Novellara uguali e diversi

 L’intercultura a scuola, il lavoro con le seconde generazioni di immigrati, le visite al tempio sikh e alla moschea. Come un comune emiliano di centrosinistra è riuscito a non cedere alla deriva securitaria e a non far conquistare consensi alla Lega e alla destra

Elfi Reiter - il manifesto Sergio Segio • 25/9/2010 • Buone pratiche e Buone notizie • 233 Viste

NOVELLARA (REGGIO EMILIA). «Questo è uno dei più grandi licenziamenti dal dopoguerra, altro che Termini Imerese!», ha detto Raul Daoli, sindaco (Pd) di Novellara parlando della riforma della scuola pubblica, uno dei temi forti della terza edizione del festival Uguali_Diversi dedicata alle analisi e riflessioni sul mondo giovanile, svoltasi dal 10 al 12 settembre in contemporanea nel suo comune e nella vicina Correggio sotto il titolo giovani.con_futuro cercasi. Non condividendo questo attacco alla scuola, per altro ingiustificato visto che il rapporto Ocse ha classificato l’Italia tra i paesi che spendono meno per istruzione e ricerca, il sindaco vi vede piuttosto la volontà  di distruggerne la funzione pubblica orientata a costruire una società  che crea uguaglianza. La diminuzione del numero di insegnanti compromette la rete sociale attorno, per cui il recupero dell’eventuale spreco va gestito in base al territorio (come era stato fatto nel suo comune unendo alcuni piccoli istituti in uno più grande, organizzando al contempo un servizio bus di raccolta dei bimbi abitanti nelle zone rimaste sprovviste), e non considerato “piaga sociale” per mandare a monte l’intero sistema scolastico.
Il festival voleva soltanto aprire la discussione, in quanto il vero confronto (come già  nelle scorse edizioni) inizia dopo: giorno per giorno. Daoli sente la minaccia che incombe sui bimbi in una zona che conta oltre il 18% di immigrati di cinquanta nazionalità  diverse creando una complessità  notevole nel tessuto sociale. Sorge spontanea la domanda: come gestire la scuola? Perché con genitori che credono che l’inserimento di bambini stranieri nelle classi crei degli handicap ai loro figli, tutto ciò genera un mix esplosivo. Basta pensare che nelle classi dell’Istituto Comprensivo Novellarese il 36% degli alunni non sono “italiani”. Ma l’amministrazione pubblica non si è pianta addosso e raccogliendo il problema come sfida, assieme a docenti e collaboratori vari ha attuato una grande trasformazione. Certo, il festival genera anche voci critiche essendo nato proprio per affrontare i temi del dialogo interculturale (anche con visite al tempio sikh e alla moschea) al fine di trovare soluzioni e avvicinamenti di fronte a reazioni xenofobe e separazioni.
Era uno dei punti del suo programma politico, l’introduzione dell’intercultura nelle scuole, e storie individuali confermano la fiducia acquisita nelle istituzioni da parte di quei “cittadini sommersi”, soprattutto i giovani di seconda generazione, numerosi ormai nella comunità  araba, essendo loro a volte i più schiacciati tra repulsioni razzisti e tradizioni restrittive in famiglia. Il dibattito politico generale invece, imperniato sul messaggio leghista di eterno conflitto tra nord e sud (dove il sud è sempre più a sud), si spalma sulla pancia per imprimersi nelle emozioni, ed è chiaro che in momenti di crisi di consenso sono questi i frame da inseguire, anziché armarsi di coraggio per affrontare scontri e fatiche quotidiane. Però, a prova dell’identità  mantenuta sul piano sociale, il sindaco Daoli non ha perso voti nelle elezioni amministrative del 2009, a fronte di comuni con tassi d’immigrazione più bassi che sono andati alla Lega. Strano ma vero. L’esperienza nella scuola non è altro che un’idea del mondo e non va disgiunta dalle persone.
