L’incognita nell’urna, senza più modello

STOCCOLMA. A Stoccolma è autunno inoltrato. Il cielo ha ripreso a essere plumbeo, dopo una estate particolarmente luminosa e calda. Le giornate si accorciano. È iniziata la corsa alla rovescia rispetto alla luce che domina d’estate. La temperatura oscilla tra i 10 e i 15 gradi. La tradizione politica svedese vuole che sia proprio settembre, quando neve e gelo non hanno ancora fatto capolino, il mese più indicato per le elezioni politiche e i referendum. E infatti oggi, 19 settembre, si vota, a quattro anni di distanza dalla vittoria della coalizione moderata capeggiata da Fredrik Reinfeldt che interruppe i due mandati consecutivi del socialdemocratico Gà¶ran Persson.
Il governo uscente di centrodestra, formato da Partito conservatore (Moderaternapartiet), Cristiano-democratici (Kristdemokrater), Partito di centro (Centerpartiet) e Partito popolare (Folkpartiet), potrebbe conseguire un risultato storico. Negli ultimi ottant’anni i conservatori non sono mai riusciti a ottenere due mandati consecutivi. L’obiettivo è a portata di mano. Secondo i sondaggi del Dagens Nyheter, il principale quotidiano svedese, il centrodestra può contare sul 47,8% con una tendenza a incrementare i consensi, contro il 46,6% dei rosso-verdi dati in discesa. Gli incerti si aggirano sul 20% ma guardano più a destra che a sinistra. Scorporando le percentuali delle indicazioni di voto, i socialdemocratici tornerebbero a essere il primo partito con il 30% dei voti (distante dal 35% delle elezioni del 2006 e dalle tradizionali percentuali degli anni Settanta e Ottanta di oltre il 40%). I Moderati scendono al 29,3%. A sinistra, si segnala in controtendenza la forte avanzata dei Verdi che potrebbero ottenere un risultato a due cifre.
«Rosso-verde», novità  e limiti
La novità  di queste elezioni è proprio la nascita di una coalizione formata da Partito socialdemocratico, Verdi e Và¤nsterparti (il Partito della sinistra radicale ex comunista). Se il centrosinistra dovesse ottenere la maggioranza dei voti, i socialdemocratici dovrebbero formare – evento inedito nella lunga tradizione di governi socialdemocratici monocolore – un esecutivo rosso-verde con l’apporto anche degli ex-comunisti che chiedono la riforma del mercato del lavoro e il ritiro delle truppe svedesi dall’Afghanistan (i socialdemocratici hanno guidato la Svezia dal 1932, con due sole interruzioni e un governo di larghe intese durante le Seconda guerra mondiale).
Sono però i Verdi guidati dalla combattiva Maria Wetterstrand (37 anni, biologa), da poco tempo leader del partito, l’alleato strategico dei socialdemocratici. Gli ecologisti propongono massicci investimenti per l’espansione delle infrastrutture, un aumento dell’uso di fonti energetiche rinnovabili puntando soprattutto sull’eolico e sulle biomasse, una drastica riduzione del consumo di energia di origine carbonfossile e vorrebbero impegnare un eventuale governo rosso-verde a riportare l’attenzione internazionale sulle emissioni di Co2 e sul rispetto del trattato di Kyoto.
Per vincere le elezioni alla coalizione rosso-verde non basta il probabile boom di voti ecologisti, che risulterebbero determinanti per capovolgere a sorpresa l’esito dei sondaggi. Occorre che il Sap, il Partito socialdemocratico, dimostri di aver recuperato consenso. Uscito di scena Gà¶ran Persson, la nuova leader è Mona Sahlin (classe 1957), approdata in Parlamento all’età  di appena 25 anni, con ancora lo storico leader Olof Palme alla guida del governo e del partito (è stata anche ministro dell’Ambiente). Lei è forse l’ultima rappresentante di quella generazione di mezzo che vorrebbe coniugare la storia della socialdemocrazia svedese alle innovazioni necessarie per il presente. Dal 1995 è però perseguitata dall’affaire Toblerone. Quell’anno si scoprì che aveva usato la carta di credito da parlamentare per alcuni acquisti privati: due tobleroni di cioccolato, pannolini e sigarette. Lo scandalo la costrinse a lasciare la carica di vicepremier e ad abbandonare la politica. Dopo tre anni di silenzio, fu nominata ministro dell’Industria dal premier Persson.
