La solitudine dei proletari made in USA

Un appassionato affresco dello studioso e giornalista Joe Bageant sulla vita dei rednecks che negli anni passati hanno spesso preferito votare la destra repubblicana, mentre i liberal delle metropoli li cancellavano dalla discussione pubblica. E che fornisce strumenti di analisi anche per l’Italia, dove il voto operaio alla destra populista è ormai una realtà 

Bruno Cartosio - il manifesto Sergio Segio • 16/10/2010 • Internazionale • 139 Viste

La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda (Bruno Mondadori, pp. 230, euro 18) racconta quella parte di Stati Uniti che pochi raccontano: la grande provincia americana che si estende da una costa all’altra, interrotta soltanto – sia geograficamente, sia culturalmente – dalle grandi città  e metropoli. Joe Bageant, l’autore del libro, parla di Winchester, la cittadina di meno di trentamila anime della Virginia settentrionale che è casa sua; ma gran parte di quello che scrive ha valore generale. A girare per gli Stati Uniti, i tipi umani di cui riporta parole, pensieri e fatti notevoli si incontrano dovunque. Lui li incontra prevalentemente al Royal Lunch, il locale in cui ricchi e poveri vanno a farsi le loro birre serali, e attraverso quelli che gli appaiono tanto esemplari da meritare un ritratto convoglia alcune delle varianti principali del senso comune provinciale.
La variante più specificamente locale è quella di cui sono depositari i redneck, i lavoratori del Sud – un tempo contadini, ora manodopera di fabbrica e nei servizi – che avevano il collo arrossato dal sole. Sono quelli per i quali anche il resto degli Stati Uniti sono un mondo lontano ed estraneo; gli individualisti che diffidano dei sindacati e ce l’hanno con il governo che si occupa dei fatti loro – per esempio, imponendo loro un sistema sanitario nazionale – e che, se votano, votano repubblicano. «Qui nella mia città  natale – scrive Bageant – è impossibile non imbattersi in quell’America che ha incoronato George W. Bush e che ancora celebra i “nostri eroi in Iraq e in Afghanistan”». La mia gente, scrive più avanti, «sono i proletari con basso livello di istruzione, per lo più cristiani conservatori» che non solo hanno eletto uno come Bush, ma che saranno pronti a eleggere nuovamente «personaggi altrettanto disastrosi» nelle future elezioni. Esattamente come nel Kansas di cui aveva scritto qualche anno fa Thomas Frank in What’s the Matter with Kansas?: nella contea più povera degli interi Stati Uniti, Bush figlio aveva avuto una maggioranza dell’80 per cento nelle elezioni del 2000.
Bageant se n’era andato da Winchester, a fare il mestiere di giornalista in giro per gli Stati Uniti ed è tornato a casa nel 2001. La Bibbia e il fucile, pubblicato nel 2007, è il risultato del suo ritorno, del guardare con occhi nuovi alle cose e persone una volta note. Lui è cambiato ed è diventato diverso; loro sono cambiati quel tanto che gli permette di rimanere uguali. Il libro è anche, però, almeno due altre cose, e sono queste che lo rendono una lettura doverosa per chi voglia capire l’America della destra repubblicana, oppure quella che non ha votato Obama e, se si vuole, anche po’ della nostra Italia leghista.
La prima qualità  del libro è la saggia miscela di appartenenza e di estraneità  dell’autore alla materia della sua narrazione. Bageant appartiene talmente alla sua gente – «la mia gente», la chiama più volte – da poterne individuare e mostrare i difetti, ma, insieme, da farlo con la simpatia umana di chi ne ha condiviso il pathos: «Ho pregato insieme a loro, pianto insieme a loro e festeggiato i loro matrimoni. Condivido i loro gusti rozzi e il loro rozzo senso dell’umorismo, e sono segnato dallo stesso autodisprezzo instillato da un Dio fondamentalista». Allo stesso tempo, l’estraneità  politica e spirituale che ora lo divide dai suoi concittadini e l’inquietudine intellettuale che in lui sono il portato di esperienze professionali, culturali, umane maturate lontano dalla provincia gli permettono di guardare persone e cose di Winchester come dall’esterno. Attraverso l’assunzione di tale posizione – è quella che Michail Bachtin aveva definito «extralocalità » – Bageant contestualizza i fatti e li interpreta alla luce di quello che vogliono dire negli Stati Uniti di oggi.
In questo bilanciamento tra dentro e fuori sta la forza euristica del libro. Anche la chiave narrativa tutta in prima persona, che parte dall’esperienza diretta e procede dal particolare al generale prendendo spunto dalla persona, dalla storia individuale, dalla situazione specifica, dà  forza comunicativa al racconto. Inoltre, Bageant scrive spesso come mangia, o forse come mangiano i suoi concittadini redneck, in ogni caso con vivida rudezza, sapide metafore e gusto dell’ironia e autoironia.
Poi c’è l’altra specificità  del libro. Il suo sottotitolo nell’edizione originale era: Dispatches from America’s Class War, dispacci dal fronte della guerra di classe americana. Gli Stati Uniti non sono quelli, su cui ironizzava Norman Birnbaum, in cui tutti coloro che stanno tra chi ha l’aereo personale e chi muore di fame si definiscono classe media. E giustamente l’America raccontata da Bageant attraverso il microcosmo di Winchester è un paese attraversato dalle linee di classe. Alla collocazione di classe appartengono le diverse gradazioni di analfabetismo, la profonda ignoranza del mondo, le vite vissute – spesso quasi inconsapevolmente, da tanto che sono comuni – in condizioni miserande. Ma ci sono anche le ideologie che mistificano la percezione della realtà , dal fondamentalismo religioso al patriottismo, all’individualismo radicato nella storia dell’America rurale. Molti lavoratori sono poveri e vivono nell’«insicurezza più totale» o nell’«insicurezza-non-proprio-totale che deriva dall’avere un lavoro decente ma a rischio», e ciò nonostante «si cullano nell’idea di essere ceto medio, in parte per orgoglio e in parte per la vecchia bugia nazionale secondo cui la maggioranza degli americani apparterrebbe alla classe media».
Del loro probabile pregiudizio razzista Bageant non parla, forse perché di neri a Winchester ce ne sono pochi; ma è probabile che i suoi concittadini lo condividano con tanti altri loro omologhi della grande provincia americana. Parla invece diffusamente del loro fondamentalismo religioso e soprattutto del loro amore per le armi, da caccia e per la difesa personale, rintracciandone le radici culturali nell’immigrazione scoto-irlandese sette-ottocentesca. Quello delle armi da fuoco è l’unico tema in cui il ruolo del narratore, da illustrativo e interpretativo, diventa anche giustificatorio: Bageant concorda con i suoi rednecks, e noi non ci sentiamo di concordare con lui.
Oltre a quello della classe, c’è un altro filo che percorre il libro: il tentativo di far capire alla componente democratica, o meglio liberal o progressista della politica statunitense quanto sia incapace di parlare, di capire e di farsi capire da questi settori della popolazione. Quello che sta a cuore al socialista Bageant è il cambiamento della società  statunitense ed è evidente nel suo discorso che il cambiamento non potrà  esserci fino a quando i rednecks e quelli come loro – i lavoratori, i proletari americani – non cambieranno il modo in cui leggono la realtà . Ma non sono i soli chiamati a questo compito.
I rednecks non capiranno il mondo, sottolinea Bageant, ma se non si capiscono i rednecks non si cambia il mondo; o meglio: si lascia che lo cambino i reazionari il cui messaggio semplificato pascola sui terreni dell’ignoranza, della religione, del patriottismo, dell’individualismo. Qui, però, il discorso si allarga. Lo allarga lo stesso Bageant quando si domanda, nelle discussioni pubbliche intorno al suo libro e alla realtà  che racconta, se l’estraneità  accumulata dai liberal americani nei confronti dei loro proletari assomigli o no a quella dei loro omologhi in Italia nei confronti dei nostri proletari. La risposta è sì, purtroppo. Bageant scrive, e dice, che la classe media «vera» e le classi elevate metropolitane «quasi non si rendono conto dell’esistenza dei proletari»; noi dobbiamo dire che i nostri cosiddetti ceti medi riflessivi guardano e parlano a se stessi con compiaciuto narcisismo o, come dice lui di quelli americani, snobismo. All”uno e l’altro, qui e là , si devono almeno in parte tanto il risentimento e la «voglia di rivalsa» riscontrabili nella provincia, quanto quell’estraneità  rivendicata dal tessuto nazionale che da noi assume le forme del peggiore localismo xenofobico e negli Stati Uniti quelle del fondamentalismo reazionario.

