Impunità  assicurata

Soldi e impunità . Questi i due benefit garantiti dal governo degli Stati Uniti alla Blackwater Security, la società  di sicurezza privata macchiatasi di gravi violazioni dei diritti umani in Iraq e Afghanistan. Dopo aver fatto rientrare la Xe Service, nuovo nome di Blackwater, nel contratto da dieci miliardi di dollari, stipulato col Dipartimento di Stato per la difesa nei teatri di guerra, Washington continua a tenere la società  lontana dai guai. Il Dipartimento della Giustizia ha, infatti, comunicato l’archiviazione del caso di Andrew J. Moonen, ex mercenario in forza all’azienda di Moyock, North Carolina, accusato di aver ucciso, il 24 dicembre del 2006, con tre colpi di arma da fuoco, Raheem Khalif, la guardia del corpo dell’allora vicepresidente iracheno Adel Abdul Mahdi.

Dopo un primo tentativo di insabbiamento delle indagini su Moonen, da parte del Dipartimento di Stato e della stessa Blackwater, un’inchiesta del New York Times, datata 4 ottobre 2007, ha rivelato l’identità  dell’uomo che il governo iracheno ha sempre considerato, e tutt’ora considera, l’esecutore materiale dell’omicidio. Due giorni prima Erik Prince, capo supremo di Blackwater, aveva certificato a una commissione parlamentare d’inchiesta che Moonen era già  stato licenziato per “aver violato il regolamento sull’alcool e le armi da fuoco”. Ciò non ha impedito a Combat Support Associates, un’altra società  alle dipendenze del Pentagono, di assoldare l’uomo per una missione in Kuwait, dove Moonen ha lavorato, prima delle rivelazioni del Nyt, da febbraio ad agosto del 2007, riuscendo a scampare a una richiesta di comparizione emessa dallo stesso Dipartimento della Difesa.

In seguito all’apertura delle indagini su Moonen l’impianto accusatorio è stato sempre più compromesso dalla difficoltà  per gli inquirenti di reperire prove sulla scena del crimine. “Il campo di battaglia non è un luogo che si presta alla preservazione delle prove”, ha dichiarato al Nyt, Charles Rose, professore alla Stetson University College of Law in Florida. Come se ciò non bastasse, il lavoro dei magistrati statunitensi è stato messo a dura prova dall’incertezza sulla legge da applicare per un delitto commesso all’estero. Il personale della Blackwater, come quello delle altre società  private di sicurezza, era garantito da una sorta di immunità  giudiziaria concessa dal governo di Baghdad a tutti coloro che lavoravano per aiutare e proteggere la popolazione. Sarebbe proprio questo status d’immunità , secondo il professore Andrew Leipold dell’Università  dell’Illinois, a “rendere difficile la perseguibilità  di chi compie azioni criminose”. Inoltre, in virtù del fatto che le varie agenzie sono vincolate per contratto col solo Dipartimento di Stato, ad esse non sarebbe applicabile il Military Extraterritorial Jurisdiction Act, fatto per i contractor ma imposto unicamente ai dipendenti del Pentagono.

Su questa base anche chi conferma i fatti, viene considerato “intoccabile”. Moonen era al corrente di tutto ciò quando in sede di interrogatorio con i funzionari dell’ambasciata Usa in Iraq, confermò di aver sparato al “gorilla” di Mahdi, precisando di esserne stato costretto per legittima difesa. Prima che l’ex agente iniziasse a parlare, i diplomatici lo rassicurarono sulla sua esenzione da possibili procedimenti penali, e lo minacciarono di licenziamento se non avesse collaborato con la giustizia.

Da allora tutti i casi riguardanti le presunte violazioni degli agenti di Blackwater nei teatri di guerra, si sono risolte con confessioni accompagnate dall’attenuante di aver agito per autodifesa. Così se la sono cavata, lo scorso settembre, due ex contractor dell’agenzia di Moyock, sui quali una giuria della Virgina si è detta incapace di raggiungere un verdetto per il caso dell’omicidio di due civili in Afghanistan.

Il crollo delle accuse ha seguito il proscioglimento più clamoroso riguardante gli agenti di Blackwater: quello sulla strage di 17 civili iracheni nella piazza Nisour di Baghdad, avvenuto il 17 settembre del 2007. La magistratura ha rinunciato a procedere, per mancanza di prove, nei confronti dei cinque impiegati dell’agenzia, responsabili del massacro, sui quali pendeva il capo d’accusa di omicidio colposo.

Quelle vittime non hanno trovato giustizia. Dopo quattro anni di indagini, il caso Moonen si è chiuso con un’archiviazione che lascia l’amaro in bocca. Perché con essa se ne va l’ultima speranza di vedere finire dietro le sbarre i responsabili della morte di civili innocenti. Blackwater non paga. Anzi, viene ancora pagata.


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