“Il super-euro può mettere in crisi la competitività  del made in Italy”

WASHINGTON – «Nella guerra delle monete l’Eurozona corre dei rischi gravi. La Germania per la competitività  della sua industria può anche sostenere un rafforzamento dell’euro fino a quota 1,50 sul dollaro, se dovesse risalire fino a quel livello. Ma per gli esportatori italiani anche un euro vicino a quota 1,40 come in questi giorni, può provocare già  delle difficoltà  serie». Lo ha dichiarato Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso, nel corso di un dibattito a Washington presso il Carnegie Endowment for International Peace. Commentando gli ultimi sussulti sui mercati dei cambi internazionali e il record storico dell’oro, De Benedetti ha detto: «Siamo di fronte a un sistematico deprezzamento delle valute, il classico “debasement” che avviene quando si stampa carta moneta e si corrode il suo valore. Questa è la ragione di fondo che sta dietro alla corsa verso l’oro. All’origine c’è un interesse degli Stati Uniti, il più grande debitore verso il resto del mondo. Poiché il debito estero americano è denominato in dollari, Washington ha un vantaggio evidente a puntare sul calo della propria moneta per rimborsare un debito alleggerito dalla svalutazione. La Cina ha un interesse opposto, sia come esportatore sia come creditore non può che essere danneggiata se il suo renminbi si rafforza sul dollaro. Lo scontro fondamentale è quello che si gioca lì, nella relazione tra Stati Uniti e Cina. L’Eurozona è un attore secondario, anche se rischia di farne le spese».
Il Carnegie Endowment è uno dei think tank storicamente più autorevoli e rispettati. Ha una lunga tradizione di analisi sui temi geoeconomici e geostrategici, ai suoi dibattiti a porte chiuse intervengono esponenti dell’Amministrazione e dell’establishment economico. Ieri per la prima volta dai temi “macro” ha spostato l’attenzione alle conseguenze della crisi sull’economia reale e il mondo delle imprese europee. Moises Naìm, già  ministro venezuelano dell’energia e fondatore della rivista Foreign Policy, attualmente membro del Carnegie Endowment, ha promosso il dibattito sul tema “Le imprese europee e la grande recessione: una veduta dalle tincee”. Con De Benedetti sono intervenuti Paul Laudicina, presidente della società  di consulenza A. T. Kearney, e il direttore del Sole-24 Ore Gianni Riotta. Moises ha lanciato la discussione sottolineando alcuni paradossi della situazione europea: «La Spagna è uno dei paesi considerati a rischio come debitore sovrano, eppure due imprese spagnole come il Banco Santandèr e la Telefonica sono tra le più dinamiche del continente». Laudicina ha ricordato che molte grandi imprese europee sono più globalizzate di quelle americane: «L’export in media pesa per il 17% sul loro fatturato contro il 12% per le imprese Usa». Questo, ha commentato De Benedetti, «contribuisce a spiegare perchè oggi ci siano meno spinte protezionistiche in Europa, rispetto agli Stati Uniti».
Un’attenzione particolare è stata dedicata al “contratto sociale tedesco”, che ha consentito di mantenere e in certi casi aumentare le quote di mercato mondiale del made in Germany anche dopo la recessione, malgrado l’handicap dell’euro forte. «Un’azienda come la Volkswagen – ha detto De Benedetti – è riuscita a ridurre del 20% i suoi costi salariali e ad aumentare del 12% le sue vendite, in controtendenza rispetto alla maggior parte delle sue concorrenti straniere. Per la Bmw, incredibile a dirsi, la Cina è ormai un mercato più importante della stessa Germania. La Mercedes ha sconfitto i giapponesi sul terreno della qualità ». De Benedetti ha aggiunto che il made in Italy ha avuto delle performance valide: «Grazie alla nostra piccola e media impresa, reattiva e flessibile anche nelle relazioni industriali, entro un triennio la Cina potrebbe diventare il terzo mercato di sbocco per il made in Italy. Nel dopo-crisi vincono le imprese che rispondono ai nuovi bisogni di qualità  della vita, e l’Italia in questi settori ha dei campioni».


Related Articles

Fondi già “prenotati” da creditori e banche Degli 86 miliardi Atene non avrà nulla

Gli 86 miliardi promessi alla Grecia da Bce, Ue, Fmi ed Esm con il terzo piano di salvataggio hanno le stesse caratteristiche dei 240 miliardi dei primi due: sono prestiti- boomerang

Il club dei banchieri centrali formati al Mit che sta inondando di liquidità  il mondo

La cura da 11.000 miliardi studiata da Bernanke, Draghi, King, Stein e Fischer   

L’Imu fa il pieno: 24 miliardi 4 dalla prima casa, 225 euro a testa

 Il governo: “Nessuna fuga dal fisco”. Stangata sulle aziende

 

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment