L’ultimo appello di Marchionne due mesi per l’accordo con Fiom

TORINO – Settanta giorni per risolvere il problema della governabilità  delle fabbriche italiane. Rispondendo ieri alle domande degli analisti, Sergio Marchionne ha detto: «Il problema è il tempo». Ma non solo. Il problema è soprattutto la credibilità  degli interlocutori, la loro capacità  di prendersi impegni che abbiano buone possibilità  di essere rispettati. Lo scontro tra l’ad del Lingotto e la Fiom ha raggiunto l’apice dopo la manifestazione di sabato scorso a Roma. Al punto che a Torino si ritiene possibile, in caso di mancato accordo, replicare negli altri stabilimenti del gruppo il sistema delle newco. Creando cioè tante nuove società  in cui trasferire i lavoratori a patto che sottoscrivano un nuovo contratto di lavoro in cui si prendono impegni simili a quelli di Pomigliano per quanto riguarda gli scioperi e l’assenteismo.
Ma è uno scenario che Marchionne considera ancora una estrema ratio. Nonostante lo scontro muscolare che lo oppone al sindacato di Landini, l’ad della Fiat sa che difficilmente riuscirà  a raggiungere l’obiettivo della governabilità  delle fabbriche con un sindacato diviso. Si aprono dunque due possibili strade: quella di un accordo che coinvolga anche la Fiom o la progressiva marginalizzazione degli stabilimenti italiani. Perché, come dimostrano i dati della trimestrale diffusi ieri, la Fiat può fare buoni utili anche ricorrendo a dosi massicce di cassa integrazione in Italia. È il paradosso che ieri Epifani riassumeva con l’immagine del «convento ricco con i monaci poveri», dove i monaci sono i lavoratori italiani. Il fatto è che il convento Fiat si arricchisce in questo periodo grazie agli utili realizzati in gran parte fuori dall’Italia, dove le condizioni di produzione sono più vantaggiose.
Marchionne ha certamente in testa il caso di Belvedere nell’Illinois, dove nelle prossime settimane verrà  inaugurata una nuova linea di produzione della Chrysler grazie a un prestito agevolato di 600 milioni di dollari concesso dalle casse pubbliche. Non diversamente avviene in Serbia e in Polonia. Ma aiuti alle aziende nazionali vengono dati anche in Europa aggirando i divieti di Bruxelles. L’esempio dell’Illinois chiama in causa non solo e non tanto i sindacati quanto la responsabilità  del governo: «Noi non intendiamo aggirare le norme comunitarie», aveva detto nei giorni scorsi il ministro Maroni rispondendo a una domanda sull’atteggiamento del governo italiano nei confronti della Fiat. Risposta semplice ma non risolutiva. Lo stesso Marchionne ne parlerà  il 3 novembre prossimo con il successore di Scajola, Paolo Romani.
Il tempo però stringe. Perché se entro fine anno l’ad del Lingotto non avrà  risolto quello che chiama «il problema della governabilità » delle fabbriche, la migrazione delle produzioni all’estero è prospettiva sempre più minacciosa. Nei settanta giorni a disposizione Marchionne (che domenica andrà  in televisione, ospite di Fabio Fazio, a spiegare le sue ragioni) dovrà  ottenere contemporaneamente impegni dalla Fiom e dal governo. Superando certamente le resistenze interne ai metalmeccanici della Cgil ma anche l’atteggiamento ideologico del ministro del lavoro Sacconi che sulla divisione del sindacato sembra aver puntato tutte le sue carte. A Torino non sembrano in questo momento fare molto affidamento sul cambio al vertice della Cgil, né su un mutamento di posizioni all’interno della stessa Fiom. Ma il tempo, per quanto scarso, può servire a far cambiare opinione alle due parti. L’alternativa rischia infatti di essere peggiore: quella di una guerra infinita di carta bollata alla nascita di ogni nuova newco che appare l’esatto contrario della governabilità  auspicata dall’amministratore delegato. Perché è noto che gli accordi più sicuri sono quelli che si stringono con chi ha posizioni più distanti.


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