Una strage di notizie

Due giornalisti uccisi in ventiquattro ore in Iraq. Mercoledì Sabah al Khayat, un presentatore della televisione satellitare al Mosuliyah, è stato freddato davanti alla sua casa di Mosul mentre stava andando al lavoro. Presentava un programma sulle moschee. Il giorno prima, Riad al Saray, noto presentatore di programmi religiosi e politici della tv di stato al Iraqiya è stato ucciso a Baghdad. I giornalisti sarebbero la nuova categoria entrata nel mirino di al Qaeda, dopo quella dei giudici che nel mese di agosto avevano subito ben 12 assassinii.
I due giornalisti uccisi dopo il ritiro degli americani si vanno ad aggiungere ai 230 assassinati durante l’occupazione. A fare il bilancio dei sette anni di guerra in Iraq – il più sanguinoso per i giornalisti dopo la seconda guerra mondiale – è Reporters sans frontieres in collaborazione con il loro partner iracheno, Osservatorio per la libertà  di stampa in Iraq (Jfo). I giornalisti uccisi in Iraq rappresentano un record se paragonati a quelli che hanno perso la vita in altri conflitti sanguinosi: 63 gli operatori dell’informazione uccisi in vent’anni di guerra in Vietnam, 49 nei Balcani tra il 1991 e 1995, 77 in Algeria tra il 1993 e il 1996. Si tratta di una vera e propria ecatombe. Eppure la fine del regime di Saddam Hussein avrebbe dovuto segnare l’inizio della libertà  di espressione e il fiorire dei media, fino ad allora strettamente controllati. In effetti cominciano ad apparire nuovi mezzi di informazione, innanzitutto la rete di Iraqi media network (una tv, due radio e il giornale al Sabah) creata e finanziata dagli Usa.
Ma la libertà  di stampa risulta fin da subito poco gradita agli americani. Non avevano ancora occupato la capitale quando, l’8 aprile del 2003, sparando da un carro armato appostato su un ponte sul Tigri contro l’hotel Palestine, avevano ucciso due giornalisti, Taras Protsyuk della Reuters e José Couso di Telecinco. Il 19 aprile viene ucciso sempre dagli americani Tarek Ayyoub di al Jazeera, davanti alla sede della televisione del Qatar, che entrerà  subito nella lista dei «media ostili» accusati di attizzare i sentimenti anti-americani della popolazione. Infatti, nel giugno del 2003, il proconsole Usa Paul Bremer con il decreto numero 7 designa il comandante delle forze della coalizione come «istanza di sorveglianza dei media». Che si estende dai giornalisti «embedded» a tutti i media operanti in Iraq. Fino al giugno del 2004 (quando Allawi diventa primo ministro ad interim) la coalizione si arroga anche il diritto di giudicare e condannare i giornalisti. L’atteggiamento nei confronti della stampa non cambierà  con Allawi, soprattutto nei confronti di al Jazeera, che dall’agosto del 2004 è stata espulsa dal paese per «incitamento alla violenza e alla sedizione» anche se continua a trasmettere dall’Iraq attraverso i corrispondenti. Nemmeno il suo successore al Maliki si mostra tenero. Il 5 novembre 2006 viene chiusa la tv sunnita al Zawra al Salah Eddin per aver trasmesso immagini di manifestanti con i ritratti di Saddam che protestavano contro la sua condanna a morte.
Violenza, repressione, sequestri, detenzioni hanno impedito il lavoro dei giornalisti negli ultimi sette anni. Dei 230 professionisti dell’informazione (172 giornalisti) uccisi, precisa il rapporto di Rsf, l’87 per cento erano iracheni. I giornalisti stranieri sono stati quasi tutti uccisi nei primi tempi del conflitto (2003-2004), successivamente hanno lasciato il paese e il compito (e il rischio) di informare è rimasto nelle mani degli iracheni che hanno pagato un prezzo altissimo.
I responsabili dell’assassinio dei giornalisti (tutti impuniti), sempre secondo il rapporto, sono stati per l’83 per cento gruppi armati non identificati, il 9 per cento soldati americani, il 5 per cento gruppi islamisti e il 3 per cento militari iracheni.
Se il numero dei morti costituisce il dato più impressionante, non è l’unico a caratterizzare la violenza contro i giornalisti durante i sette anni di occupazione americana. Un altro record è costituito dal numero dei giornalisti e loro collaboratori sequestrati: 93, di cui 47 liberati, 32 uccisi (tra i quali Enzo Baldoni) e 14 scomparsi.
Uccisi, scomparsi, sequestrati e imprigionati. Sospettati di collaborare con l’insurrezione irachena, l’arresto di giornalisti iracheni era di routine, non occorrevano accuse specifiche e non c’erano limiti alle detenzioni in violazione di tutte le convenzioni internazionali. Impossibile avere dati precisi sui giornalisti arrestati dagli americani, ma nel gennaio del 2006 il centro di detenzione di Camp Bucca, nel sud dell’Iraq tra Bassora e Um Qasr, si era trasformato nella più grande prigione per giornalisti di tutto il Medioriente.


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