STATI UNITI. Sconfitte le capitaliste

LOS ANGELES (CALIFORNIA). La disfatta delle capitaliste. E per mano degli ispanici: non è la rivoluzione di Zapata e Pancho Villa del 1910, sono le elezioni un secolo dopo in California. Almeno questa è la prospettiva a due giorni al voto di martedì (ma qui un quinto degli elettori ha già  votato con l’early vote, il voto anticipato o postale).
Le capitaliste sono ambedue repubblicane: Carly Fiorina (56 anni) si candida contro la democratica Barbara Boxer, settantenne che ha completato il suo terzo mandato al Senato dopo aver passato dieci anni alla Camera; invece Meg Whitman (54 anni) compete per la poltrona di governatore con il democratico Jerry Brown (72 anni), già  governatore della California per due mandati, poi sindaco di Oakland per otto anni e ora ministro della Giustizia (attorney general) di questo stato.
Dunque due cinquantenni repubblicane contro due settantenni democratici. Due outsider della politica contro due politicidi professione. Ma soprattutto due donne delle grandi corporations.
La texana Carly Fiorina è famosa per essere stata per sei anni (dal 1999 al 2005) presidente e amministratore delegato del gigante informatico Hewlett Packard, poltrona che dovette abbandonare perché la fusione con la Compaq, da lei voluta a tutti i costi, fu una vera delusione. La newyorkese Meg Whitman (laureata a Princeton e master a Harvard) è per antonomasia la signora di eBay, il colosso dell’e-commercio che – come lei non si stanca mai di ripetere a ogni comizio – aveva 30 dipendenti e un fatturato di 4 milioni di dollari quando ne prese le redini nel 1998, e invece 15.000 dipendenti e 8 miliardi di fatturato quando l’ha lasciato dieci anni dopo, nel 2008.
Fiorina e soprattutto Whitman hanno molti più fondi dei loro rivali, ma secondo gli ultimi sondaggi Boxer è in testa di 8 punti e Brown di 10. Il più stupefacente è il caso di Whitman, la cui fortuna personale è valutata a 1,3 miliardi di dollari di cui ha speso una bella fetta in questa campagna elettorale: oltre ad aver ricevuto 20 milioni dai suoi sostenitori, Whitman ha profuso del suo ben 141 milioni di dollari (più di 100 milioni di euro al cambio ufficiale, 200 miliardi delle vecchie lire). E però, dopo una partenza a razzo (da popolarità  zero al 40 % circa di opinioni favorevoli), lì si è fermata, mentre Brown che a marzo sembra spacciato, è risalito dal 27 al 49%, nonostante abbia raccolto «solo» 35 milioni di dollari. Lo stesso è avvenuto nella corsa Fiorina/Boxer. Pure Boxer arrancava, ma ora ha un vantaggio netto (anche se i sondaggi vanno presi con le molle: il margine d’errore è del 3,2%, cosicché anche un distacco di 6,4 punti può non significare assolutamente nulla).
Qui dunque i democratici manterranno il governatore e un seggio al senato che parevano ambedue persi: la California va controcorrente rispetto al resto degli Stati uniti, qui le facce della sinistra sono meno lugubri. E i volti dei repubblicani sono meno raggianti.
Parlo con il mio repubblicano preferito, Allan Hoffenblum, che vado a trovare ogni volta che passo per Los Angeles per attingere qualche goccia della sua antica saggezza politica. Reduce dal Vietnam (in aviazione), decorato al valor militare, alle soglie della settantina, grassottello, capelli candidi, dita curatissime che ostentano un anello con diamantino, Hoffenblum personifica le ambiguità  degli spartiacque politici negli Usa: infatti è insieme repubblicano, ebreo e dichiaratamente gay.
