La caduta delle Forze nuove

BOUAKà‰ (COSTA D’AVORIO). Chi sbarchi a Bouaké, con in testa un’immagine della guerra civile in Africa uscita da film come «Blood diamonds», farebbe fatica a rendersi conto di essere arrivato nella «capitale» di un gruppo ribelle. Si può circolare per il centro su uno dei numerosi vecchi taxi senza fare caso all’edificio sul cui muro è scritto «Stato maggiore sud – Forze Nuove» né notare la gip piena di militari che porta l’insegna della «compagnia ghepardo», la milizia del comandante di zona di Bouaké Cherif Ousmane. Uomini delle Forze Nuove che hanno ricevuto una formazione da parte della polizia sudafricana nel quadro di uno dei molti accordi di pace dirigono il traffico in centro città  come vigili urbani. A ricordare al viaggiatore che sta attraversando una frontiera informale ed entrando in uno stato nello stato è rimasto il check point all’entrata della città , dove un militare delle Forze Nuove ispeziona i documenti dei passeggeri del bus pretendendo un modico dazio.
Otto anni fa, in seguito al tentativo di colpo di Stato orchestrato da un gruppo di giovani sottufficiali originari del Nord del paese, la Costa d’Avorio conosceva il primo conflitto armato della sua storia indipendente. Ad Abidjan, capitale de facto e centro nevralgico del potere politico ed economico, il golpe falliva dopo scontri sanguinosi. Ma nella parte centro-settentrionale del paese la ribellione riusciva ad istallarsi stabilmente, attirando nuovi membri nei suoi ranghi e conquistando Bouaké, la seconda città  per numero di abitanti.
I ribelli, che avrebbero in seguito preso il nome di Forze Nuove, sostenevano di battersi contro la discriminazione delle popolazioni del Nord, spesso assimilate dalla propaganda xenofoba agli immigrati dei paesi vicini. Chiedevano che agli ivoriani del Nord fossero attribuiti documenti di identità  e assicurato il diritto di voto. Il riconoscimento dell’eleggibilità  di Alassane Dramane Ouattara, l’ex primo ministro a cui era stato impedito di partecipare alle elezioni presidenziali del 1995 e del 2000 a causa della sua presunta origine burkinabé, figurava ugualmente tra le rivendicazioni dei ribelli. Ma agli occhi del presidente ivoriano Laurent Gbagbo – e di altri ivoriani del centro-sud – la ribellione appariva una coalizione opportunista ed eterogenea, che soltanto la doppiezza di Ouattara e il sostegno di uno stato straniero intenzionato a destabilizzare la Costa d’Avorio avrebbero potuto mettere insieme – da cui una lunga serie di polemiche con il vicino Burkina Faso e con l’ex potenza coloniale, la Francia, intervenuta per fermare i combattimenti con una propria missione militare.
L’intervento militare francese ha forse evitato il peggio, ma ha congelato il conflitto e trascinato i due belligeranti in un’inconcludente girandola di negoziati e trattati di pace non rispettati. Dal 2007, con la conclusione dell’Accordo di Ouagadougou tra il presidente Laurent Gbagbo e il giovane leader delle Forze Nuove Guillaume Soro, che è da allora Primo Ministro, la libera circolazione delle persone è stata ristabilita e la zona occupata dalle Forze Nuove, eufemisticamente chiamata zona CNO (Centro-Nord-Ovest) offre una parvenza di normalità .
Le ultime polemiche sono incentrate sugli interessi economici dei comandanti delle dieci zone in cui è stato a lungo diviso il Nord della Costa d’Avorio – i cosiddetti com’zone – più che sulle ragioni della lotta delle Forze Nuove. «Quando siamo arrivati cinque anni fa a Bouaké – raccontano due funzionari internazionali -, i ribelli erano ancora dei combattenti per la loro causa e c’era una coerenza nelle loro parole e nelle loro azioni. Ma oggi i com’zone si sono enormemente arricchiti e hanno dimenticato le ragioni che li hanno spinti a prendere le armi». Nel quadro di quella che molti definiscono «una ribellione imborghesita», gli uomini della ribellione che ancora godono di una reale popolarità  nel Nord del paese, come il comandante di Bouaké Cherif Ousmane, sono una minoranza. Le macchine di lusso su cui sfrecciano molti parvenus delle Forze Nuove e le voci secondo le quali il comandante della città  di Korhogo, Martin Fofié, già  sotto sanzioni Onu, possiederebbe interi quartieri della città , non giovano alla causa della ribellione.
