Finanza e debito, politiche virtuose cercasi

Se in Europa o in Italia dovessimo tentare di raccogliere la metà  di quei capitali per una riconversione industriale di cui parlava Guido Viale nelle scorse settimane non troveremmo accoglienza sui mercati finanziari. Quest’anno il debito pubblico italiano produrrà  una rendita finanziaria di quasi 80 miliardi. I possessori di titoli, cioè, incasseranno 80 miliardi di euro: il 70% andrà  all’estero e l’80% finirà  a istituzioni finanziarie. Circa il 15% delle entrate fiscali italiane serve per pagare gli interessi sul debito. Nel complesso questi interessi costituiscono la più gigantesca distribuzione del reddito a favore di pochi.
Quest’anno gli Usa ne pagheranno 413 miliardi; l’Inghilterra circa 55, il 3% del Pil; la Francia ha superato il 3% e nel 2013 arriverà  al 4.
Se allarghiamo lo sguardo sull’intero mercato finanziario scopriamo, ad esempio, che i gestori degli hedge fund, «il più redditizio affare di tuti i tempi» come lo definisce il Financial Times, sono ormai il gruppo più nutrito nelle classifiche tra i più ricchi al mondo. Nell’ultima, erano in 45 tra i primi mille. Gli esempi possono continuare, ma questi pochi numeri dovrebbero convincere dell’importanza, se non della centralità , della questione finanziaria.
Lo spostamento della divisione della ricchezza dal lavoro e dalla produzione alla finanziarizzazione è una delle componenti fondamentali degli squilibri in atto.
Sergio Marchionne che vuole fare i soldi producendo automobili sembra l’ultimo dei Mohicani. Qualche decina di impiegati dell’hedge fund di Paul Paulson fanno un profitto superiore alle decine di migliaia della Fiat. Con molta meno fatica e la prospettiva di andare in pensione prima dei quarant’anni. Anche il credito alle persone ormai costituisce un affare assai più rilevante. La sola Bank of America lo scorso anno ha realizzato 4 miliardi di utile con la gestione delle carte di credito.
Tornando all’Italia sarà  bene osservare che da tempo ormai la borghesia del nord ovest ha lasciato la fabbrica, ha capitalizzato e ha spostato i suoi interessi sulla rendita. A volte quella fondiaria, molto piu spesso quella finanziaria.
Questo vale per i grandi nomi ma anche per una infinità  di famiglie provenienti dalla ex piccola e media industria. La finanziarizzazione è stato l’approdo di gran parte della ricchezza prodotta nel secondo dopoguerra del secolo scorso.
Chi oggi è legato all’impresa si sente più uno con il cerino in mano che un protagonista. Il cambio di passo della presidentesa di Confindustria Emma Marcegaglia nelle critiche al governo coglie questo stato d’animo, reso più amaro dalla scoperta che dal duo Berlusconi-Tremonti non può venire loro più nulla.
Nella storia ci sono stati altri momenti in cui la finanza ha pagato il prezzo delle ristrutturazioni economiche. Ai tempi dell’assolutismo, quando le casse dello stato erano vuote, i regnanti organizzavano i pogrom anti ebraici e li cacciavano dal regno. In un colpo solo ci si liberava dei debiti contratti coi finanzieri ebrei e si incameravano i loro beni.
Pratica odiosa ma che contiene una lezione. Non si raddrizza la baracca senza affrontare di peso la questione principale. Politiche virtuose per la riduzione del debito non se ne vedono. Né in Italia né altrove.
Eppure occorrerebbero per almeno due buone ragioni. Oggi il mercato mondiale dei capitali travasa nelle casse degli stati già  sviluppati una mole di denaro impressionante. Tra i primi venti stati più indebitati troviamo praticamente tutto l’Ocse. Non ci sono risorse finanziarie per il resto del pianeta. In secondo luogo il deficit expanding in atto consolida solamente il sistema esistente. La riprova sono i cento miliardi di debiti realizzati in questo anno dal governo Berlusconi. Cento miliardi di nuovi debiti, nonostante i tagli alla scuola, all’università , ai comuni e senza alcun investimento. Ripensare la spesa pubblica, radicalmente, è uno dei temi in agenda per affrontare questa crisi, insieme a come rovesciare l’andamento che vede la rendita finanziaria assorbire una quota crescente della ricchezza. Speriamo che se ne possa parlare al più presto.


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