e a Gerusalemme Est (la zona araba della città ) si abbatterà  un enorme colata di cemento destinata ad affondare subito il negoziato diretto tra Israele e Anp, se Abu Mazen manterrà  la promessa fatta di abbandonare il tavolo delle trattative se non verrà  prolungata la «moratoria».
Nel suo rapporto Peace Now spiega che per 2mila alloggi sono pronte le fondamenta e altri 11mila potranno essere realizzati senza ulteriori autorizzazioni da parte delle autorità  governative israeliane. Tutte queste costruzioni infatti hanno già  ottenuto il via libera dagli organi competenti. E, soprattutto, ben 5mila di queste case sorgeranno in colonie isolate, a ridosso dei centri abitati palestinesi. E non è finita, perché Peace Now rivela che altre 25mila case sono in fase di progettazione e le imprese di costruzione attendono solo l’autorizzazione del governo per la loro realizzazione. E se questa è una colonizzazione «al rallentatore» viene spontaneo domandarsi come sarebbe quella a «tutta velocità ».
A Netanyahu non importa molto delle reazioni di Abu Mazen. Sa bene che se il presidente dell’Anp decidesse di lasciare le trattative, verrebbe immediatamente messo sotto accusa da parte degli Stati Uniti e dei governi europei più vicini a Israele (quello Berlusconi in testa) per aver bloccato un negoziato destinato a definire dello «status finale» dei Territori occupati.
Ben più rilevante per il governo israeliano è la risposta di Barack Obama. Un «sì» del presidente Usa alla «colonizzazione al rallentatore» rappresenterebbe il riconoscimento di fatto da parte dell’attuale Amministrazione della «lettera di garanzie» consegnata nel 2004 dall’allora presidente George Bush all’ex premier israeliano Ariel Sharon. Con quel documento Washington riconobbe il diritto d’Israele di annettersi le porzioni di Cisgiordania dove sono situati i blocchi di colonie ebraiche. L’area in questione rappresenta circa il 10% del territorio palestinese (senza Gerusalemme Est) e grosso modo è delimitata dal percorso del «muro di separazione» che, entrando in Cisgiordania, già  ingloba, di fatto, i blocchi di colonie. Di fronte a ciò emerge il passo falso fatto da Abu Mazen, andato alla trattativa senza garanzie sul comportamento non tanto di Netanyahu, del quale sono note le strategie, ma degli Stati Uniti.
Eppure il piano messo a punto dal premier israeliano non convince i coloni più oltranzisti che nella «colonizzazione al rallentatore» vedono un «cedimento ai palestinesi». «Se Netanyahu continuerà  il congelamento, considereremo ciò come una dichiarazione di guerra, faremo tutto il possibile per rovesciare il primo ministro» ha avvertito Gershon Mesika, capo del cosiddetto Consiglio regionale della Samaria (nord della Cisgiordania).
Schierato con i coloni c’è il ministro delle infrastrutture Uzi Landau, secondo il quale Netanyahu «rischia di perdere di credibilità ». Gaza nel frattempo rimane ai margini e i suoi morti quotidiani continuano a non fare notizia. Domenica l’esercito israeliano ha aperto il fuoco «contro uomini che si preparavano a sparare razzi anticarro». Uccisi tre «terroristi»: il 91enne Ibrahim Abu Said con i due nipoti Ismail Abu Odeh, 20 anni, e Houssam Abu Said, 17 anni. Tutti e tre erano semplici contadini.

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10% LA PORZIONE di Cisgiordania che Israele vuole annettersi inglobando all’interno dei suoi confini i «blocchi di colonie» ebraiche


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