Pitelli dei veleni

LA SPEZIA. Ci sono stanze nel nostro paese dove con lavoro certosino e sistematico – quando gli occhi indiscreti sono lontani – qualcuno disfa la complessa tela di Penelope. Ci sono segreti che ormai appartengono alla storia della Repubblica ed altri che ancora oggi avvelenano la nostra vita. La storia dell’immenso e strutturato traffico delle scorie tossiche e radioattive non ha un colpevole. Ha, però, migliaia di vittime, dalle coste della Calabria fino alle colline liguri, dove ogni giorno si contano nuovi casi di tumori, dove il futuro stesso dell’Italia viene sacrificato alla ragion di Stato dei traffici più oscuri. La tela fitta delle rotte dei veleni ha una capitale, non dichiarata, ma ben conosciuta. Ha un nome sublime, incredibilmente bello, il golfo dei poeti. Sono le colline quasi brutali che scendono sulla città  di La Spezia, arrivando a specchiarsi tra i cantieri navali, le basi militari, il porto. Dalla città , verso Lerici, si dipana una sorta di budello, una piccola strada che si attorciglia su Pitelli. Un nome che riporta alla storia delle navi a perdere, dei vascelli fantasma affondati nel Mediterraneo.
Pitelli è forse la più grande discarica di scorie tossiche d’Europa. Dal 1997 è anche l’unico processo sui grandi traffici di rifiuti che non è finito archiviato. È stato un procuratore venuto da un’altra regione, il Piemonte, a scoperchiare la cappa di omertà  che dagli anni ’70 schiacciava Pitelli e la città  di La Spezia. Luciano Tarditi – il pm di Asti che probabilmente sfiorò una parte della verità  sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – ha cercato di darsi una spiegazione su questo paradosso giuridico: «Fu illuminante per noi il discorso che proveniva da una persona della quale avevamo e abbiamo la massima stima, il dottor Franz: “Se lavorate voi da fuori, è molto meglio”», spiegò in una commissione parlamentare pochi anni fa. Perché dietro i veleni di Pitelli si nascondono patti che nessuno può raccontare, gruppi di pressione talmente forti da condizionare interi pezzi delle istituzioni. Le indagini partirono quasi per caso, quando Tarditi stava indagando su un traffico di rifiuti nella zona di Asti. Seguendo le rotte delle scorie scoprì il ruolo che la collina di Pitelli svolgeva nella vasta rete dei monnezzari italiani ed europei. Indagò sul dominus di quella discarica, Orazio Duvia, trovando la contabilità  in nero che per decenni aveva alimentato la politica complice, silenziosa, connivente della città . Una rete di legami che partiva dal gruppo Duvia e che non risparmiava nessuno, neanche l’allora partito comunista.
Il peso di quella discarica incastonata nella collina di Pitelli risultò chiaro quando il Corpo forestale dello Stato e i periti entrarono nella zona dove funzionavano i bruciatori, tra i piazzali dove venivano accumulati i bidoni, in mezzo ai campi intrisi di sostanze pericolosissime. Basta un nome per fare accapponare la pelle: tra il 1983 e il 1985 – si legge sull’ordinanza di rinvio a giudizio dei gestori della discarica – furono sversate «sostanze chimiche di laboratorio, provenienti dalla ditta Union Carbide Unisil Spa di Termoli». La stessa società  che a Bophal, in India, uccise 2.259 persone, nel 1984. E poi solventi organici delle industrie farmaceutiche, ceneri delle centrali Enel, amianto della Nuova Sacelit, fanghi di risulta, polveri di abbattimento dei fumi, ceneri pesanti degli inceneritori, fanghi organici e rifiuti speciali vari, pulper, toner esausti e – probabilmente – diossine arrivate da Seveso. Una lista infinita e parziale, perché ci sono aree dove nessuno riuscì a verificare quello che era stato sversato.