«Uno stato democratico»
Lo intervisto nel suo bell’appartamento appena sopra Sunset Boulevard, con vista su tutta la piana di Los Angeles. È stato per decenni direttore di campagna elettorale, ma ora pubblica un suo annuario, il California Target Book (il cui abbonamento costa 2.000 dollari), che contiene tutti i dati politici della California, circoscrizione per circoscrizione, aggiornati on line in tempo reale: ha 300 abbonati tra cui grandi giornali come il Los Angeles Times, agenzie come Ap, corporations come At & t, Boeing, Hewlett Packard, catene di ospedali, università , politici, sindacati, banche.
«La California è uno stato democratico», dice Hoffenblum: «A parità  di condizioni, vince il dem: se tutti e due i candidati sono buoni, vince quello dem, se tutti e due sono orribili – come in questo caso nella corsa a governatore – vince sempre il dem. Perché il repubblicano vinca, deve essere migliore del democratico, e in questo caso non lo è. Whitman ha speso molti soldi, ma il denaro è una risorsa tattica, che non rimpiazza la strategia. Ti permette di moltiplicare gli spot in tv, alla radio, di far sentire meglio il tuo messaggio, ma se il tuo messaggio è debole, o non hai strategia, il denaro non fa altro che amplificare il niente. Il problema è che mentre in altre situazioni presentarsi come candidato dell’antipolitica può essere una carta vincente, qui il governatore uscente, Arnold Schwarzenegger era già  un outsider, un Ufo in cui erano state riposte molte speranze e che ha fallito. Da questo punto di vista, e a livello locale, la delusione suscitata da Schwarzy somiglia molto a quella generata dal presidente Barack Obama».
Per di più, come già  altri candidati in passato, Whitman è inciampata nella colf che è stata al suo servizio per nove anni. Non solo si è scoperto che era clandestina (e, come tutti i repubblicani, anche Whitman tuona contro gli immigrati indocumentados), ma appena la sua clandestinità  è venuta alla luce, invece di trovarle un avvocato per metterla in regola, Whitman l’ha licenziata di colpo, cosa che ha fatto infuriare tutti i latinos. Come mi dirà  il direttore di un giornale, Whitman è «risultata meschina e cattiva». Se aggiungi il fatto che adesso chiede il voto dei californiani, ma lei per 28 anni non è mai andata a votare (anche Fiorina non ha votato quasi mai), capisci che la sua candidatura è una costruzione astratta. Non c’è nessuno per la strada che sfili per lei, non vedi manifestanti, solo spot tv.
Ma il voto resta «etnico»
Forse per Fiorina non tutte le speranze sono perdute, dice Hoffenblum, ma tutto dipende dall’affluenza. L’incognita sono i latinos, che in questo stato costituiscono il 37 % della popolazione, ma votano molto meno dei bianchi. «Se l’affluenza sarà  alta, il voto latino costituirà  il 18-20% del voto totale. E quindi i democratici saranno avvantaggiati. Se invece l’affluenza sarà  bassa, i latinos conteranno solo per il 12 % e allora i repubblicani avranno più speranze di vincere, perché la perdita di 8 punti presso questo gruppo etnico significa la perdita di solo un punto nel voto generale, una percentuale facilmente compensabile. Tutto dipenderà  perciò dall’astensione, in particolare tra le minoranze. Perché negli Stati uniti, alla fin fine, quel che conta è l’etnicità : gli italo-americani voteranno per un italo-americano, gli ebrei per una candidata ebrea (come è Barbara Boxer), i latinos per una ispanica come Loretta Sanchez, deputata democratica uscente nell’Orange County, che vincerà  contro il vietnamita Van Tran perché nell’Orange county ormai i latinos sono il 50% mentre gli asiatici sono il 15%».
L’Orange county era considerata il laboratorio della politica Usa perché proprio qui l’elettorato proletarario bianco e suburbano nel 1978 abbandonò i democratici e passò armi e bagagli ai repubblicani: erano i cosiddetti «Reagan democratics», che però ora sono stati spinti ancora più lontano da Los Angeles a causa dei prezzi immobiliari e sono stati sostituiti dai latinos, in un terremoto demografico che esemplifica le trasformazioni sociali in corso in California.
