Sicilia, maxisequestro contro il re dell’eolico

TRAPANI – Il Financial Times lo definì il «signore del vento». Vito Nicastri, il re degli impianti eolici da Roma in giù, non sarebbe però un self made man: l’elettricista di Alcamo che negli anni Ottanta piazzava impianti solari porta a porta avrebbe fatto il grande salto imprenditoriale grazie al sostegno di Cosa nostra e del suo ultimo grande latitante, Matteo Messina Denaro. Le indagini della Dia hanno portato il tribunale per le Misure di prevenzione di Trapani a sequestrare il patrimonio di Nicastri. Vale un miliardo e mezzo di euro ed è distribuito in 43 società  di capitali che si occupano principalmente di eolico e fotovoltaico, anche con partecipazioni estere. I sigilli sono scattati pure per ville e terreni, fra la Sicilia e la Calabria, per auto di lusso e persino per un catamarano di 14 metri, ancorato al porticciolo turistico di Castellammare del Golfo.
«Si tratta del sequestro in assoluto più consistente mai operato in applicazione della normativa antimafia», dice il direttore della Dia, il generale dei carabinieri Antonio Girone, che ha firmato la proposta di misura patrimoniale. Nicastri era quello che in gergo si chiama lo «sviluppatore»: realizzava e vendeva, chiavi in mano, parchi eolici, con ricavi milionari. Da Trapani a Messina, da Enna a Catania, il cinquantatreenne imprenditore di Alcamo avrebbe potuto contare sulla protezione di Cosa nostra. Il pentito Giuseppe Ferro racconta che i boss della sua città  intervennero in maniera vigorosa dopo la prima disavventura giudiziaria dell’imprenditore: era il 1994, Nicastri aveva deciso di collaborare con i magistrati di Palermo, svelando per la prima volta il sistema delle mazzette attorno ai parchi eolici. Le sue dichiarazioni su tre miliardi di vecchie lire pagati ad esponenti del Psi gli evitarono il carcere. Ma dopo il patteggiamento a un anno e sei mesi, nessun imprenditore, nessun politico siciliano voleva più lavorare con il «pentito» Nicastri. Anche i boss mafiosi non avevano molto approvato quella scelta di parlare con i giudici. Ma, alla fine, sarebbero stati più forti gli affari che il manager dell’eolico era tornato a proporre: «”Stai tranquillo”, gli feci sapere – ricorda il pentito Ferro – e andai da Leoluca Bagarella. Gli dissi: “A me questo mi può servire”». Da allora, Nicastri avrebbe proseguito la sua ascesa senza più ostacoli, non mancando di essere riconoscente nei confronti dei mafiosi, e persino degli uomini dell’Ndrangheta, questo ha appurato la Dia.
Adesso, è caccia ai fondi neri di Nicastri a Montecarlo. Forse nascondono altre mazzette ai politici. Le indagini della Procura diretta da Francesco Messineo proseguono. Il re dell’eolico è al momento libero: nel novembre scorso, era finito in carcere nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Avellino sull’ennesima truffa attorno ai finanziamenti pubblici.


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