Al momento dell’elezione a segretaria di Mona Sahlin (marzo 2007) i sondaggi davano i socialdemocratici in forte ripresa dopo lo shock della sconfitta elettorale. Forte di un’esperienza politica di lungo corso, veniva considerata il personaggio giusto in grado di risalire la corrente. Il programma elettorale messo a punto con la sua diretta supervisione propone investimenti nell’istruzione (100 milioni di euro), nella sanità  (con l’aumento del personale medico e la promessa di rendere gratuite le prestazioni odontoiatriche fino a 25 anni) e nella previdenza sociale. Queste riforme verrebbero finanziate con un aumento della pressione fiscale a carico dei redditi mensili superiori a 40.000 corone (4.000 euro) e con l’introduzione di una tassa patrimoniale. Sahlin promette anche una riduzione delle imposte per le piccole aziende e sgravi fiscali a chi assume giovani al primo impiego o che per un lungo periodo siano restati fuori dal mercato del lavoro.
Nonostante questo ambizioso programma di ridisegno del welfare, il margine di vantaggio dei socialdemocratici si è andato riducendo via via nell’ultimo anno. Gli avversari hanno puntato a colpire l’immagine pubblica di Mona Sahlin con due argomenti principali: è troppo continuista con la tradizione socialdemocratica, pur essendo la prima donna che si candida alla leadership; è poco affidabile per via dello «scandalo del toblerone» del 1995. In Svezia, paese protestante particolarmente sensibile agli scandali piccoli e grandi, il secondo argomento polemico funziona più del primo anche a distanza di quindici anni.
La continuità  conservatrice
La coalizione conservatrice punta sulla continuità . Il premier uscente Reinfeldt ha usato nelle sue apparizioni televisive l’arma dei buoni risultati ottenuti in capo economico nonostante la crisi internazionale. La sua ricetta economica si è basata sulla detassazione del costo del lavoro e sulla riduzione dell’imposta sui redditi che ha permesso all’economia svedese di reagire all’andamento negativo dell’economia internazionale, soprattutto grazie all’esportazione di prodotti ad alta tecnologia. Dopo la flessione dello scorso anno, il Pil ha registrato un incremento del 3,7% nel secondo quadrimestre del 2010 che fa sperare nel 4% per il 2011 (una ripresa economica che in Europa è paragonabile solo a quella della Germania), anche se i dati sulla disoccupazione indicano che i senza lavoro sono l’8%, in maggioranza immigrati in un paese dove l’11% della popolazione (9 milioni) sono per l’appunto immigrati. Pur avendo dato un drastico taglio ad alcune spese statali (come la riduzione del sussidio di disoccupazione da un anno a sei mesi) e rifiutato qualsiasi forma di sovvenzione ad aziende in crisi (per esempio, la Saab), Reinfeldt ha cercato di non aggredire l’invidiabile welfare state svedese mantenendo alti gli investimenti nell’istruzione e nella sanità .
A suo favore gioca anche l’immagine di leader politico sobrio, che si può incontrare nei grandi magazzini a fare la spesa come una persona qualunque. Il tema sociale più spinoso per lui resta quello delle politiche di integrazione nei confronti degli immigrati.
Una politica piccola piccola
Intanto la politica svedese è diventata piccola piccola, se raffrontata agli anni passati. Lo attestano simbolicamente quei gazebo sparsi in alcuni luoghi di Stoccolma, a iniziare da piazza Sergel, il cuore della capitale, dove i singoli partiti convivono uno accanto all’altro nel fare propaganda in virtù di un peculiare stile civico, o i piccoli manifesti legati ai pali della luce o dei semafori, non appiccicati sui muri per mantenere inalterato il decoro urbano. È infatti tramontato il «modello svedese», quello che negli anni Settanta produsse il welfare più invidiato del mondo e fece parlare di «modello svedese». A Stoccolma non abita più neppure la politica di «neutralismo attivo» capace di far dialogare Est e Ovest, oltre che di mediare nei conflitti internazionali. L’intero dibattito politico attuale, senza particolari ambizioni, è tutto incentrato sulla situazione economica interna (qui non è in vigore l’euro e la corona svedese è tornata addirittura più forte della moneta europea).
