“Noi e quest’Italia da matti” cartoline da Sant’Egidio

Dalle tele alle poesie: in mostra a Roma il Paese visto dai disabili “Ecco perché, nonostante tutto, vogliamo bene alla nostra terra”.  La lezione di questi speciali artisti sta nella mancanza di polemiche e lamentazioni.  Emergono tesori di saggezza, ma anche serena accettazione dei propri limiti

FILIPPO CECCARELLI - la Repubblica Sergio Segio • 29/10/2010 • Buone pratiche e Buone notizie • 244 Viste

ROMA. Se mai un giorno gli ultimi saranno i primi; ma se intanto l’Italia, fra tagli di bilancio ed egoismo sociale, non tiene in gran conto le persone disabili, ecco, ci si potrà  anche chiedere come queste ultime, nel senso letterale e della trascuratezza civile, sentono, valutano, raccontano e illustrano l’Italia di oggi. Ebbene: ne hanno così tanta pietà  da volerle ancora più bene.
Piccola grande sorpresa dell’arte. «Un paese a testa in giù» è l’immagine scelta da Sonia Sospirato, che sul certificato medico ha impresso «ritardo intellettivo medio-grave». Ma chi potrebbe dar torto alla sua poesia? «Popolo senza dolore né passione/ gioia non ha/ libero popolo più non è». Oppure c’è un tricolore impiastricciato, un potente e sudicio ammasso di macchie: così Roberto Mizzon, che anche lui ha i suoi guai psicofisici, ha dipinto «l’Italia che smotta». E c’è solo da sperare che non sia un’immagine troppo profetica perché realistica lo è senz’altro.
Pitture, versi, installazioni. In sintomatico anticipo con il 150°, la mostra dei Laboratori d’arte de «Gli Amici della Comunità  di Egidio», al Museo di Roma a Trastevere, dal 21 al 31 di ottobre, s’intitola appunto: «Noi, l’Italia». Noi disabili, s’intende, ma disabile, tra menomazioni e handicap nazionali, crisi economica, spappolamento sociale, rincretinimento culturale, moralità  al grado zero, niente fiducia in se stessa, appare oggi francamente pure l’Italia.
E tuttavia la grande lezione di questi speciali artisti sta nella mancanza di polemiche e lamentazioni. Dalla mostra si levano anzi, insieme a tesori di saggezza, la forza delle cose essenziali, la serena accettazione dei propri limiti, un flusso di segni perfino consolanti nella loro durezza.
Il tenero orgoglio del rom Miralem Pavani, nato muto e abbandonato dai suoi: «Sì, amo te. Italia,/ anche senza gioia,/ non posso che amarti./ Sei la mia ninna mamma./ Ci sono nato». Il sobrio decoro di Micaela Vinci, sordomuta fin dalla nascita: «Gli italiani dove sono?/ Ci sono?/ finora solo abiti senza uomini». La croce nera spruzzata e asciugata con il phon su una macchia rosso sangue da Arturo Maggio, dalla sua carrozzella di tetraparetico. La bandiera italiana «Fantastik» composta con pacchetti di kleenex dell’Ikea o con tessere sgocciolanti di mosaico. La fantastica innocenza dei bambini balilla che salutano su fondo giallo e schizzi azzurri di Rosa Generoso: e forse solo una persona down possedeva la virtù sublime di purificare quella stagione storica.
Opere collettive come l’installazione di candele e mozziconi, in tutto 1017 come gli ebrei spediti nei campi dal ghetto di Roma; o la grande «Emigrazione/immigrazione», realizzata in mesi di lavoro come una specie di staffetta testimoniale con orme di piedi di rom, di artisti de «Gli Amici», piccoli profughi afgani. E tanti pennini a forma di mano su fondo rosa per ricordare il voto alle donne.
La storia e i temi caldi del presente. Le carceri violente come una gabbia che sgocciola azzurro e nero; la disoccupazione rivive nel racconto fin troppo realistico di Massimiliano Pantini: «Tante bugie/ tante domande/ devi andare in circoscrizione/ devi chiamare il comune di Roma…»; mentre allo stesso modo «Il Precario» è un povero filo di rame deposto su un sostegno pregiudizialmente instabile, un omino primario e contorto che allarga le braccia e non certo per esprimere la sua gioia.
Maurizio Di Salvo, entrato in manicomio a 8 anni, racconta quel tempo di botte e di lontana prigionia, «mi mettevano sempre le manette come carcerati» e chiude i suoi versi con una folgore: «Io volevo uscì». Samanta Famiani, ha la spina bifida, ha la grazia luminosa di un personaggio zavattiniano di Miracolo a Milano: «Se stiamo tutti italiani/ siamo anche tutti stranieri/ quindi se incontro uno straniero non gli dico/ vattene./ Mi fermo e gli dico/ ciao amico come stai?».
Forse è l’Italia, alla fine, che sta più male di loro. Gabriele Tagliaferro, che dell’autismo reca bagliori di metafisico genio, è stato per ore davanti ai tasti del pc prima di lasciare a chi l’incoraggiava questo messaggio: «Riuscire a pensare di potere parlare/ per tanti aspetti è squisita civiltà  partecipare/ ma la parola oramai non gente antica trova/ che sappia ascoltare./ Tutto è parola./ Stiamo a forte tremenda libertà  noi avvicinandoci/ Parole più limiti non hanno». Stai a vedere che forse è anche per questo che potrà  salvarsi, l’Italia.

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