I mercenari restano in Afghanistan

Il cambio di rotta lo si legge nel periodo di mezzo fra agosto e oggi. All’inizio di ottobre tutto sembrava far credere che il governo di Kabul non sarebbe retrocesso di un centimetro dalla propria posizione. Karzai aveva confermato la sua precedente decisione mettendo al bando ben otto compagnie private le quali, in virtù di ciò, avrebbero dovuto lasciare l’Afghanistan entro la fine dell’anno. Contemporaneamente da Washington giungeva notizia che il Dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, aveva rinnovato il “Worldwide Protective Services Contract“, l’accordo quinquennale da 10 miliardi di dollari a favore delle compagnie di sicurezza private.

Dopo di allora il silenzio e l’imbarazzo di Kabul che tra la risolutezza contro i contractors e la debolezza nei confronti della “comunità  internazionale”, ha lasciato trascorrere un mese. Un mese per accordare la proroga e per trovare il modo migliore di non perdere la faccia. “Una commissione – ha sostenuto Kabul – stilerà  entro il 15 novembre un piano per il disimpegno delle società  private di sicurezza nel Paese. Da quella data i contractor avranno novanta giorni di tempo per lasciare l’Afghanistan“. Una dilazione voluta dagli altri, le compagnie di sicurezza sono prevalentemente statunitensi e inglesi al servizio di Usa e Nato, ma formalmente attuata dal governo della Repubblica Islamica. Marzo 2011 dovrebbe essere l’ultima data utile per attuare il piano Karzai. L’obiettivo dichiarato è quello di far acquistare maggior autorevolezza alle forze di polizia afghane, attualmente addestrate anche dai mercenari occidentali. Gli stessi pagati da Karzai per accompagnarlo durante il giorno e difendere la sua incolumità .

Il “rais di Kandahar” sembra, pertanto, al centro di due fuochi: quello popolare che, viste le numerose prevaricazioni, vorrebbe i contractor fuori dal Paese, e quello degli Usa che, nonostante le promesse di disimpegno e le denunce del loro operato, continua a ricoprirli di denaro. L’espediente trovato dal governo di Kabul per la deroga è quello della protezione dei progetti di sviluppo. Ma le Organizzazioni non governative, soggetti impegnati in prima linea in tali lavori, continuano a ribadire che “non solo la chiusura delle società  private di sicurezza non avrà  alcuna implicazione negativa sull’operato delle Ong, ma avrà  un impatto positivo dato che ci sarà  meno gente armata in giro”. Queste le parole di Laurent Sailard, direttore di Acbar, organismo di coordinamento di oltre cento agenzie umanitarie afgane e straniere.

Che il blocco del provvedimento di Karzai sia dettato dalle pressioni dei governi che nei servizi delle società  private di sicurezza hanno investito un mare di quattrini, lo si evince anche dalla stessa condanna della Commissione del Senato Usa sui Servizi Armati. In un rapporto di 105 pagine, dal titolo “Inchiesta sul ruolo e la sorveglianza delle imprese di sicurezza privata in Afghanistan”, i senatori del pool d’indagine, scrivono diverse volte la parola “Failure”, fallimento. Il fallimento, tutto del governo Usa, in una serie di questioni riguardanti l’impiego dei borghesi armati in territorio di guerra: a partire dal loro addestramento, per terminare ai servizi che le agenzie sotto contratto del Pentagono avrebbero subappaltato a individui noti nel giro del terrorismo talebano.

Uno di essi sarebbe, secondo il rapporto, il responsabile della morte di un sottocaporale dei Marines il cui nome viene censurato (si trattava di Joshua H. Birchfield, di 24 anni, ndr). La mattina del 19 febbraio, il militare stava perlustrando il perimetro intorno alla base Barrows nel nordest della provincia di Farah quando, riporta il documento d’indagine, “poco dopo l’alba, la guardia afgana ha iniziato a sparare su i marines che hanno cercato di identificarsi urlando “US Marines” e sparando in aria razzi di segnalazione. Il fuoco si fermò, ma il sottocaporale dei marine Marine caporale rimase ucciso”. Le interviste e i rapporti esaminati dal pool inquirente hanno rivelato che le guardie che fecero fuoco erano sotto l’effetto di oppio. “I contraenti di sicurezza – ha sostenuto un testimone – fanno regolarmente uso di droghe sul posto di lavoro”. Una circostanza inquietante se si pensa che attualmente in Afghanistan sono presenti 26 mila contractor, una buona percentuale dei quali è assunta fra la popolazione locale, che nessuno addestra sufficientemente.

Intanto, ha chiarito l’indagine, “la Commissione ha scoperto le prove che le società  di sicurezza privata incanalano i soldi dei contribuenti statunitensi ai signori della guerra afghani e a uomini forti legati a omicidi, rapimenti, corruzione nonché ai talebani e alle altre attività  anti-coalizione”. Conclusioni che fanno riflettere sul fatto che, forse, in Afghanistan il primo nemico degli Stati Uniti sono gli Stati Uniti stessi.


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