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Dalla forza del lavoro a livello globale ai «nuovi schiavi» che producono la Panda
Nel deserto che caratterizza la produzione delle grandi case editrici per quanto riguarda saggi attorno alla condizione operaia va invece segnalato quanto questo tema compaia invece nel catalogo delle case editrici indipendenti. Il saggio che più di altri affronta l’analisi del movimento operaio a livello globale è sicuramente l’accurato volume della studiosa statunitense Berverly Silver pubblicato da Bruno Mondadori con il titolo «Le forze del lavoro» (pp. 3112, euro 29). Si tratta di un decennale lavoro di inchiesta che la studiosa ha condotto tra gli Stati Uniti, l’Europa, il Sud Africa e l’Asia. Per Beverly Silver, ogni volta che un paese diviene il sito scelto dalle multinazionali per delocalizzare la sua produzione, cresce un movimento operaio che riesce a contestare il regime del lavoro salariato. Come scrive l’autrice, il conflitto operaio segue, passo dopo passo, la diffusione del capitale nel mondo. Più aderente invece alle vicende italiane è il libro del Centro riforma dello stato in uscita per DeriveApprodi («Nuova Panda, schiavi in mano»). Si tratta di un’inchiesta condotta in alcune fabbriche della Fiat (Melfi, ma soprattutto Pomigliano) da un gruppo di giovani studiosi nella quale emerge la volontà  della società  automobilistica torinese di distruggere la «forza operaia» a favore della presenza di un sindacato compatibile con i diktat della Fiat.

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