Giustizia, il premier cambia agenda leggi ad personam dopo la riforma

ROMA – Stanno lì, nelle borse di Alfano e Ghedini, pronte per essere tirate fuori al momento giusto. Sono il ventaglio delle leggine possibili per chiudere i processi del Cavaliere, o quanto meno quello che va a sentenza più presto, cioè Mills. Le parole chiave sono «breve» e «lungo», “breve” per fulminare un dibattimento, “lungo” per allungarlo nel tempo fino a garantirsi comunque la sua estinzione. Diamo un’occhiata in quelle borse. Ecco il processo breve in versione mini, scritto in modo da ridurne al massimo l’impatto sugli altri dibattimenti ed evitare (si augurano loro) il doppio stop, di Fini prima, di Napolitano poi. Incostituzionale, ovviamente, per l’evidente disparità  di trattamento tra gli imputati. Altro fascicolo: dentro c’è il taglio dei tempi di prescrizione, ma solo per gli incensurati. Ne fruirebbe subito il premier, e i suoi casi giudiziari svanirebbero. Ma anche qui è facile presagire ostacoli da Fini e da Napolitano, per l’ovvio impatto che la norma avrebbe su altre inchieste. Ancora un altro dossier, è il processo lungo, un meccanismo che Ghedini propone da più di un anno e che giace al Senato. La regola per cui il giudice «deve» accettare la lista testi degli avvocati, non può “potarla” a volontà , giusto com’è accaduto per gli elenchi che in questi anni lo stesso Ghedini ha presentato a Milano per Berlusconi. E ancora il divieto di utilizzare le sentenze passate in giudicato, come nel caso Mills. Ultimo scartafaccio, è quello sul legittimo impedimento, sulle ipotesi di adeguarlo a seconda di quale sarà , il 14 dicembre, il verdetto della Consulta. Molte le strade: togliere i ministri, cancellare l’autocertificazione della presidenza del Consiglio, ridurre l’automatismo e ridare al giudice una parte dei suoi poteri.
Sì, ma tutto questo quando? Quando le nuove norme ad personam usciranno dalle borse di Alfano e Ghedini e saranno oggetto di trattativa? Berlusconi le minaccia, parla di intercettazioni e processo breve quasi si trattasse di interventi ad horas, ma la sua vera strategia adesso è un’altra. La campagna d’autunno e d’inverno, che ha l’obiettivo di «raddrizzare la schiena alle toghe», è scandita in tre tappe: «Facciamo passare il lodo costituzionale al Senato, presentiamo la riforma costituzionale, e così rinsaldiamo l’asse con i finiani sulla giustizia». Lo dice in chiaro il Guardasigilli: «Prima la riforma costituzionale, poi il resto». E i processi? Per quelli si aspetta il verdetto della Consulta sul legittimo impedimento. Dice un autorevole fonte assai vicina al premier: «Ma chi ha detto che la Corte deve bocciarlo? Magari ci dà  ragione, oppure ci dice dove cambiarlo, e noi adegueremo la legge in quattro e quattr’otto».
Buonismo improvviso o qualcos’altro? La ragione si chiama Fini. E poi Napolitano. A palazzo Grazioli, sui processi del “capo”, si ragiona coi piedi per terra. A oggi, ci spiegano, «senza i finiani non si va da nessuna parte e Berlusconi non può cadere in Parlamento proprio sulla giustizia o su una norma per se stesso». Né può chiedere una fiducia, che potrebbe rischiare di non ottenere. Quindi tutto va contrattato prima, Alfano e Ghedini con Giulia Bongiorno, la responsabile Giustizia di Fli. Per la quale, in questo fine settimana, si lavora per garantirle la presidenza della commissione Giustizia ed evitare colpi di mano (l’auto candidatura Consolo e i franchi tiratori Pdl in chiave anti Fli). Con lei si dovranno discutere i testi. A partire dal lodo costituzionale e poi dalla riforma (carriere separate, Csm diviso, giudici civilmente responsabili). «Se il rapporto tiene, se si va avanti, dopo si discuterà  delle norme per Berlusconi».
E se il legittimo impedimento cade e i dibattimenti milanesi Mills e Mediaset riprendono? Ghedini, a quanto raccontano, è pronto a lanciarsi in un nuovo corpo a corpo con i giudici. Sostenuto pure dai sondaggi che danno un Berlusconi in ascesa quando di mezzo ci sono i suoi casi giudiziari e lo scontro con le toghe si fa diretto e riguarda proprio la sua persona. Se poi, per avventura, le elezioni fossero vicine l’effetto sarebbe di gran lunga amplificato. Ma per evitare tutto questo, da mercoledì, si riapre il tavolo della trattativa con i finiani. Come all’inizio della legislatura torneranno a discutere Ghedini e Bongiorno. Tutte e due avvocati, armati di codici, il primo intenzionato a ottenere il massimo per il suo assistito, la seconda disponibile a discutere ma solo se le norme non assomigliano alla blocca processi, alla legge bavaglio, allo stesso processo breve. Una cruna stretta, ma in cui Berlusconi sa di dover passare per forza. Perché sulla giustizia, come dicono i suoi, «d’ora in avanti o i provvedimenti sono condivisi oppure non si può rischiare la fiducia e una possibile sconfitta».


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