«La mancanza di risorse non deve colpire i singoli bimbi», aggiunge ancora, specificando che Novellara era tra i primi luoghi a inserire alunni con handicap nelle classi normali, e ora sta sperimentando un modello interculturale che spera possa essere presto esteso ad altre scuole. Per migliorarlo, il sindaco è andato in Canada. Come mai? Era rimasto incuriosito da una lettera sulla Repubblica in cui Irene Zerbini, giornalista italo-canadese tornata a vivere in Italia, raccontava dei suoi figli in età  scolastica, i quali erano meravigliati di ritrovarsi in una scuola di soli bambini italiani e bianchi e le avevano chiesto, come mai ci fossero solo loro e che cosa ne avessero fatto di tutti gli altri… Dopo aver contattato la stessa Zerbini, assieme a Anna Vanzi, pegagosita del Progettinfanzia e Carlos Basilone, producer di documentari, Daoli ha voluto condurre in prima persona una ricerca nelle scuole di Toronto, città  più cosmopolita dalla politica più progressista: su tre milioni di abitanti 1,8 sono originari di altri paesi e il processo di integrazione viene portato avanti da trent’anni, considerando la scuola come snodo centrale per creare una società  multilingue in cui tutte le culture sono rispettate. Una tutela inserita nella costituzione da Pierre Eliott Trudeau, primo ministro negli anni ottanta, grazie alla quale si è creata una società  pacifica in cui all’acquisizione della cittadinanza (dopo due anni e mezzo di residenza) si affianca una valorizzazione della differenza vista come risorsa e non come limite in un mondo sempre più globalizzato.
Il video Scuole senza confini, tra visite a diversi istituti con interviste a insegnanti, pedagogisti e politici, spiega a più voci che un contesto plurilingue crea maggiore apertura mentale verso altre lingue e a livello cognitivo verso altre discipline. Lontani anni luce dalla filosofia delle classi differenziate, gli insegnanti canadesi prendono spunto dalla motivazione e la voglia di comunicare con gli altri per far leva sull’apprendimento della lingua. Ci sono per lo più insegnanti bilingui (quasi sempre a loro volta ex-immigrati) che affiancano il programma base di studio per condurre la full immersion nella lingua inglese (Toronto è nell’Ontario, la parte anglofona del Canada), ma non si dimentica la prima lingua dei relativi alunni che diventa patrimonio di tutta la classe. Nel caso di nuovi arrivi (e sono continui durante l’intero anno scolastico), i punti accoglienza (con cartelli in varie lingue) stabiliscono grado di apprendimento e livello di inserimento, dove contano le competenze nelle discipline e non le competenze linguistiche. Assieme ai conduttori della ricerca, entriamo in scuole di diverso livello, e dappertutto si stimolano gli alunni a conservare la propria lingua madre come sistema di riferimento base dell’espressione verbale e di comunicazione con la famiglia, offrendo anche numerosi libri bilingui in quelle più diffuse (cinese, hindi, spagnolo, ecc).
Il primo fattore nelle scuole è quello di creare la consapevolezza dell’agire collettivo, di qui l’interesse degli alunni a imparare con mezzi anche ludici la lingua, dai comunicatori visivi a quelli teatrali. Il fatto di mantenere la prima lingua, ossia la lingua madre, è conveniente per un modello di società  plurale anche a livello economico, e in Canada pure i governi di destra non sono tornati indietro sui diritti civili acquisiti. Per esempio ci sono notiziari in ben 32 lingue diverse, e il rispetto e l’accoglienza generali contribuiscono a una larga convenienza collettiva. È l’intero sistema che lavora verso l’integrazione, dai politici ai professori, dai genitori ai ragazzi e alle ragazze, dove l’accoglienza dei nuovi arrivati prevede percorsi di cura delle persone senza porli subito di fronte alla scelta tra una o l’altra lingua. Il video e le testimonianze sono state accolte con calorosi applausi dalla platea affollata, segno che la strada è quella giusta e una società  plurale anche in Italia appare possibile. «Occorrono politiche serie di sostegno capaci di fare sistema in rete con le altre città  e risposte coerenti con la migliore pedagogia espressa nel nostro paese», conclude il sindaco, convinto di riuscire a traguardare questi obiettivi.

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