Calipari e il silenzio degli Stati Uniti dalle carte nuova luce sulla “trappola”

ROMA – Dei 400 mila file iracheni svelati da WikiLeaks, la nota di intelligence del 1 novembre 2005, con numero di serie (U) IIR6110052206-x000D-(SEC//REL MCFI), non servirà  a rianimare il processo per la morte di Nicola Calipari (la Cassazione ha definitivamente sancito, per “difetto di giurisdizione” del nostro Paese, l’improcedibilità  dell’accusa di omicidio nei confronti dell’uomo che lo uccise, l’ex mitragliere dell’esercito americano Mario Lozano). Arricchirà  di un ulteriore pezzo di carta l’istruttoria tutt’ora aperta della Procura di Roma sui responsabili del sequestro di Giuliana Sgrena (il Ros dei carabinieri, ieri, ha acquisito il report in rete e lo trasmetterà  domani al Procuratore aggiunto Pietro Saviotti e al sostituto Erminio Amelio). Ma, per un giorno almeno, quelle 11 righe di dispaccio che raccontano come la Toyota Corolla su cui viaggiavano Nicola Calipari e Giuliana Sgrena verso l’aeroporto di Bagdad venne indicata dai sequestratori della giornalista come “un’autobomba”, ridanno forza e legittimità  agli interrogativi sulla verità  monca della notte del 4 marzo 2005. Tornano ad ingrassare il fondato sospetto che Roma e Washington, cinque anni fa, decisero di chiudere il caso rinunciando reciprocamente alla discovery di informazioni cruciali su quanto accaduto nei giorni e nelle ore precedenti «l’azione di fuoco letale» al check-point mobile 541.
Il 30 aprile del 2005, le due commissioni di inchiesta – italiana e americana – chiusero il loro lavoro con due relazioni autonome e inconciliabili. Eppure concordi nell’isolare l’episodio del check-point 541 dal suo contesto. Sessantasette cartelle il rapporto italiano; 42 quello americano.
Scriveva Washington: la responsabilità  di quanto accaduto è in «due circostanze». La prima: «Il signor Andrea Carpani (l’agente del Sismi alla guida della Toyota ndr) guidava troppo veloce, era impegnato in troppe cose che lo distraevano, compreso guidare e contemporaneamente parlare al telefono, viaggiare su una strada bagnata, prestare l’orecchio a possibili minacce, provare a raggiungere l’aeroporto più velocemente possibile, in un’atmosfera di intensa eccitazione all’interno della macchina» (pagina 36 del rapporto conclusivo). La seconda: «Il mancato coordinamento con le forze americane (e dunque la mancata comunicazione della presenza della Sgrena sulla Toyota e del tragitto che l’auto avrebbe seguito per raggiungere l’aeroporto ndr) fu una scelta consapevole degli italiani che ritenevano il recupero dell’ostaggio questione attinente l’interesse nazionale» (pagina 42).
Scriveva Roma: Calipari muore perché la macchina su cui viaggia, «per altro a velocità  moderata», non ha neppure il tempo di realizzare di essere finita nel cono di controllo di un check-point, privo come è «di segnaletica idonea ad avvertire il traffico in arrivo» (pagina 55 del rapporto). E ancora: Calipari muore perché quel check-point «è stato disposto con carente attenzione (non è stata tracciata, tra la linea di allarme e quella di allerta, la linea di arresto)», perché i soldati che lo presidiano hanno ricevuto un «addestramento scarso» e, soprattutto, «sono carichi di «stress» dovuto all’equivoco sulla durata della loro missione» (pagina 26 e seguenti del rapporto).
La nota svelata da WikiLeaks ha dunque il pregio di restituire un briciolo di contesto a quella notte. Propone una spiegazione ragionevole (la segnalazione generica di un’autobomba in circolazione) al perché il check-point 541 venne mantenuto in posizione per un tempo incongruo e decise l’uso repentino della “forza letale”. Conferma, ammesso ce ne fosse bisogno, come uno dei presupposti del dramma fu la scelta presa a Roma dal Sismi e da Palazzo Chigi di tacere all’esercito americano le modalità  di arrivo in aeroporto della Sgrena, con la conseguenza di essere tagliati fuori dal flusso di informazioni di intelligence sul terreno (particolarmente intense, quella notte del 4 marzo, per lo spostamento via terra dell’allora ambasciatore americano a Baghdad Negroponte).
C’è di più: quel pezzo di carta – almeno se si deve stare al giudizio che oggi ne danno qualificate fonti investigative che hanno lavorato alla ricostruzione dei fatti del 4 marzo 2005, come pure a un dettaglio dell’intervista a Giuliana Sgrena che leggete in queste pagine – appare «attendibile» per almeno «tre buone ragioni», anche lì dove la “fonte” dell’intelligence, Sheik Husain, sbaglia nel dare conto del tipo di macchina su cui viaggiava la giornalista (lui parla di una Chevrolet, mentre si trattava di una Toyota). La prima: è stato accertato in questi cinque anni, dalle autorità  irachene, come dalla Procura di Roma, il ruolo cruciale svolto da Sheik Husain nel sequestro della Sgrena come in quello della francese Florence Aubenas e della giornalista americana Jill Carroll. La “fonte”, insomma, conosce ciò di cui parla. La seconda: la liberazione della Sgrena – è un fatto assodato – fu pagata con un riscatto in denaro. «Cinquecentomila dollari», secondo Husain e la nota di intelligence. «Tra 1 e 2 milioni di dollari», per quanto ha potuto accertare la Procura di Roma con una delle ultime rogatorie a Baghdad. La terza: nel sequestro, come riconosce la Sgrena, una Chevrolet potrebbe esserci stata. «Potrebbe essere la prima macchina su cui mi hanno trasportato».