Se i com’zone si sentono insoddisfatti perché gli accordi di pace hanno negato loro di essere reintegrati nell’esercito in un ruolo attivo, le loro prospettive sono comunque migliori di quelle dei loro soldati, spesso ridotti alla miseria e costretti a vivere di piccolo racket. Il risultato del fallimento della smobilitazione degli ex ribelli è il dilagare del fenomeno del banditismo, che impedisce di viaggiare la sera per le strade del paese e in alcuni casi obbliga le stesse Forze Nuove ad arrestare i propri ex combattenti.
Allo stesso tempo però, un senso di stanchezza sembra spingere tanto i com’zone che i loro uomini verso la pace. In nessun luogo forse questa evoluzione è più percepibile che a Korhogo, la principale località  del Nord, una città -villaggio dove la popolazione divide il suo tempo tra lavori dei campi e pratiche mistiche, lontana anni luce lontana dall’occidentalizzata e frenetica Abidjan. Secondo un funzionario delle Nazioni unite «hanno capito che non può durare per sempre e che il loro tempo è finito. Stanno solo cercando di negoziare la loro uscita di scena». E la recente decisione di smantellare le dieci zone e di ridurle a quattro groupement d’instruction non ha suscitato nessuna opposizione visibile da parte degli ex com’zone.
Ad Abidjan, il giovane ex ministro dell’integrazione africana Amadou Koné, rampollo di una delle più importanti famiglie del Nord del paese, dice di non rimpiangere la scelta di unirsi alle Forze Nuove poco dopo lo scoppio della guerra. «So che anche nelle Forze Nuove accadono cose che non dovrebbero succedere. Non sarò io a negare che abbiamo dei problemi. Ma se tutto questo fosse da rifare, lo rifarei». Un tempo stretto collaboratore di Guillaume Soro, Koné è sempre stato scettico sulla scelta del suo leader di sottoscrivere l’accordo di Ouagadougou. «Fino a Ouagadougou, secondo me le Forze Nuove hanno seguito una strategia di negoziazione coerente: si trattava di sottrarre a Gbagbo una parte dei suoi poteri, per conferirli a un primo ministro neutrale. Ma oggi, anche se Soro è primo ministro, il presidente controlla l’esercito e le forze di sicurezza. A febbraio scorso ha sciolto il governo e ne ha cacciato tutti i ministri che gli davano problemi».
Anche se in maniera non esattamente soddisfacente, anche il dilemma che ha avvelenato per anni il processo di pace ivoriano – deve venire prima il disarmo o le elezioni – è stato parzialmente risolto con la decisione di confinare nelle caserme gli uomini delle Forze Nuove destinati a essere reintegrati nell’esercito due mesi prima delle elezioni ma di lasciare le armi sotto il loro controllo.
Ma questi passi pongono delle basi per un futuro meno violento e meno ingiusto? Secondo Koné, non ci sono garanzie che le conquiste ottenute dalle Forze Nuove vengano mantenute, perché la questione fondamentale non è stata risolta: la riforma dell’esercito, che è stata rimandata al dopo elezioni. Per l’ex ministro, «finché l’esercito resta al servizio di un clan, un futuro presidente potrà  sempre annullare tutto, mandare di nuovo i soldati a strappare le carte di identità  alla gente e annientare la democrazia».
