L’economia morale dietro le rivolte

Che cos’è una rivolta? Perché la gente si ribella? Il senso comune è portato a collegare la protesta all’insopportabilità  delle condizioni di vita e delle relazioni sociali, ad esempio alla fame o a un dominio brutale. La storiografia e le scienze sociali hanno a lungo adottato un’impostazione simile: la ribellione sarebbe effetto della carestia o dell’inasprimento dei ritmi di lavoro, dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari o dei licenziamenti. Contro questa «concezione spasmodica della storia popolare», ispirata a un «riduzionismo rozzamente economicista», il grande storico inglese Edward P. Thompson scrisse, quasi quarant’anni fa, un fortunato saggio. Pubblicato nel 1971 dall’importante rivista storica «Past & Present», L’economia morale delle classi popolari inglesi nel secolo XVIII venne incluso da Edoardo Grendi nella raccolta Società  patrizia e cultura plebea (Einaudi 1981), capolavoro editoriale che presentava l’«antropologia storica» di Thompson al pubblico italiano: un testo ormai fuori commercio, come la grande ricerca di Thompson sulla formazione della classe operaia inglese (Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, 1963, tradotto dal Saggiatore nel 1968 e da allora mai più riedito). Per merito del curatore Filippo de Vivo e delle edizioni milanesi et al. la traduzione de L’economia morale approntata da Sabina Loriga per la raccolta einaudiana è ora riproposta in un piccolo volume.
Per Thompson le rivolte fanno emergere «nozioni di legittimità », cioè concezioni popolari condivise di quel che è giusto o sbagliato. Per comprendere le rivolte, all’ovvio peso dei fattori materiali occorre dunque accostare l’«economia morale del povero», la visione popolare delle norme e delle condotte cui le diverse figure sociali devono attenersi, specie in situazioni di crisi. A partire da questa ipotesi, Thompson esamina i tumulti annonari dell’Inghilterra del ‘700, cioè i moti popolari contro il rincaro del prezzo del pane, che costituiva l’alimento essenziale della popolazione. Il modello «paternalistico» prevedeva che il grano, prima di essere trasformato in farina e pane, arrivasse sui mercati locali, ove la popolazione esercitava un controllo sulle forme di vendita. Nel corso del ‘700 a questo modello si oppose, con successo, la nuova «economia politica», che predicava la liberazione del mercato granario dai vincoli esercitati dallo Stato e dalla pressione popolare: vennero allora abolite le leggi contro gli accaparratori, rendendo possibile a commercianti e mugnai di immagazzinare il grano per rialzarne il prezzo o di esportarlo in territori contigui o all’estero. Gli strumenti tradizionali, come le riserve pubbliche di grano o il calmiere sul prezzo, da mezzi di azione contro le carestie divenivano così per i nuovi economisti le cause del rincaro. Questa polemica settecentesca si sarebbe fatta globale nei secoli successivi, con esiti tragici, come ha mostrato Mike Davis in Olocausti tardovittoriani (Feltrinelli 2002). Anche l’Italia ne fu investita e se ne trova traccia nelle pagine dei Promessi sposi, là  dove Manzoni si rivela convinto sostenitore del liberismo e avverso alla «passione comune», condivisa da Renzo, secondo la quale «la scarsezza del pane» era «cagionata dagl’incettatori e da’ fornai» e dunque i «magistrati» avrebbero dovuto prendere «provvedimenti» per «far saltar fuori il grano».
Nelle frequenti congiunture di crisi, secondo Thompson i ceti popolari inglesi si sollevarono in nome di una «rielaborazione selettiva» del modello «paternalistico», per ottenere un ritorno alle consuetudini e con esse un ribasso dei prezzi. La loro rivolta non fu affatto «selvaggia», bensì accuratamente organizzata e finalizzata a un obiettivo concreto e praticabile. Le manifestazioni giungevano fino ai mulini e alle fattorie e chiedavano che il grano fosse venduto a un giusto ed equo prezzo e riportato al mercato locale, in modo da abbassare il costo del pane. Nulla di più lontano da un saccheggio: nonostante la fame e la collera, il grano veniva pagato. La politica popolare valeva solo da intimidazione nei confronti di proprietari e intermediari, riportati alla cornice dell’«economia morale» non tanto da violenze o espropri, quanto dall’ampio consenso comunitario verso la protesta. I «presupposti morali» del comportamento sociale risalivano a lontane immagini di giustizia e consuetudini di regolazione dei prezzi approvate anche dalla chiesa, ma trovavano la loro efficacia in un conflitto di classe che non si dispiegava nella contrattazione salariale, bensì nella capacità  delle «folle» (crowds come recita il titolo originale del saggio) di organizzarsi a partire dal luogo fisico del mercato. La trasformazione capitalistica delle campagne inglesi, accompagnata dalla nuova economia politica, dalle guerre napoleoniche e dalla paura di derive giacobine, liquidò sin dai primi dell’800 il riferimento a una «economia morale» ancora vivace nel secolo precedente.
Lo studio di Thompson rappresenta tuttora un prezioso punto di riferimento per la critica della pretesa neutralità  del mercato e per lo studio delle logiche dei movimenti sociali. Sin dalla sua apparizione ha innescato critiche, dibattiti e nuove ricerche, costringendo l’autore a ritornare sul tema, in un intervento (The moral economy revisited, edito nella raccolta thompsoniana Customs in common del 1991) che avrebbe meritato di essere incluso nel volume accanto al saggio di vent’anni prima. La fine dell’«economia morale», intesa come controllo istituzionale del mercato e come idea popolare di giustizia, rappresentò il preludio all’affermazione ottocentesca, in Inghilterra e poi in tutta Europa, del mercato autoregolato e della completa mercificazione di lavoro, terra e moneta, descritte nel classico studio di Karl Polanyi, La grande trasformazione (1944).
Tuttavia gli scenari del ‘900 avrebbero riproposto nuove esperienze di rivolta in nome della restaurazione di specifiche forme di «economia morale»: come quelle dei contadini birmani e vietnamiti degli anni ’30, protagonisti dell’antropologia coloniale di James C. Scott (L’economia morale dei contadini, Liguori 1981) o dei moti contro il caroviveri nel primo dopoguerra europeo, studiati da Roberto Bianchi (ad esempio, sulla Toscana del 1919, Bocci-Bocci, Olschki 2001). La stessa categoria avrebbe conosciuto ulteriori usi, anche oltre le cornici storico-sociali definite da Thompson, da parte degli economisti e dei sociologi della scienza, come ha ricordato Didier Fassin in un recente saggio, nel quale illustra la possibilità  leggere in termini di «economia morale» le rivolte delle banlieues o il conflitto israelo-palestinese («Annales», n. 6, 2009)


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