L’Iraq da otto mesi senza alcun governo

Otto mesi alla ricerca di un governo per Baghdad è servito a ridisegnare le alleanze nella regione. L’appoggio ai due maggiori candidati – il premier uscente Nuri al Maliki e un altro ex premier Iyad Allawi – hanno segnato un rimescolamento delle alleanze e messo in allarme gli Usa e anche i loro alleati, come l’Arabia saudita, sul ruolo che sta assumendo l’Iran. Tehran, che già  aveva molta influenza sull’Iraq attraverso i partiti religiosi sciiti non voleva certo perdere l’occasione del ritiro (anche se non completo) degli americani per giocare le sue carte.
In competizione per la formazione del governo due sciiti, uno religioso e l’altro laico. Questo non aveva impedito in un primo tempo agli americani di appoggiare Nuri al Maliki, che ora è sostenuto ufficialmente da Tehran. E non solo, ma anche dalla Siria e dagli Hezbollah libanesi. Assad non poteva certo essere favorevole a al Maliki che l’aveva accusato di ospitare sul suo territorio i terroristi che avevano devastato quattro ministeri a Baghdad. A ritessere le fila è stato il presidente iraniano Ahmadinejad durante la sua sosta a Damasco mentre era in viaggio per partecipare all’Assemblea dell’Onu. E Assad avrebbe ricambiato la visita a Tehran due giorni dopo l’annuncio dell’accordo tra al Maliki e Muqtada al Sadr, leader del movimento radicale sciita iracheno.
Il tentativo di accordo tra i due leader sciiti era iniziato fin dall’indomani delle elezioni – del resto cinque anni prima si era presentati nella stessa lista -, Muqtada al Sadr era pronto ad un accordo con il partito Dawa ma contrario alla conferma di al Maliki. Il premier infatti aveva lanciato il suo esercito contro le milizie di Muqtada sia a Bassora che a Sadr city (Baghdad) quindi non poteva avallare il suo operato. A convincere Muqtada al Sadr che da due anni vive nella città  santa iraniana di Qom per completare i suoi studi religiosi sono stati gli iraniani attraverso l’ayatollah Kazem al-Haeri, maestro spirituale di Muqtada da quindici anni. Oltre al fatto che al Maliki ha cominciato a liberare alcuni prigionieri sadristi.
Dunque con l’avallo oltre che di Ahmadinejad anche della guida spirituale iraniana Ali Khamenei e del leader degli Hezbollah libanesi Hassan Nasrallah, l’operazione può partire, anche se i 53 seggi di Muqtada più gli 89 di Maliki non raggiungono la maggioranza del parlamento composto da 325 membri. Naturalmente l’investitura ufficiale di Nuri al Maliki è avvenuta con la sua promessa di non permettere agli americani di mantenere nessuna base in Iraq dopo il loro ritiro alla fine del 2011, anche se in passato il premier aveva promesso agli americani un acquisto massiccio di loro armi che avrebbe richiesto una permanenza di addestratori per l’uso. Gli americani ufficialmente confermano che non manterranno basi, ma è difficile immaginare che non resteranno almeno per controllare il petrolio, oltre che per avere un controllo dell’assetto strategico della regione.
L’asse Tehran-Damasco che passa anche per il Libano inquieta non solo il rivale di al Maliki, Iyada Allawi ma anche le altre potenze della regione, sunnite, Arabia saudita in testa. Dopo il tour iraniano, Nuri al Maliki si è recato al Cairo per rassicurare Mubarak e promettere, se non altro, investimenti agli egiziani per la ricostruzione dell’Iraq.
Sull’altro versante invece Allawi (91 seggi) sta lavorando alla costruzione di una coalizione con una costola sottratta al blocco religioso sciita uscito molto ridimensionato dalle elezioni, quello del Supremo consiglio islamico iracheno (18 seggi), che ultimamente ha allentato i rapporti con l’Iran, oltre che con l’Alleanza kurda (57 seggi) sempre incerta se privilegiare la carta kurda o quella irachena. Gli americani preferiscono non ufficializzare le loro preferenze limitandosi a sollecitare la formazione del governo, ma se all’inizio avevano optato per Maliki, ora sembrano propendere per Allawi soprattutto se riesce a convincere i kurdi che restano gli alleati più fedeli degli Usa. E questa opzione rappresenterebbe anche una garanzia per la Turchia.
Ma mentre si tessono tutte queste trame l’Iraq dal 7 marzo non ha né un parlamento né un governo che funzioni ed è una situazione molto pericolosa per un paese in bilico.


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