Ahmadinejad: pietre contro Israele

GERUSALEMME – «Come un grande latifondista che va ad ispezionare i suoi possedimenti», così Mahmud Ahmadinedjad si accinge il 13 e 14 ottobre prossimi a recarsi in Libano. E’ questo il parallelismo cui è ricorso il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, per descrivere dal punto di vista dello stato ebraico l’imminente visita del presidente iraniano a Beirut. Una visita che lo stesso portavoce, fuor di metafora, ha definito «inquietante e destabilizzante».
È dal 2003 che un leader iraniano non va in Libano, dove la minoranza sciita, riunita sotto le bandiere del partito di Dio (Hezbollah), gode di grande influenza politica e di notevole forza militare. Allora, nel 2003, fu Mohammed Khatami a riaffermare il legame, innanzitutto religioso, ma non solo, tra Teheran è gli sciiti libanesi. Oggi è quello stesso Ahmadinedjad che col suo programma nucleare sfida la comunità  internazionale e va vaticinando la cancellazione d’Israele dalle mappe. Un’ostilità , quella nei confronti dello Stato ebraico pienamente condivisa dagli Hezbollah che sulla “resistenza” contro Israele hanno fondato la loro ragion d’essere. Insomma, dice Ygal Palmor, ce n’è abbastanza perché la visita inquieti «tutti quelli che hanno a cuore la stabilità  del Libano e del Medio Oriente».
La preoccupazione israeliana, tuttavia, resta un atteggiamento soltanto verbale. Secondo indiscrezioni pubblicate nei giorni scorsi da un giornale libanese, il presidente iraniano dovrebbe fare una visita nel sud del paese, vale a dire la zona al confine con Israele che nell’estate del 2006 fu teatro di violenti combattimenti. Ahmadinedjad andrebbe poi alla cosiddetta “Porta di Fatima”, il tradizionale accesso in territorio libanese delle truppe israeliane, e da quel passaggio dovrebbe compiere un gesto simbolico: lanciare pietre verso il territorio israeliano. Ora, bisogna aggiungere che né la visita al Sud, né il progettato gesto simbolico hanno finora ricevuto alcuna conferma.
Tutto questo non può far passare in secondo piano la fibrillazione che la visita del leader iraniano sta provocando sulla stesa scena politica libanese, già  sottoposta a forti tensioni per tutta una serie di ragioni, non ultima le misure che il Tribunale Internazionale che indaga sull’attentato in cui venne ucciso l’ex premier Rafik Hariri si accingerebbe a prendere. Dopo aver a lungo indagato sulle complicità  di alcuni alti ufficiali libanesi con le autorità  siriane, fino a ieri sospettate del delitto, il Tribunale starebbe per chiamare in causa gli Hezbollah, i quali fanno parte del governo di unità  nazionale guidato dal Saad Hariri, il figlio dell’ex premier assassinato.
Ieri a scendere in campo contro la visita di Ahmadinedjad è stato il segretario della formazione politica uscita vincitrice alle ultime elezioni, la coalizione del 14 marzo che ha nel giovane Hariri il suo leader indiscusso. «La visita di Ahmadinedjiad è una provocazione – ha detto Fares Suaid – e un modo per dire che Beirut è sotto influenza iraniana e il Libano è una base iraniana sul Mediterraneo».


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