Jerry Masslo, una storia di oggi

REPORTAGE TRA GLI INVISIBILI DELLA DOMIZIANA
Con la Cgil a «caccia» di migranti sul litorale casertano. Dove vent’anni fa veniva ucciso un rifugiato sudafricano. Aveva detto: «Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita. Ma avere la pelle nera in questo paese è un limite»

Angelo Ferracuti - il manifesto Sergio Segio • 23/10/2010 • Immigrati & Rifugiati • 119 Viste

VILLA LITERNO (CASERTA). È ancora notte fonda all’Holiday Inn di Castelvolturno, un albergo maestoso nascosto nel verde di una pineta, le due corriere bianche cariche di sindacalisti della Cgil Flai arrivati da ogni parte d’Italia stanno per partire. Sveglia alle quattro, il tempo di una fugace colazione, poi tutti a fare sindacato di strada sul litorale domitiano da dove a quest’ora sbucano da ogni parte i lavoratori invisibili: ghanesi, liberiani, haitiani, senegalesi, che arrivati qui poi finiscono come pesci storditi nelle reti spietate della camorra. Vanno a fare i mungitori di mucche, a raccogliere ortaggi o fare la manutenzione delle strade, i manovali su impalcature posticce. Sergio Gallo, segretario nazionale con il phisique du role, stazza e altezza perfetti per un sindacalista che difende i braccianti, sta distribuendo le t-shirt e i cappellini rossi, i motori ronzano. Bisogna partire, non c’è tempo da perdere, tra un paio d’ore gli invisibili non ci saranno più, risucchiati nel vortice del lavoro nero.
Li seguo a bordo di un furgone, insieme ad un inviato dell’Ansa, a un fotografo e ad alcuni altri giornalisti del sindacato. Usciti dalla via che porta all’hotel, presto raggiungiamo questa litoranea lunghissima, con uno spartitraffico e ai lati insegne di locali notturni, caseifici, sale giochi e alberghi simili a quelle della piccola America della provincia dell’anima, luoghi persi e infelici della desolazione. Qui arrivano per ogni alba del nuovo giorno, in queste fredde e umide mattine d’autunno o in quelle gonfie d’aria calda estiva, i ragazzi africani in cerca di lavoro, salgono sui primi autobus, sulle corriere che aspettano seduti per terra sui marciapiedi, stretti nei giacconi, la testa avvolta nel cappuccio, in spalla gli zainetti, le borse da ginnastica. E sempre da queste parti, a Baia verde, due anni fa ci fu la strage di San Gennaro, quando sei migranti innocenti, quasi tutti regolari, furono uccisi da un gruppo scissionista del clan dei Casalesi.
I primi sindacalisti scendono da una delle corriere, altri ne scenderanno più avanti, a ridosso delle rotonde, vicino alle pensiline delle fermate. Hanno tute rosse e distribuiscono volantini scritti in italiano, inglese e francese, che riproducono una lettera. «La costituzione italiana tutela il lavoro in tutte le sue forme» c’è scritto, «e garantisce la retribuzione proporzionata alla qualità  e quantità  del lavoro espletato e sufficiente per vivere dignitosamente». E poi: «Se lavori in nero non puoi rinnovare il permesso di soggiorno e quindi non puoi dimostrare di essere in possesso di un reddito necessario al tuo mantenimento. Rivolgiti alla Cgil per essere tutelato da ogni forma di sfruttamento».
I primi due ragazzi che si avvicinano sono un haitiano e uno del Ghana, ma solo il primo è loquace e ha voglia di parlare. Sono intimoriti, qui la camorra non scherza, minaccia e spacca le ossa: «Sono di Haiti», dice, «un paese completamente distrutto, non c’è più nessuna risorsa in quella terra. Ma quando sono scappato in Italia mi hanno preso, e mi hanno sbattuto in un centro, a Ponte Galeria». Si chiama Jean Paul, lo leggo dal documento che mi porge, piegato in quattro e logoro, e indossa un cappotto scuro un po’ sgualcito, ma portato con elegante dignità , e ha l’aria di essere uno che ha almeno una laurea. Dice che volevano dargli otto mesi di reclusione per irregolarità , anche se lui è un profugo. «A Ponte Galeria hanno scritto sul giornale che si sta bene, ma è falso. Il cibo fa schifo, la gente che sta dentro è depressa, e gli agenti invece di calmare le persone le bastonano». Jean Paul continua a raccontarmi che ora vive nei dormitori della Caritas, ma la Cgil la conosce bene, sono quelli del sindacato di Caserta che lo stanno aiutando. Sta andando col suo amico alla “Rotonda” di Napoli, quella che hanno pure chiamato la “rotonda degli schiavi”, dove caporali senz’anima e senza scrupoli li stanno aspettando. Come braccia, non come persone. L’ultima volta ha lavorato due giorni la scorsa settimana, raccolta della frutta. Una paga da fame, 30 euro per nove ore di lavoro, la metà  di quanto gli spetterebbe dal contratto nazionale.
