«Per la prima volta siamo organizzati»

MIGRANTI Dopo lo sciopero contro i caporali

Carlo Lania - il manifesto Sergio Segio • 17/10/2010 • Immigrati & Rifugiati • 122 Viste

ROMA. Kalifoo è tornato in piazza. Dopo lo sciopero di sette giorni fa alle rotonde del lavoro nero in Campania, ieri ha incrociato nuovamente le braccia. Uguale l’obiettivo: «Stop allo sfruttamento, vogliamo diritti, permesso di soggiorno e lavoro per tutti» dice lo striscione che Oba e i suoi compagni tengono bene in vista. «Kalifoo – spiega – è una parola africana che significa ‘terra di sfruttamento’, ma anche ‘sfruttato’. Noi siamo kalifoo».
C’erano anche loro ieri a piazza San Giovanni, gli immigrati del litorale domiziano che venerdì scorso si sono rifiutati di farsi sfruttare dai padroncini che ogni giorno all’alba li prendono alle rotonde per portarli a lavorare nei campi o nei cantieri edili per una paga da fame: 30 euro per 10-12 ore di lavoro. E c’è chi sta anche peggio. «Qualcuno deve pagare il caporale, 5 euro al giorno» prosegue Oba. La decisione di partecipare allo manifestazione indetta dalla Fiom è stata quasi una scelta naturale. Dopo lo sciopero di venerdì Giorgio Cremaschi li ha chiamati al telefono complimentandosi per quanto avevano fatto. «Oggi ci sono solo due no al ricatto che ci pongono tutti i giorni, il nostro e il vostro», ha detto l’ex segretario nazionale della Fiom. I contatti sono poi continuati, al punto che il sindacato delle tute blu ha messo a disposizione degli immigrati un pullman per venire a Roma. E in cento ne hanno approfittato.
Come ogni cosa, anche in questo caso la decisione è nata nelle assemblee che ogni mercoledì si tengono all’ex Canapificio di Caserta. Quello dei diritti è un tema di cui in questi tempi si è discusso molto, e non solo perché gli africani che lavorano lungo il litorale sono quasi tutti senza permesso di soggiorno e per questo ancora più ricattabili. Ma anche perché quanto accaduto negli ultimi tempi in Campania non ha potuto non coinvolgerli. «Abbiamo fatto un parallelo con la vicenda di Pomigliano – spiega Mimma D’Amico, dell’ex Canapificio, in piazza a Roma insieme agli immigrati -. Anche lì gli operai sono stati ricattati per poter lavorare. Un po’ come succede tutte le mattine alle rotonde. Scioperare per gli immigrati è stato un grande atto di dignità , anche perché molti di loro non lavoravano da più di un mese».
Ferme dietro lo striscione ci sono persone arrivate in Italia da tutta l’Africa: Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Niger, ma anche Marocco. In un italiano stentato spiegano che quella di scioperare non è stata una decisione facile, anche perché fra di loro la paura di perdere quel poco che avevano era forte. Per non parlare delle ritorsioni, sempre possibili in una terra dove la camorra detta legge. Invece è andata bene. «I padroni adesso hanno un po’ paura – spiega Oba – perché hanno capito che abbiamo un’organizzazione e abbiamo dimostrato che quando vogliamo sappiamo ribellarci. Lo sciopero è stato importante perché abbiamo dato un segnale forte».
A Roma, in piazza con tutti gli altri, c’è anche qualcuno venuto apposta da Rosarno. Tra qualche settimana nel paese della piana di Gioia Tauro che a gennaio ha visto la rivolta degli immigrati ricomincerà  la raccolta delle arance e anche gli immigrati di Villa Literno, Afragola, Castelvolturno e di tutto il litorale domiziano scenderanno insieme agli altri. Difficile immaginare cosa accadrà . Gli imprenditori agricoli stanno chiamando gli immigrati, ma in paese non ci sono posti letto sufficienti per accoglierli. Le vecchie fabbriche dove erano sistemati fino a gennaio non ci sono più, ripulite o abbattute nei giorni successivi la rivolta. «Chi può affitta una casa, e poi magari dormono in dieci persone per stanza – spiega Oba .- ma è chiaro che la maggior parte dovrà  arrangiarsi».
Venerdì gli immigrati hanno fato un sit in davanti al ministero degli Interni. «Abbiamo capito – spiega D’Amico – che il governo non intende recepire né la direttiva europea sui rimpatri, che scade a dicembre, né quella contro lo sfruttameno sul lavoro. E questo è scandaloso».

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