Anche alla federazione sindacale Afl-Cio di Los Angeles tutta l’attenzione è rivolta verso i latinos. Parlo con Glen Arnodo, che mi era stato suggerito da Mike Davis. Arnodo è di origine italiana: mi fa vedere la foto del passaporto di suo nonno emigrato dal Piemonte nel 1910 – era tagliatore di pietre ma sul documento c’è scritto «bracciante»; poi la foto color seppia del nonno con altri minatori in mezzo alla neve del Colorado. Glen è un bell’uomo alto, aria da cantante country, capelli grigi lunghi, barba e baffi grigi alla moschettiera, sorriso aperto. La segretaria esecutiva e tesoriera, Maria Elena Durazo, mi fa vedere tutti i volantini e manifesti della loro campagna elettorale. Per le donne, gli slogan ricordano che Fiorina e Whitman sono contro l’aborto.
«Obama? ha bisogno una spinta»
Per convincere gli ispanici a votare invece l’Afl-Cio punta tutto sull’Arizona: Carly Fiorina vuole esplicitamente introdurre anche in California la legge Sb1070 approvata questa primavera in Arizona, che criminalizza i clandestini e prende di mira chiunque sia un po’ olivastro. Dopo un inizio di campagna perentorio sullo stesso registro, Whitman si è fatta più prudente: «Devo riconoscere a Fiorina che lei non ha fatto una piega, ha mantenuto le sue posizioni sull’aborto, sull’immigrazione, sull’ambiente, anche se sa che questo può costarle voti», dice Glen. Ma lo slogan proposto dal sindacato parla chiaro: «Brown SI’, Arizona NO». Il più curioso è un santino elettorale che mostra un Jerry Brown di 40 anni fa e pieno di capelli in compagnia del grande sindacalista Cesar Chavez (vedi foto accanto).
Chiedo a Glen se è deluso da Obama. «Io mi incazzo con quelli che sono scontenti del presidente. Perché, voi dove eravate? gli chiedo. Nessun presidente può fare nulla se non c’è una spinta dal basso, se non c’è un movimento. Senza gli scioperi di massa, negli anni ’30 non ci sarebbe stato il New Deal. E qui da noi il movimento non c’è, non si muove niente: come fai a pretendere che Obama riesca a introdurre un servizio sanitario nazionale se non si sente una pressione dalla piazza? Anche noi del sindacato siamo in situazione di debolezza, pur se abbiamo un peso politico sproporzionato rispetto alla nostra esiguità ».
Mi racconta come è entrato nel sindacato alla fine degli anni ’70: «Io sono felice perché sono pagato per fare qualcosa che desideravo fare e che dà  senso alla mia vita. Certo, mai avrei immaginato che trent’anni dopo mi sarei trovato in un sindacato molto più piccolo e più debole. Oggi negli Usa è sindacalizzato solo il 7% dei dipendenti del privato: negli anni ’50 era il 30 %. Sono stato in Italia qualche anno fa con una delegazione: mi pare che voi siate sulla stessa strada, anche se il declino è cominciato più tardi e partite da più in alto».
(1 – continua)

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CASA BIANCA: GRAZIE RE ABDULLAH

Il presidente Barack Obama ha espresso al re saudita Abdullah «il suo forte apprezzamento per il ruolo giocato dall’antiterrorismo saudita» nell’evitare l’attacco con i pacchi bomba e «per le forti relazioni fra Stati Uniti, Regno Unito e Arabia Saudita». Lo comunica la Casa Bianca illustrando il contenuto nella telefonata fra Obama e il Re Abdullah, durante la quale il presidente americano ha messo anche l’accento «sull’importanza di dare il pieno appoggio al primo ministro libanese Hariri e allo Tribunale speciale per il Libano».


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