Unicredit, Bossi cambia bersaglio “Dobbiamo difenderci dai tedeschi”

MILANO – Profumo ha sgombrato il campo, anche grazie alla campagna scatenata dagli amministratori locali leghisti. Ma Umberto Bossi adesso sembra tirare un colpo di freno. O, quantomeno, cambiare bersaglio. E così, all’indomani del divorzio, il Senatùr dice di disapprovare le «dimissioni al buio di Profumo, perché bisognava prima trovare un sostituto, quando ci sono di mezzo i soldi meglio non rischiare». Ma, soprattutto, indica la prossima battaglia, con un caldissimo invito alle fondazioni bancarie: «Ci devono difendere dai tedeschi».
È un chiaro riferimento all’alleanza che le fondazioni hanno stretto con i partner europei per limitare la presenza dei libici nel capitale di Unicredit. È andata come è andata, ma adesso non si deve passare dalla padella (libica) alla brace (tedesca). «Avevo paura – spiega il leader della Lega – che la Germania potesse mettere le mani sulla banca, ma poi ho visto che non hanno i numeri». E a contare ora sono «i numeri, più che i soldi». In ogni caso, è meglio stare all’erta, e il compito di «riorganizzare la difesa» Bossi lo assegna a Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo, ma anche di Acri, l’associazione delle fondazioni: «Se c’è un minimo di intelligenza da parte delle fondazioni, i tedeschi non ce la possono fare a portarsi via la banca».
Se non è guerra, poco ci manca. Ma così si deve fare, anche perché i libici ora è meglio lasciarli stare, considerati i loro rapporti con Berlusconi. Meglio anche non tirare troppo la corda con Tremonti, che della cacciata di Profumo non è certo entusiasta. Non a caso ieri il leghista Giancarlo Giorgetti ha escluso in un’intervista che la Lega abbia lavorato per il licenziamento dell’ad: «Noi non c’entriamo, il caso di Profumo nasce e finisce dentro al cda di Unicredit». E tanto basta a spiegare perché il capo della Lega adesso senta il bisogno di spostare il tiro. Negando tra l’altro con decisione di aver litigato con Tremonti: «Sono cose fantasiose».
Sull’affaire Unicredit, ecco l’avvertimento di Romano Prodi. «La politica deve stare fuori dalle banche», dice l’ex premier a Radio 24, «nessuno del Pd ha mai dettato niente né chiesto alcunché ad Alessandro Profumo». Poi l’ex premier entra in aperta polemica con la Lega: «Se torniamo al discorso di Verona e Padova, dove si vuole comandare e nominare i consiglieri, siamo alla solita, vecchia tragedia italiana; singolare che l’ingerenza arrivi proprio da Verona, da coloro che allora inveivano contro la prepotenza politica nelle istituzioni economiche». Non è solo a Flavio Tosi, sindaco leghista della città  scaligera, che fischiano le orecchie. L’obiettivo è soprattutto Bossi, che sostiene una strategia di massima penetrazione del movimento nelle banche. E i timori per la presenza dei libici in Unicredit? «Tanto rumore per nulla, se una banca è multinazionale questo non comporta alcun problema».
Interviene anche il leader del Pd Bersani, e non solo per negare che Profumo voglia scende in politica, magari da “Papa straniero”: «Per quel che lo conosco, non mi è mai sembrato intenzionato». E su Unicredit: «La più grande azienda finanziaria che finisce un po’ vittima di politiche locali e di poteri economici che vogliono avere più garanzie sul controllo dell’azionariato».


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