P3 e rapporti con i clan Carboni indagato a Napoli per l’affare Cosentino

NAPOLI – Il caso P3 irrompe nell’inchiesta sulle presunte collusioni con la camorra dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino. Dopo l’imprenditore Arcangelo Martino, nel fascicolo della Procura di Napoli entrano gli altri due protagonisti dell’indagine romana che sta facendo tremare i palazzi del potere. I pm Giuseppe Narducci e Alessandro Milita, che ieri hanno interrogato per quattro ore Martino nel carcere di Poggioreale, hanno iscritto nel registro degli indagati per concorso in associazione camorristica anche Pasquale Lombardi e Flavio Carboni.
Al centro di questo delicato snodo investigativo ci sono le pressioni esercitate per influenzare l’iter del ricorso presentato in Cassazione contro l’ordinanza cautelare emessa all’indirizzo dell’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, sospettato di legami con il clan dei Casalesi. Intervento poi non andato a buon fine, perché il ricorso fu respinto dalla Suprema corte. Ma la circostanza, captata dalle intercettazioni realizzate nel corso dell’indagine di Roma, ha indotto la Procura napoletana a ipotizzare per Martino, Lombardi e Carboni il concorso nello stesso reato contestato a Cosentino.
Assistito dall’avvocato Giuseppe De Angelis, Martino ha risposto ieri alle domande dei pm Narducci e Milita. L’imprenditore, che negli anni ’90 è stato anche assessore socialista all’Annona, si è mantenuto sulle posizioni già  messe a verbale nei giorni scorsi. E ha ribadito che era Lombardi, geometra e giudice tributario, a curare i rapporti con i magistrati. Andò così, ha aggiunto, anche per il ricorso contro l’arresto di Cosentino, chiesto dalla Procura, disposto dal gip, confermato in Cassazione ma non autorizzato dal Parlamento. Nei prossimi giorni i pm Narducci e Milita interrogheranno Lombardi. Al momento gli inquirenti non sembrano invece orientati a sentire Carboni.
Martino è apparso dimagrito, provato dalla detenzione e soprattutto dalla recentissima scomparsa della moglie. Qualche giorno dopo Ferragosto, al rientro da un permesso accordatogli dal giudice per visitare la consorte che versava già  in condizioni gravissime, l’imprenditore aveva tentato il suicidio in cella annodandosi un lenzuolo al collo. L’intervento di un agente penitenziario aveva evitato il peggio. «Ho frequentato certi ambienti perché speravo di poter ottenere un incarico politico – ha detto ieri Martino durante una pausa dell’interrogatorio – ora non riesco a darmi pace perché questa leggerezza ha distrutto la mia famiglia». I suoi legali hanno chiesto la scarcerazione ai magistrati romani. La Procura aveva espresso parere favorevole agli arresti domiciliari ma il gip ha rigettato l’istanza. Ora la parola passa al Tribunale del Riesame di Roma che discuterà  il ricorso il 30 settembre prossimo.


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