Se l’immigrato resta un estraneo

 La Merkel proclama il fallimento del multiculturalismo, o di quel modello di integrazione che si regge sul riconoscimento di un certo grado di diversità  culturale nello spazio pubblico, soprattutto in relazione alla presenza dell’islam in Europa. Ma tutti gli Stati europei sono alle prese con la crisi del proprio modello di integrazione. A riprova che il radicale mutamento indotto dalla globalizzazione ha sottoposto a dura prova un bagaglio di soluzioni che si riteneva ormai consolidato. L’irruzione di culture altre nello spazio sociale solleva, infatti, questioni enormi, tra le quali il concetto di cittadinanza, la laicità  dello stato, il pluralismo religioso. Tutti si interrogano sul che fare ma nessuno dispone di ricette miracolose.

RENZO GUOLO - la Repubblica Sergio Segio • 26/10/2010 • Immigrati & Rifugiati • 118 Viste

Il multiculturalismo mostra palesi limiti perché amplifica la già  vasta frammentazione sociale. Ma in crisi è anche il modello assimilazionista, come ci ricorda non solo il famoso caso delle ragazze musulmane del liceo di Creil, espulse da scuola perché la laicità  francese non permette che venga ostentato alcun segno religioso nella sfera pubblica, nemmeno il velo. Un modello che taglia gordianamente i nodi ma fatica a legittimarsi quando non riesce a distinguere nettamente tra ciò spazio pubblico o privato. La rivolta delle banliues ha mostrato poi che il presupposto dello scambio assimilazionista, concessione della cittadinanza contro rinuncia ai particolarismi identitari, non funziona: per i giovani delle periferie i diritti sociali di cittadinanza restano un miraggio senza politiche pubbliche di sostegno. Così non trovano lavoro e hanno cattivi risultati a scuola, l’istituzione cui è assegnato il compito di trasmettere i “valori repubblicani”.
Gran Bretagna, Olanda, e alcuni lander tedeschi, hanno adottato un modello multiculturalista. Ma esasperano il riconoscimento delle differenze senza definire il terreno comune sul quale le diverse culture devono incontrarsi per rendere possibile un comune senso di appartenenza. Sono, così, proliferate comunità  parallele, etniche o religiose; e, come tutte le figure parallele, destinate a non incontrarsi mai. La Gran Bretagna si è stupita quando ha preso atto che gli autori degli attentati di Londra del 2005 non erano stranieri ma cittadini di Sua Maestà . Perfettamente integrati, ma solo all’interno delle loro comunità  chiuse, in questo caso quella etnica pakistana.
Francia e Gran Bretagna, hanno comunque confermato, sia pure con qualche variante per evitare di alimentare l’ulteriore crescita di forze xenofobe, i loro modelli. È l’idea di fondo che li sorregge: per quello assimilazionista la convinzione che la coesione sociale sia garantita dalla condivisione di ideali come i valori repubblicani e la laicità  “negativa” dello Stato; per quello multiculturalista, l’idea che singoli e gruppi siano meno conflittuali quando coltivano la propria identità  religiosa e culturale. Modelli che hanno entrambi come presupposto lo ius soli: è cittadino non solo chi è nato lì ma anche l’immigrato che voglia diventarlo attraverso un adesione basata non sul legame etnico ma sul contratto.
E in Italia? Il nostro paese non ha elaborato alcun modello: a seconda delle diverse maggioranze di governo, ha prevalso una concezione inclusiva o esclusiva dello straniero. In realtà , un modello si è imposto. Sotto il pugno di ferro leghista ne è nato uno nominalmente assimilazionista, ispirato dalla generica formula «gli immigrati rispettino le nostre leggi e tradizioni». Ne è derivato un assimilazionismo monco: l’assenza di cittadinizzazione lo rende poco appetibile agli immigrati, chiamati a rinunciare alle proprie identità , culturali, etniche e religiose, in cambio del nulla. Se in Francia quella rinuncia ha come oggetto di scambio la cittadinanza, in Italia l’assimilazionismo in salsa padana assume il volto dell’imperativo senza contropartite.
Un modello essenzialmente disciplinare, fondato sullo ius sanguinis che sbarra l’accesso alla cittadinanza allo straniero. Formalmente assimilazionista, questo modello funziona, di fatto, come un modello multiculturalista. Stigmatizzando gli immigrati come portatori di irriducibili differenze etniche e religiose, rinuncia a qualsiasi interazione con lo straniero, alimentando una separatezza che riproduce intoccabili ghetti identitari. Questo assimilazionismo senza assimilazione, questo multiculturalismo negato e di fatto riprodotto nella sua versione ostile dell’enclave identitaria, è però foriero di futuri conflitti. Dentro al magma oscurato della separatezza sociale crescono, più che stranieri, estranei senza nessuna lealtà  politica verso il Paese in cui vivono.

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