Il pm Luciano Tarditi aveva ben chiaro il peso di quell’inchiesta. «Dobbiamo ricordarci che quella zona ha un alto valore strategico e militare», raccontò durante un’audizione davanti a una delle tante commissioni parlamentari che hanno indagato sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e sul traffico di rifiuti. È il contesto di Pitelli, la sua posizione geografica, la fitta rete di tunnel e bunker di origine militare che la collegano con la Marina a far capire che questa non è una storia qualsiasi di veleni e criminali. «Fu segnalata – racconta Tarditi – la presenza di numerose gallerie. La fonte ci disse chiaro e tondo che si trattava di tunnel di collegamento fra le polveriere della Marina, risalenti al periodo bellico, che contenevano (…) in particolare nervini radianti». Una vicinanza tra la gestione della discarica e la Marina militare che ancora oggi pone non pochi interrogativi: «Nel libro paga di Orazio Duvia – spiegò il magistrato davanti alla commissione parlamentare sui rifiuti – figuravano ufficiali ed esponenti della Marina e lo stesso Duvia gestiva lo sgombero degli Rsu dall’arsenale».
Tra le carte che passarono sulla scrivania della Procura di Asti in un’altra inchiesta sul traffico di rifiuti verso la Somalia c’era, tra l’altro, un rapporto pesante, firmato da ufficiali della Direzione investigativa antimafia di Genova. Anche in questo caso la città  di La Spezia, con le sue reti invisibili di complicità , era al centro dell’attenzione: «È chiaro il ruolo dei massoni spezzini quali mittenti di materiale bellico nell’area del corno d’Africa-Somalia», scrivevano il 19 maggio del 1997 gli investigatori della Dia. Nel rapporto erano poi analizzate le informazioni confidenziali provenienti dalla Somalia, con i punti di interramento delle scorie nucleari, i dettagli dello scambio immondo tra aree destinate a contenere i rifiuti e le armi del nostro made in Italy. Traffici che ruotavano attorno a La Spezia, tra le fabbriche d’armi, i cantieri navali, i moli riservati e i veleni di Pitelli.
La Spezia era anche la meta finale dell’ultimo viaggio del capitano di vascello Natale De Grazia, morto, forse avvelenato, il 13 dicembre del 1995. Era nel porto sovrastato dalla collina dei poeti che si nascondeva – e ancora si nasconde – la chiave per capire che fine hanno fatto decine di navi sparite in mare, probabilmente cariche di scorie. Da La Spezia partì la Jolly Rosso della compagnia Ignazio Messina, diretta a Beirut per recuperare i fusti tossici inviati in Libano dalla Jelly Wax, società  protagonista dei viaggi dei veleni verso l’Africa e l’America Latina negli anni ’80. Ed è sempre da La Spezia che la stessa nave, dopo aver cambiato nome in Rosso, ripartì dopo più di un anno, per poi spiaggiarsi vicino ad Amantea. Una nave che il Sismi teneva sotto costante controllo fin dal 1988 – come si può leggere nei rapporti firmati dall’agente Ettore, pubblicati nei mesi scorsi nel libro Avvelenati dei giornalisti calabresi Giuseppe Baldessarro e Manuela Iatì – e finita nell’inchiesta del capitano De Grazia. Un caso, quello della Rosso, archiviato nel maggio dello scorso anno, come gran parte dei processi sulle navi e sulle rotte dei veleni.
Le udienze di primo grado per Pitelli sono riprese lunedì scorso davanti al Tribunale di La Spezia. La sentenza dovrebbe arrivare entro la fine di quest’anno. Gran parte dei testimoni – ex lavoratori della discarica – durante il processo spesso si sono tirati indietro, forse seguendo suggeritori interessati. Nessuno parla a La Spezia di quello che accade dove difficilmente lo sguardo troppo indiscreto della stampa può arrivare. Nessuno racconta quello che oggi avviene nel Porto, tra le gru che caricano i container, sui moli dove arrivano le navi con le bandiere degli stati più improbabili. Qualche giorno fa qui è morto un portuale, una delle tante morti bianche dei nostri porti. Al sit-in organizzato dal Prc c’erano appena una ventina di persone: nessun sindacato, nessun lavoratore. Non c’è la forza storica dei camalli di Genova, il porto è gestito da decine di piccole aziende dove spesso i diritti non valgono nulla.
Quella che appare nel processo in corso è probabilmente solo una piccola parte della verità . Fonti confidenziali – che mai hanno avuto il coraggio di deporre davanti ai magistrati – hanno raccontato di una vera e propria seconda Pitelli, nascosta nelle gallerie militari: «Qui si nascondono i peggiori veleni, come le armi chimiche dismesse». Voci, solo voci, sospetti che mai nessuno ha potuto andare a verificare, anche perché a chi svolgeva l’inchiesta venne opposto il segreto milit


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