Torniamo a bordo, riprendiamo la strada. Intanto su questo marciapiedi infinito che ci viene incontro, mentre il furgone procede sui settanta orari, cominciano a sfilare altri ragazzi che arrivano dalle vie adiacenti. Le corriere sono avanti, stanno facendo scendere sindacalisti ad altrettante stazioni di sosta, siamo in costante collegamento telefonico. Accostiamo di nuovo, raggiungo un altro capannello che si è fermato su un lato della strada. Un sindacalista mi invita a parlare con un ragazzo del Ghana, basso di statura, che infreddolito si ripara nel giaccone, mentre fuma una sigaretta. È qui da nove anni, gli stessi di suo figlio, che non hai mai potuto vedere. Negli ultimi giorni non riesce a trovare lavoro, perché adesso preferiscono prendere i rumeni, gli albanesi, che sono comunitari. Anche lui non guadagna più di trenta euro al giorno, a raccogliere ortaggi dalle otto del mattino alle cinque di sera. E solo l’affitto, una stanza, gli costa 150 euro al mese. Vicino a lui c’è un ragazzo nigeriano, zainetto in spalla, scarpe bianche da tennis ai piedi, ha diciotto anni, sorride ingenuo. Anche lui sta cercando lavoro. «Lavoro, qualsiasi lavoro», ripete. Anche la sua paga è da miserabili. «Dipende dal capo» mi racconta sconsolato, «alcuni mi danno venti, altri venticinque euro» per otto, anche dodici ore di lavoro. È arrivato qui dalla Libia in barca, tre giorni lunghissimi di navigazione. Il viaggio l’ha pagato un suo amico, 600 dollari. Mentre parliamo arriva un autobus blu pieno di ragazzi africani. Ci sono solo loro dentro. Assonnati, gli sguardi tristi, gli occhi scuri. Altri salgono, prima di vederlo ripartire, inghiottito dal buio.
Al centro della via il giornalista dell’Ansa registra l’apertura del suo servizio. È basso di statura, faccia larga, occhiali bianchi D&G, e quasi con commozione partecipata dice al microfono: «Stamattina a Castelvolturno duecento sindacalisti sono scesi in strada contro il lavoro nero, qui dove la camorra viene a reclutare gente per lavorare in agricoltura. Quasi si prostituiscono per un pezzo di pane».
Fermo una ragazza italiana riccioluta e dai modi graziosi che sta aspettando anche lei l’autobus alla fermata. E’ una pendolare, va tutte le mattine a Napoli. Mi dice che i rapporti con questi ragazzi stranieri sono tranquilli, nessuno di loro ha mai dato problemi. Mi parla di questo popolo della notte, che si ritrova qui ad ogni nuovo giorno: «Chi sta per strada alle cinque è perché deve andare a lavorare».
Sono le sei del mattino, adesso sbucano da tutte le parti. Facciamo un giro lungo tornando in posti dove siamo già  stati, cominciano ad aprire i battenti i primi bar, si alzano le serrande, sulla strade anche il passaggio delle automobili s’infittisce. Ci fermiamo di nuovo, sull’altro lato della strada tre giovani ragazzi nigeriani stanno aspettando anche loro un mezzo che li porti alla Rotonda. Stanno qui da poco più di un anno e sono molto reticenti. Uno di loro, basso di statura e nervoso, mi chiede: «A cosa serve questo qua?». Sto raccontando voi, gli dico, la vostra vita. Mi guarda sospettoso, fa una smorfia, come a dire che non gli pare poi una cosa così interessante.
Al telefono si fa vivo Sergio Gallo, dice che a Mondragone, all’altezza della stazione della Tamoil, c’è un gran movimento. Così ripartiamo subito. Intanto i primi bagliori mi danno la possibilità  di scorgere a tratti pezzi di paesaggio marino. Perché qui sono arrivato di notte, e a parte l’hotel, e questo stradone desolatissimo non ho visto altro. Quando arriviamo la strada è già  molto trafficata, le auto sfrecciano a velocità  impressionante, ed è difficile raggiungere l’altro lato dove sindacalisti e lavoratori stanno conversando. Un ragazzo liberiano che è qui da sette anni mi dice nel suo italiano stentato che fa il saldatore, ma adesso gli hanno dato il foglio di via, va anche lui alla Rotonda di Napoli, dove ci sono i caporali. Alcuni pagano bene, altri no, «c’è anche chi alla fine non paga», dice. Al suo paese c’è la guerra, è scappato perché aveva paura. Anche i suoi parenti sono scappati dalla casa dove abitava, non riesce a rintracciarli, non ha più notizie, è solo nel mondo.
Subito dopo ci dirigiamo verso la Rotonda di Napoli Nord. La provinciale è molto trafficata, e tra Giugliano, Villaricca e Mugnano, le cittadine più brutte e desolate della regione. Qui la camorra ha bruttato, sporcato, deturpato anche ogni piccolo tratto di strada, e mentre guidi puoi vedono queste statue di padre Pio gigantesche, e busti di cristi con le braccia alzate, quasi a invocare almeno un po’ di pietà  per queste terre.
Quando arriviamo sono quasi le nove, la rotonda è deserta di uomini, si ritorna in albergo. L’Holiday Inn è un’oasi di pace, una zona protetta. Dal balcone scorgo l’elegante piscina all’aperto, dalle acque calme e tranquille, i cantieri navali Panaro e il campo di golf dove un uomo elegante dallo stile compassato è alle prese col suo borghese passatempo. Un altro mondo, molto diverso da quell’altro fuori, quello vero. Quello dove venti anni fa fu ucciso barbaramente Jerry Masslo, rifugiato e militante politico sudafricano, colpito all’addome da tre colpi di pistola calibro 7,65. Aveva detto durante un’intervista: «Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà , un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà  e rispetto. Prima o poi qualcuno di noi verrà  ammazzato ed allora ci si accorgerà  che esistiamo». Questo è il suo testamento.

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