Quando si torna a Stoccolma, bisogna andarsele a cercare le tracce della politica socialdemocratica svedese dei decenni passati. Un simbolico triangolo della nostalgia, per ironia della fatalità , è racchiuso nella centralissima via Sveavà¤gen. Di fronte alla fermata della metropolitana, una targa incastonata sul marciapiede ricorda il luogo dove fu assassinato il premier Olof Palme nella notte del 28 febbraio 1986. La salma è tumulata a pochi metri di distanza, nel prato della chiesa protestante Adolf Fredrik. Sempre in via Sveavà¤gen, al numero 68, ci sono la sede del Partito socialdemocratico e quella della Fondazione internazionale Olof Palme diretta da Pierre Scori, che del premier svedese fu il maggiore consulente e collaboratore per la politica estera.
La tela socialdemocratica non si è più riannodata dopo il 28 febbraio 1986. Resta solo un po’ di memoria del glorioso passato, come dimostra Underbara dagar framfà¶r oss-En biografi à¶ver Olof Palme, un libro appena uscito di Henrik Berggren nelle librerie di Stoccolma, dove si raccontano la vita e le idee di Palme. La crisi della socialdemocrazia (e dell’intera sinistra europea) non ha risparmiato neppure la Svezia. E anche qui, come dimostra la formazione della coalizione rosso-verde, si cercano nuove idee e nuovi soggetti politici.

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Rischio quorum per il partito del leader razzista Jimmi Akesson
Capelli impomatati e neri, occhiali all’ultima moda, 31 anni. L’estrema destra in Svezia non ha la faccia di un vikingo ma quella di Jimmi Akesson, da cinque anni leader dei Democratici di Svezia (SD), il partito di estrema destra che, secondo gli ultimi sondaggi, si appresterebbe a varcare la soglia del 4% alle elezioni di oggi e fare il suo ingresso storico nel parlamento di un Paese la cui scena politica è stata dominata per quasi ottant’anni dai socialdemocratici. Dopo Belgio e Olanda, l’ondata xenofoba e anti-immigrazione che investe l’Europa rischia di premiare anche un leader xenofobo svedese. In Svezia, il partito di Akesson rischia di ottenere un risultato unico nella sua storia (dallo 0,37% ottenuto alle elezione del 1998 ad un 5-8%, secondo il partito) e perdipiù potrebbe trovarsi in una posizione di forza nel nuovo parlamento dal momento che né la coalizione di centro-destra del premier uscente Fredrik Reinfeldt né i socialdemocratici di Mona Sahlin sembrano in grado di ottenere una vittoria di maggioranza. Così, il giovane leader che di recente ha dichiarato che «l’Islam è la più grande minaccia straniera per la Svezia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale» potrebbe diventare l’ago della bilancia nel definire il governo di un paese composto per il 14% da immigrati di origine irachena, polacca, slava. Negli ultimi giorni di campagna elettorale sia Reinfeldt che Sahlin hanno categoricamente escluso una collaborazione con il partito di estrema destra («non li toccherei neanche con le pinze», ha detto il premier uscente) mettendo in guardia gli elettori sui pericoli di un successo di SD. Ma intanto, Akesson non parla solo di immigrazione ma anche di welfare. Su questo infatti l’estrema destra ha puntato la sua campagna elettorale, in uno stato che del suo stato sociale ha fatto un motivo di vanto nel mondo. L’immigrazione di massa sta corrodendo il nostro welfare, ha urlato Akesson nel suo ultimo comizio fortunatamente davanti a poche decine di sostenitori circondati da 200 poliziotti e centinaia di contestatori che protestavano al suono delle ‘vuvuzelas’.


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