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Rosa Calipari: “Sono notizie mescolate, tutte da verificare”  “Per colpa del segreto di Stato non sapremo nulla per 30 anni”    
ALBERTO CUSTODERO


ROMA – «L’unica sede seria per accertare la verità  era il processo. Purtroppo la Cassazione ha negato definitivamente la possibilità  di celebrarlo. E sulla morte di mio marito è stato posto il segreto di Stato. Come si fa allora a dire se questi frammenti di notizie sono attendibili?». I file di Wikileaks hanno riaperto una ferita dolorosa per il deputato pd Rosa Calipari, vedova dell’agente ex Sismi.
A sei anni dalla morte di suo marito ancora nessuna verità . E ora tante indiscrezioni. Cosa la fa più soffrire?
«Il fatto che debba aspettare 30 anni perché il segreto di Stato sia tolto. Ciò vuol dire che mio figlio saprà  ciò che è successo a suo padre quando avrà  42 anni. Mi sembra troppo».
Come valuta le informazioni svelate in questi giorni sul sito Internet?
«È tutto molto strano, vedo che il Pentagono non commenta, ma che le autorità  americane neppure smentiscono. Sono notizie mescolate tutte da verificare che provengono da servizi americani che, nel periodo della guerra in Iraq, non hanno certo dato prova di grande efficienza, visto che sulla base di loro errate informazioni sulla presenza di armi di distruzione di massa è stata decisa l’invasione irachena».
Quindi, crede che gli Usa abbiano sparato perché pensavano a un’autobomba?
«Non ci credo molto. Mio marito era conosciutissimo dall’intelligence Usa con la quale collaborava regolarmente. Come potevano averlo scambiato per un kamikaze quando atterrava periodicamente nell’aeroporto Usa in Iraq, aveva il badge e lo stavano aspettando ufficiali americani a 700 metri da dove gli hanno sparato? No, per me la presenza di quel posto di blocco dietro a una curva di cui nessuno aveva conoscenza rimane un mistero».

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Giuliana Sgrena: “Gli Usa non agiscono per una soffiata di Al Qaeda”  “La verità  è ancora lontana non ci spararono per errore”    
FRANCESCA CAFERRI


ROMA – Perplessità  e un po’ di delusione. Giuliana Sgrena accoglie così le rivelazioni che i documenti del Pentagono diffusi da WikiLeaks sul suo caso.
Perché delusa?
«Perché mi pare che questa nuova ricostruzione combaci più con la prima versione data dagli americani piuttosto che rivelare cose nuove: all’inizio dissero che temevano che la nostra fosse un’autobomba e che per questo avevano sparato. Sostanzialmente ora le carte riaffermano questo: io speravo che ci fossero elementi diversi. Ma per me prima di tutto è importante che si torni a parlare di Nicola Calipari».
Quali sono le sue perplessità ?
«L’indicazione di Sheik Husein come capo di Al Qaeda mi lascia perplessa: ho parlato con lui così come avevano fatto molte altre persone. Mi viene difficile pensare che un capo di Al Qaeda fosse così accessibile. E l’idea che degli americani sparino per una soffiata arrivata da un capo di Al Qaeda è discutibile».
Questa potrebbe essere l’ultima puntata dell’inchiesta sul suo sequestro e sulla morte di Nicola Calipari.
«Sì, se non usciranno altre testimonianze, e a questo punto mi pare difficile, sarà  l’ultima puntata. Rimango male perché ho sempre sperato che la verità  venisse fuori: io non cambio idea, non penso che ci abbiano sparato per errore. Ora abbiamo solo delle verità  parziali e discutibili da cui non si può dedurre con esattezza cosa è successo. Avrei sperato che nei files ancora segreti ci fosse qualcosa che aprisse una strada invece di chiuderla».
Nel documento si parla di una Chevrolet blu, lei viaggiava su una Corolla bianca: la discrepanza a suo modo inficia il racconto?
«È una stranezza, ma forse era una Chevrolet blu la prima macchina dove mi hanno trasportato. Ero bendata, non potevo vedere».


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