Lettera aperta al Pd sull’immigrazione

Un documento del Pd sull’immigrazione dovrebbe iniziare elencando le virtù e i vantaggi sociali, non i pericoli e le minacce dell’immigrazione. Le quote sono inadeguate. Le proposte del centrosinistra non possono “scimmiottare” quelle della destra

Guido Melis, Luigi Manconi, Gianclaudio Bressa, Paolo Corsini, Lino Duilio, Eugenio Mazzarella - Rassegna.it Sergio Segio • 14/10/2010 • Immigrati & Rifugiati • 116 Viste

Le parole non sono neutre. L’ordine col quale sono impiegate, il contesto nel quale sono inserite, il senso generale del loro stare insieme non è mai puramente casuale e decide, anche oltre le intenzioni di chi le usa, il senso percepito delle cose dette, che può anche essere quello non voluto. Speriamo che qualcosa del genere sia accaduto agli estensori del documento-mozione intitolato “Comunità  più forti, frontiere più sicure, più accoglienza per chi ha bisogno di aiuto umanitario, una politica selettiva funzionale alla crescita della società “. Lo leggiamo perplessi, e non lo condividiamo. E non apprezziamo che abbia costituito la base di un voto quasi unanime dell’Assemblea nazionale e che venga riecheggiato all’interno del documento del forum Immigrazione.

Cominciamo col dire che già  l’attacco della mozione (“Comprendiamo le preoccupazioni della gente sull’immigrazione”) è equivoco e in definitiva sbagliato. Si gioca in difesa, puntando allo zero a zero.

Un documento del Pd sull’immigrazione dovrebbe iniziare (per fortuna la risoluzione finale del Forum lo fa) elencando le virtù e i vantaggi sociali, non i pericoli e le minacce dell’immigrazione. Dovrebbe dire subito che: a) in un Paese come il nostro, caratterizzato da un drammatico fermo demografico, c’è necessità  oggettiva di risorse umane giovani, sia per alimentare il mercato del lavoro, sia per garantire le pensioni a quella società  di vecchi che stiamo diventando; b) nel mondo della globalizzazione l’immigrazione, cioè la mobilità  degli individui e dei gruppi, è un dato ineliminabile, ed è un’illusione della destra pensare di poterla bloccare erigendo muraglie di norme e politiche di respingimento; c) già  oggi interi settori dell’economia italiana vivono grazie al lavoro degli immigrati, lavoro che non è sottratto agli italiani (come documenta per esempio uno studio recente della Banca d’Italia: della Banca d’Italia, non della Caritas).

Detto questo si sarebbe dovuto affermare con altrettanta chiarezza che l’immigrazione, fenomeno ricco di potenzialità , deve essere governata.

Ma come fare?

Anche qui sbaglia, a nostro avviso, chi ritiene che si possa adottare anche in Italia la soluzione Canada (o Gran Bretagna, o Danimarca) delle quote, prefigurando l’ingresso sulla base di una domanda programmata del mercato del lavoro, alla quale far corrispondere autoritativamente l’offerta di lavoro proveniente dall’estero.

Ora, a parte che questa soluzione vale per gli extra-comunitari ma non è applicabile ai comunitari (salvo mettere in discussione tutto l’impianto della costruzione europea), siamo sicuri che questa ricetta – alla luce dell’esperienza italiana, lunga almeno dodici anni – sia tuttora applicabile al nostro paese? O, piuttosto, non sia una – tra le altre e non la principale – delle politiche da adottare?d’altra parte, in quei paesi dove già  la si adotta, la soluzione delle quote si basa sul fatto che il mercato del lavoro vuole selezionare lavoratori istruiti e specializzati, da inserire in settori di punta a livelli retributivi medio-alti che presumibilmente sono pronti ad accoglierli. Il mercato del lavoro italiano invece oggi attinge agli stranieri chiedendo esattamente il contrario: manodopera generica da inserire in settori bassi del sistema economico a seconda delle emergenze produttive del giorno per giorno. Così accade nel Nord-Est (dove il lavoro straniero è particolarmente prezioso nella piccola industria), così nel Sud (in agricoltura, ad esempio), così in tutto il territorio nazionale indistintamente (operai edili, badanti, colf, camerieri ecc.). Dunque attivare oggi un meccanismo per quote rischierebbe di tagliar fuori tutta l’immigrazione di prima generazione, con efficacia pressoché nulla e gravi conseguenze sull’attuale offerta di lavoro. Farebbe male, non bene all’economia del Paese.

Ma a parte l’errore di strabismo che la proposta delle quote rappresenta, il tema ha una portata più generale. E consiste nel domandarsi se possa essere questo l’approccio di una grande forza progressista al tema cruciale dell’immigrazione. Le politiche di sicurezza sono, è vero, la grande bandiera delle destre europee, ma non è detto che per questo noi dobbiamo inseguirle sul loro terreno, cercando di scimmiottarne atteggiamenti e soluzioni pratiche con l’effetto di apparire comunque una seconda scelta rispetto a quelle collaudate politiche, tutte giocate sulla paura del nuovo e dell’estraneo.

Il centrosinistra dovrebbe viceversa avere una “sua” politica dell’immigrazione, visibile, coerente coi suoi principi, alternativa a quella della destra. Questa politica del centrosinistra dovrebbe innanzitutto valorizzare l’immigrazione, puntando a realizzare sui territori politiche di “alleanza” sociale e culturale, che coinvolgano le comunità  straniere in Italia, le inducano a partecipare ai processi comuni di integrazione e disinneschino gli inevitabili conflitti che la loro presenza suscita (del resto è successo così anche a noi italiani, in tutti i paesi dove siamo stati a nostra volta immigrati; e anche questa memoria non dovrebbe essere cancellata ma semmai coltivata “pedagogicamente”). Occorrerebbero proposte intelligenti e concrete di integrazione: cittadinanza subito ai nativi e prima possibile a chi la vuole; voto alle elezioni amministrative; appositi piani di sviluppo urbani locali; più servizi, più scuola, più assistenza e una burocrazia “umana”.

Bisognerebbe individuare soluzioni pratiche – convincenti e indirizzate alla convivenza e allo scambio – rispetto a un conflitto che è fisiologico, ma non mollare mai sul tema dei diritti degli immigrati e al tempo stesso neppure su quello dei loro doveri (il dovere, innanzitutto, di integrarsi al meglio, rispettando le tradizioni dei paesi dove chiedono di inserirsi). Tutto ciò viene definito “buonismo” dai cattivisti di destra e di sinistra. Ma anche su questo va fatta chiarezza, perché c’è una sfera di diritti, sanciti dalla nostra Costituzione e dai principi dell’Europa democratica, che non può mai essere discussa. Ma, dato per concesso che dobbiamo distinguerci da atteggiamenti puramente “sentimentali”, si ragioni allora numeri alla mano sui bisogni dell’economia e sulla necessità  che in Italia si trasferiscano consistenti flussi di lavoratori immigrati.

Non crediamo, francamente, che il sistema dell’ammissione a punti (e poi, chi li dovrebbe attribuire e togliere questi punti? Il prefetto? Il Ministero? Il sindaco leghista sul territorio?) rappresenti una soluzione adeguata del problema. Faremmo meglio a lasciarla da parte: almeno fino a quando una amministrazione efficiente ed equa non sia in grado di garantire, senza sperequazioni e abusi, l’applicazione saggia e razionale di una simile procedura. Nel frattempo, faremmo meglio a lavorare di più nell’immigrazione. E a essere noi stessi. Se faremo così, le parole per dirlo non ci mancheranno.

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