Saperi comuni

by Sergio Segio | 11 Settembre 2010 15:25

La scienza deve essere aperta, accessibile e non soggetta a brevetti e copyright che limitino la diffusione dei saperi e il riutilizzo di dati e conoscenze. E dopo l’ondata di scontri legali, politici e sociali che hanno accompagnato l’ingresso delle imprese nella ricerca universitaria e l’uso crescente dei diritti di proprietà  intellettuale come i brevetti, alla scienza serve «un nuovo contratto con la società ». È questo il sottotitolo della prima edizione dell’Open Science Summit, un convegno che si è tenuto recentemente all’Università  di Berkeley. Sotto il segno della scienza aperta si sono riuniti nel campus universitario scienziati, ricercatori, imprenditori, associazioni no-profit ed esperti di politiche della scienza. Lì hanno discusso le strategie e le possibili evoluzioni del movimento per l’accesso al sapere scientifico.
Cos’è la scienza aperta? Nel corso del convegno si è cercato di darne una definizione, e la prima è venuta da Jason Hoyt di Mendeley: un sistema di condivisione e scambio di articoli scientifici. La scienza è aperta quando è «a disposizione di chiunque al mondo per farne ciò che vuole senza alcuna restrizione». A raffinare questa posizione è intervenuta Victoria Stodden, esperta di policy della scienza che lavora all’università  di Yale. Secondo Stodden «se oltre agli articoli e ai risultati di ricerca non si condividono i dati e i codici, non si sta facendo vera scienza aperta». La sua proposta è di puntare sulla riproducibilità , cioè su uno standard di pubblicazione che includa metodi di analisi, dati grezzi, protocolli sperimentali e che permetta a qualunque ricercatore di riprodurre l’esperimento di un collega. E questo «non è nulla di nuovo, è quello che uno scienziato dovrebbe fare. Non stiamo rinnovando il contratto sociale della scienza, ma stiamo tornando al metodo scientifico che abbiamo visto all’opera per centinaia di anni». C’è però un problema culturale: la «crisi di credibilità  della scienza», dovuta, per molti dei relatori presenti al summit, alla difficoltà  dei ricercatori ad adattarsi ai nuovi strumenti forniti dalla rete.
La reputazione in gioco
Da dove verrà  questo adattamento culturale a nuovi modelli di innovazione aperti, in cui lo scambio di informazioni e dati in rete permette collaborazione a distanza o tra numeri enormi di persone (come accade in tutti i sistemi di cooperazione online, da Wikipedia a Linux)? Secondo diversi partecipanti, non è scontato che le innovazioni verranno dalle nuove generazioni di ricercatori universitari, troppo legati agli obiettivi di una carriera sempre più precaria e organizzata attorno alle modalità  del passato. Eppure, dice ancora Stodden, «i giovani crescono in una cultura in cui tutto viene condiviso online. Il ruolo dei vecchi leader dovrebbe essere proprio quello di immaginare come permettere loro di essere open come vorrebbero», cioè di forgiare nuovi strumenti legali e sociali per la scienza aperta ed evitare loro la «crisi esistenziale» che vivono quando passano da un mondo in cui tutto è condiviso, su Facebook per esempio, a uno in cui il sapere resta privato o segreto.
Anche Michael Neilsen, ricercatore e blogger, sostiene la necessità  di «un mutamento culturale che premi la condivisione delle ricerche» dato che oggi gli incentivi che mandano avanti il lavoro di uno scienziato (pubblicare in riviste scientifiche) impediscono di adottare nuove tecnologie e soluzioni. «Gli scienziati sono incentivati a svelare le loro scoperta in vecchia media. La prima rivoluzione nella pubblicazione scientifica sta ostacolando la nascita della seconda». Infatti, quando uno scienziato condivide i risultati in riviste sta rivelando informazioni ai colleghi in cambio di una ricompensa in termini di reputazione. «Invece, quando contribuiamo a un wiki stiamo cedendo qualcosa senza avere reputazione in cambio». Ci vuole quindi un nuovo sistema per distribuire vantaggi agli scienziati che decidono di condividere le loro conoscenze online in modo aperto.
Le implicazioni positive di un nuovo modello di scienza aperta sarebbero scontate. Secondo Tim Hubbard di Sanger, l’istituto di ricerca genomica della fondazione Wellcome Trust, 30 anni dopo il Bayh-Dole Act, la legge del 1980 che spinse le università  americane a brevettare sempre di più, i risultati sono tutti negativi. «Solo una frazione minima dei ricavi delle università  viene dai brevetti, che spesso non riescono a pagare neppure le spese sostenute dagli uffici per il trasferimetno tecnologico, che si occupano di scegliere soluzioni di proprietà  intellettuale per i ricercatori dell’università . I brevetti rappresentano un ostacolo alla ricerca e un cambio culturale negativo: l’accademia agisce sempre di più come un’impresa». Eppure proprio l’impresa era al centro del dibattito al Summit di Berkeley. per Drew Endy, famoso biotecnologo di Stanford, «nei prossimi 15-30 anni vedremmo sviluppi interessanti all’intersezione tra il modello del software libero e la scienza», e sia aziende sia singoli individui potranno portare a termine innovazioni importanti. Proviamo a guardare anche al di fuori delle mura dell’università .
A Berkeley (vedi articolo a fianco) la parte del leone era rappresentata da piccole imprese, startup farmacautiche che usano modelli di innovazione open source, fondazioni e no-profit pronte a sperimentare nuove vie per diffondare i saperi scientifici, modelli di raccolta fondi in crowdsourcing (migliaia di piccole donazioni private organizzate in rete). In altri terminim, si punta sull’imprenditoria sociale per sviluppare una cura per il cancro o per le malattie rare, la medicina personalizzata e la soluzione al problema dei carburanti di origine fossile. Infine, la scienza aperta non va intesa solo come circolazione libera di informazioni all’interno della comunità  scientifica.
La biologia fai-da-te
Un’importante parte del nuovo movimento per la open science è composta da uomini e donne che fanno ricerca e innovazione nei loro garage o cantine. In perfetto stile californiano, come testimonia la storia del personal computer, nato nei garage degli hacker californiani, a Berkeley sono stati presentati diversi movimenti ed esperienze di scienza amatoriale. Il più noto è «DIYbio», biologia fai-da-te, ma si possono citare anche il movimento crescente dei laboratori comunitari che mettono a disposizione di chiunque gli strumenti di base per la biotecnologia. Accesso aperto quindi non solo a più scienziati, senza pagare i diritti di un brevetto, ma anche a chi non ha i titoli per fare scienza nelle istituzioni. Anche se ora da questi movimenti non stanno venendo vere innovazioni, la loro domanda di strumenti accessibili, modificabili e a basso costo, e la loro radicale richiesta di fare ricerca al di fuori delle mura dei laboratori sta sollevando una importante e animata discussione sulle frontiere della scienza e sulla partecipazione dei cittadini non solo alle decisioni ma anche alle pratiche della ricerca contemporanea.
Quello che è mancato, in una conferenza altrimenti densa di proposte e molto articolata, è stata però proprio la riflessione sul contratto sociale della scienza. Le implicazioni economiche e sociali positive della circolazione open source delle conoscenze e dei dati scientifici sono prese spesso come un dato di fatto. Il problema dell’appropriazione del valore prodotto tramite le conoscenze scientifiche da parte delle imprese e quello del rapporto con le persone che producono sapere dal basso, in rete, senza essere retribuite seppure contribuiscano a quello che è ormai a tutti gli effetti un nuovo modello di business, non erano temi all’ordine del giorno.

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