Riforma degli ammortizzatori: 500mila tutele in più

Un sistema esclusivo. Nel senso che tiene fuori troppi lavoratori e non li include. Raffazzonato, con una giungla di aliquote contributive, trattamenti, soglie di accesso e deroghe . È questo – come certificato anche da Bankitalia – il sistema italiano degli ammortizzatori sociali. Di fatto un non sistema, dunque, che tiene fuori 1 milione e 900mila lavoratori dalla possibilità  di avere il sussidio di disoccupazione e che dunque per la Cgil va riformato in maniera organica. La proposta, messa a punto dalla confederazione e dall’Ires (con un gruppo di lavoro composto da Giovanna Alteri, Lorenzo Birindelli, Fernando Di Nicola, Michele Raitano e Claudio Treves) è stata presentata a corso d’Italia lunedì 4 ottobre dal segretario generale della Cgil, Gugliemo Epifani, dal segretario confederale Fulvio Fammoni e da Giovanna Altieri, direttore dell’Ires. L’ambizione è alta: 500mila nuovi lavoratori dovrebbero a regime (nel 2018) essere inclusi nel sistema di tutele, il tutto in modo finanziariamente sostenibile.

Tre, come ha sottolineato Epifani, sono i pregi essenziali della proposta: include tanti lavoratori prima esclusi da cassa integrazione, mobilità  e indennità  di disoccupazione, ha costi prevedibili e sostenibili, permette all’Italia “di sentirsi un po’ più europea”, visto che oggi con il sistema attualmente vigente i nostri lavoratori sono al secondo posto in Europa quanto a rischio povertà , anche a causa di una spesa per i disoccupati appena allo 0,7 del Pil, la quota più bassa tra i maggiori paesi dell’Ue.

L’idea è quella di attivare a regime due soli strumenti per tutti i settori. Il primo è la Cig (che mette insieme cassa integrazione ordinaria e cassa integrazione straordinaria), il secondo la Disoccupazione, che unisce mobilità  e, appunto, disoccupazione. Il sistema progettato è pubblico e universale e – in controtendenza con l’idea di sussidiario del governo – può essere solo integrato, mai sostituito, dalla bilateralità . Per avere diritto alla nuova Cig bisogna avere almeno 90 giorni di contribuzione, l’importo è l’80 per cento della retribuzione (con un massimale di 1.800 euro netti, senza decalage) e dura al massimo 36 mesi nel quinquennio.

Quanto alla disoccupazione, la copertura sarà  anche qui inizialmente dell’80 per cento (fino a un tetto di 1.800 euro netti), con un decalage che porta l’indennità  al 64 per cento dopo 12 mesi e al 50 per cento dopo due anni (integrabile dalla contrattazione bilaterale). Il sussidio comporta l’obbligo da parte del lavoratore, dopo i primi sei mesi di godimento del beneficio, di accettare offerte di lavoro congrue secondo le disposizioni delle leggi regionali. La durata massima dell’indennità  è fissata a 24 mesi per chi ha meno di 50 anni e sale a 30 per chi ne ha di più; per i disoccupati del Sud sono previsti sei mesi in più.

Tra le novità  più interessanti, c’è il fatto che per accedere alla disoccupazione bastano 78 giornate lavorative sulle quali si è versata la contribuzione. Con l’attuale normativa c’è invece un vincolo biennale e questo, secondo calcoli molto attendibili, taglia fuori il 74,5 per cento dei lavoratori a tempo indeterminato che non soddisfano i requisiti per l’indennità .

Altro indubbio merito della proposta è quello di semplificare: se venisse accolta, infatti, gli strumenti normativi scenderebbero da sette a due, così come i modelli di contribuzione (cioè le aliquote) che passerebbero dalla giungla delle attuali ventiquattro a sei. L’unica differenza che resta è quella tra le imprese fino a 15 dipendenti, che avranno aliquote più basse rispetto a quelle industriali con un maggior numero di dipendenti e al settore edile.

“Con la nostra proposta – spiega il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni – la platea dei lavoratori che potrebbe usufruire degli ammortizzatori sociali salirebbe di 500mila, per la maggior parte donne, immigrati e addetti con basse qualifiche. Sono misure necessarie e organiche, tanto più urgenti perché la crisi è assai lontano dal cessare di produrre i suoi effetti che sono contemporaneamente il restringimento della base lavorativa e produttiva del paese. Naturalmente come tutte le proposte è aperta alla discussione, a cominciare naturalmente da Cisl e Uil”. In ogni caso, riprende il sindacalista “visto che tutti ne parlano ma pochi fanno qualcosa, ci sembra un moto concreto per mettere in campo interventi utile per i giovani, le donne e gli immigrati, i più penalizzati dalle attuali tutele”.

Da non sottovalutare, infine, l’aspetto finanziario. “Sinora – ha detto Epifani – tutti i governi, compresi quelli di centro sinistra, ci hanno spiegato che la riforma degli ammortizzatori sociali non si poteva fare perché costava troppo, ma con questa proposta dimostriamo che non è così”. Come è dimostrato in numerose e utili tabelle, la riforma targata Cgil è in grado di finanziarsi attraverso la contribuzione, che può coprire 4,2 miliardi di euro in più necessari a regime, cioè nel 2018. In alcuni, i contributi delle imprese possono anche scendere: aumentano solo quelli delle aziende che oggi versano poco o nulla. Insomma: un sistema più giusto per tutti. Lavoratori e aziende.


Related Articles

I nuovi diritti delle partite Iva

Assegni a chi lavora in maternità, tutele per la malattia. Piano per i poveri

Roma a tutto sgombero

Quattro sfratti di campi abusivi in pochi giorni nella capitale. Dall’approvazione del Piano Nomadi di Alemanno, ci sono stati 425 sgomberi. Al via una campagna per la sospensione dei «repulisti»

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment