“Sakineh, lapidazione sospesa” ora l’Iran riesamina la sentenza

Il regime cede alle pressioni. “Ma è ancora in pericolo”    

ROSALBA CASTELLETTI - la Repubblica Sergio Segio • 9/9/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 217 Viste

Le firme in coda agli appelli per la liberazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la vedova quarantatreenne condannata alla lapidazione in Iran per adulterio e concorso in omicidio, continuano ad allungarsi e il Parlamento europeo ha da poco approvato all’unanimità  una risoluzione per chiedere a Teheran di riesaminare il caso quando il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Ramin Mehmanparast precisa: «La sentenza sul caso d’adulterio è stata sospesa ed è di nuovo sotto esame, mentre la sentenza sul concorso in omicidio è sotto inchiesta». Lo fa in diretta, intervistato da Press Tv. Parla in farsi, ma un doppiatore traduce in inglese. Certo, non dice nulla di nuovo: la sospensione dell’esecuzione era stata annunciata ufficialmente già  il 9 luglio scorso e poi più volte ribadita e già  il 28 agosto lo stesso Mehmanparast aveva detto che «la sentenza era sotto esame». E certo anche stavolta non mancano le stoccate all’Occidente come l’accusa di voler «sfruttare e politicizzare» il caso di Sakineh per «fare pressioni sul programma nucleare». Ma la scelta di parlare all’emittente ufficiale iraniana in lingua inglese, all’indomani delle nuove prese di posizione nette di Ue, Italia e Francia, non pare casuale. Messo alle strette dalla persistente mobilitazione internazionale, a cui in serata si associano anche gli Stati Uniti, l’Iran sembra voler mandare un messaggio distensivo a quei Paesi occidentali mobilitatisi per Sakineh con appelli e manifestazioni che egli stesso martedì aveva invitato a non trasformare in una «questione di diritti umani» il caso di «un’adultera e assassina».
E hanno sempre l’obiettivo se non di rassicurare, di rimestare le acque, le dichiarazioni all’agenzia Fars di Vahid Kazemzadeh, membro della Commissione dei diritti dell’uomo islamico che dipende dal capo dell’Autorità  giudiziaria iraniana: dice di avere incontrato Sakineh nel carcere di Tabriz, che la donna «incontra tutte le settimane la famiglia e i figli Farideh e Sajjad» e che non è stata sottoposta a torture né tantomeno frustrata una seconda volta. In sostanza smentisce il figlio ventiduenne della donna che lunedì aveva denunciato la pena supplementare subita dalla madre e le visite negate. E poi scredita anche l’ex avvocato di Sakineh Mohammad Mostafaei: «Pubblica senza il suo consenso informazioni che la disonorano», ma «non l’ha mai incontrata».
Difficile districarsi tra le dichiarazioni contraddittorie. Quel che resta – al di là  di quelli che gli attivisti iraniani definiscono «i giochetti di una nauseante propaganda» – è che Sakineh rischia ancora la lapidazione: l’esecuzione è stata sospesa, non cancellata, e solo la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha il potere di concedere una grazia. «La novità  importante è che il regime iraniano, grazie alla pressione internazionale, si sia piegato a fornire elementi sulla sorte di Sakineh», commenta il portavoce di Iran Human Rights, Mahmud Amiry-Moghaddam. Ma, come ricorda un altro attivista iraniano, Ahmad Fatemi del Comitato internazionale contro la lapidazione, per una Sakineh il cui volto campeggia su numerose piazze italiane e il cui nome viene scandito durante le manifestazioni ci sono almeno altre 14 donne iraniane senza nome e senza volto per l’Occidente su cui pende la stessa sorte.

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