In agosto, un’improvvisa «pioggia» di gradi militari ha inondato gli alti ranghi delle forze armate lealiste, mentre Gbagbo indirizzava delle parole dal tono inquietante ai comandanti militari, implicitamente invitandoli a sostenerlo: «Se io cado, anche voi cadrete». Una dichiarazione più recente, in cui il presidente invita le forze armate ad «annientare» gli eventuali «fautori di disordini» in occasione delle consultazioni elettorali, promette ugualmente poco di buono. L’atteggiamento dell’opposizione appare tuttavia ugualmente poco costruttivo: Ouattara e l’ex presidente Henri Konan Bedié, un tempo acerrimi nemici ed oggi alleati in un’incerta coalizione, sono convinti che la vittoria spetti loro in virtù di un mero calcolo etnico: poiché la somma delle popolazioni del Nord e dei baoulé, l’etnia di Bedié, rappresenterebbe circa i due terzi della popolazione, ne deducono che Gbagbo non ha possibilità  di vincere una consultazione elettorale onesta.

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ABIDJAN Oggi le presidenziali: Gbagbo favorito, ma gli sconfitti accetteranno il verdetto? Militari in allerta
Dopo dieci anni si torna a votare per archiviare la crisi
f. d. p.
Il grande giorno è arrivato. Annunciate e rimandate a più riprese, viziate da una situazione di guerra strisciante e dalla divisione per anni del paese tra un nord controllato dagli ex ribelli delle Forze nuove e un sud in mano ai governativi guidati dal presidente Laurent Gbagbo, oggi si terranno finalmente le elezioni presidenziali, che dovrebbero teoricamente segnare la fine della crisi in Costa d’Avorio. Una crisi cominciata con il colpo di stato fallito del settembre 2002, in seguito al quale i rivoltosi si sono ritirati al nord e hanno costituito il proprio stato, mentre un cospicuo contingente delle Nazioni Unite vegliava sulla «linea di partizione».
A concorrere per il posto di capo dello stato, i tre grandi protagonisti della vita ivoriana degli ultimi vent’anni: Gbagbo, il presidente uscente, rimasto al potere ben più a lungo di quanto il suo mandato avrebbe previsto. L’ex presidente Henri Konan Bedié, del Partito democratico della Costa d’Avorio (Pdci), già  capo di stato tra il 1995 e il 1999, e Alassane Ouattara, del Rassemblement des republicains (Rdr), che è stato primo ministro tra il 1990 e il 1993, durante il «regno-presidenza a vita» del padre dell’indipendenza Félix Houphouà«t-Boigny.
Le misure di sicurezza nel Paese africano, massimo produttore mondiale di cacao, sono state tuttavia rafforzate con l’impiego di migliaia di militari ai quali si aggiungono gli oltre 8000 peacekeeper delle Nazioni Unite, il cui contingente è stato aumentato negli ultimi giorni. Secondo la stampa locale il capo delle forze armate, il generale Philippe Mangou, ha allertato la popolazione circa possibili disordini in un «momento così importante per la Costa d’Avorio» e ha fatto capire ai leader politici che «il voto di domenica non dovrà  essere rimandato». Le elezioni sono state rese possibili grazie alla mediazione del presidente burkinabé Blaise Compaoré e al ruolo rivestito dal giovane Guillaume Soro (non ha neanche 40 anni). Ex portavoce dei ribelli, poi ministro di stato, infine primo ministro di un governo di transizione, ha condotto le trattative per arrivare a queste elezioni. Negoziati tutt’altro che facili, dal momento che il nodo centrale del contendere erano le liste elettorali, che il campo di Gbagbo considerava riempite in modo fraudolento di cittadini stranieri. Soro alla fine è riuscito nell’impresa impossibile, tanto che in molti pensano che avrà  un futuro importante nella vita del paese. I più maligni parlano di un «patto segreto» tra lui e Gbagbo, in virtù del quale quest’ultimo gli cederà  il potere alla scadenza del mandato di cinque anni che guadagnerebbe con le elezioni di oggi.
Chi vincerà ? Il favorito è proprio Gbagbo. Ma le incognite restano molte. La più importante riguarda la possibilità  che gli sconfitti, chiunque essi siano, accettino il risultato delle urne. Nel caso in cui nessuno raggiunga il 50% dei voti più uno, si prevede un ballottaggio tra i due candidati più votati.


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