“La causa fiscale Mondadori fu spostata in modo illegittimo”

ROMA – Una procedura che si sta dimostrando sempre più oscura. Un iter la cui paternità  sembra non volersela assumere nessuno e su cui, ora la procura di Roma ci vede lo zampino della loggia segreta P3. È la soluzione che il 28 ottobre 2009 ha seguito la Corte di Cassazione per assegnare un fascicolo non da poco: il contenzioso tra l’Agenzia delle Entrate e la Mondadori di Silvio Berlusconi, per un mancato pagamento fiscale da 173 milioni di euro che il colosso di Segrate avrebbe omesso nel lontano 1991, in occasione della fusione tra le case editrici Amef e Arnaldo Mondadori. Quel contenzioso doveva essere affrontato dalla Sezione Tributaria in ultima istanza, ma improvvisamente venne trasferito alle Sezioni Unite. Ora, i pm capitolini Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli, titolari dell’inchiesta che ha portato in carcere Falvio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, scoprono con un deposito atti, quanto fino ad oggi hanno ricostruito: ovvero, la procedura adottata dai vertici della Cassazione non ha seguito i canoni di legge.
Il particolare emerge da un interrogatorio del 3 giugno scorso. A piazzale Clodio viene convocato come testimone Raffaele Botta, «vice segretario generale della Cassazione», e capo ufficio stampa della Corte. Botta ripercorre il modo in cui si era deciso di rispondere, il 28 ottobre 2009, a un articolo di Repubblica che avanzava forti dubbi sull’iter seguito. Al termine della sua ricostruzione, i magistrati romani lo informano che la procedura era fuori dalla legge. «Prendo atto – risponde – che l’ufficio mi informa che l’istanza di remissione è stata presentata oltre il termine di dieci giorni previsti dal codice». Ma le anomalie non sono terminate qui. Botta, infatti, afferma anche di aver scritto che la decisione era stata adottata con l’adesione dell’Avvocatura dello Stato. Ma lo stesso organo, a cui era per legge affidata la competenza della causa, il 29 ottobre prenderà  le distanze. «Io – ha precisato Botta – ho riferito dell’esistenza dell’istanza e dell’adesione dell’Avvocatura in base alle notizie fornitemi dal presidente Vincenzo Carbone e dal presidente Giovanni Prestipino. Tutti e due mi hanno confermato l’esistenza di questo documento».
Non un dettaglio secondario, visto che, sul punto, la procura di Roma, il 4 agosto scorso chiese spiegazioni precise al presidente Carbone (all’epoca convocato come testimone, e ora finito sul registro degli indagati per corruzione). Una versione piena di «non ricordo», di «prendo atto», di «non è vero». Carbone respinge le ricostruzioni dei fatti fornita dagli altri testi, su chi è stato l’artefice di quel trasferimento di competenza della causa Mondadori. Il giudice designato era il presidente Enrico Altieri, che come ricorda lo stesso Carbone, «propendeva per inviare la causa alla Corte Europea». Ma venne estromesso. E Carbone smentisce anche il collega Prestipino. «È stato lui – sbotta a verbale – ad avvisarmi dell’avvenuta presentazione dell’istanza e del suo provvedimento a me per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite».
Per la cronaca, mentre la Cassazione decideva sul destino di una pendenza con il fisco da 173 milioni di euro, in Parlamento sono stati ben più decisi, approvando a marzo un decreto legge «sulle chiusure delle liti pendenti». La Mondadori, a luglio, ha chiuso il contenzioso versando al fisco 8,6 milioni di euro.


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