Storie di mafia. Marche l’isola felice

È dagli anni ’90 che la malavita organizzata dal sud Italia prova a infiltrarsi nella regione. Dall’arrivo dei cutoliani ai più discreti colletti bianchi della mafia, dal tentativo di intrufolarsi negli appalti pubblici agli scontri con i calabresi. Ma per la procura di Ancona oggi il territorio tutto sommato rimane sano

Sergio Sinigaglia - il manifesto Sergio Segio • 16/10/2010 • Criminalità, controllo & sicurezza • 2090 Viste

ANCONA. Isola felice. Quando si parla della presenza della criminalità  organizzata nelle Marche, tende a predominare questo luogo comune. Ma è veramente così? Oppure anche in questa regione i tentacoli della varie mafie si stanno allungando nei territori? Per rispondere all’inquietante interrogativo abbiamo interpellato chi, all’interno della Procura di Ancona, si è occupato in un non lontano passato di inchieste di questo tipo, il sostituto procuratore Paolo Gubinelli, e chi invece se ne sta interessando anche nel presente, il collega Vincenzo Luzi, già  procuratore distrettuale antimafia. Prima di fare il punto sull’attualità  è essenziale capire quando sono iniziati i tentativi di mettere le radici da parte dei soggetti criminali nella regione. «È negli anni Novanta – racconta Gubinelli – che si sono percepiti i primi veri piani di infiltrazione da parte di persone provenienti da altri territori. Fino a quel momento la delinquenza locale era sempre stata ad un livello artigianale, con un livello di violenza mai eccessivo. Cioè non si era mai presa in considerazione l’eventualità  di ammazzare un’altra persona per il controllo dei locali o per motivazioni che non fossero omicidi passionali».
Le inchieste giudiziarie hanno appurato tre progetti organici di stampo mafioso. Il primo ebbe come protagonista Giuseppe Cirillo. «Si trattava – prosegue Paolo Gubinelli – di un gruppo di stampo inizialmente camorristico. Lui era originario del salernitano. Da quello che risulta sembrerebbe essere stato mandato da Cutolo nella zona del casentino, in quel momento priva di consistenti insediamenti ‘ndranghetisti e da lì era stato inviato al soggiorno obbligato nelle Marche. Dopo questo periodo torna nel sud e nel momento in cui ha un conflitto con un’altra cosca locale, sempre di ‘ndrangheta, e perde la guerra decide di tornare nelle Marche». Cirillo prende contatti con malavitosi locali, già  conosciuti nel periodo del soggiorno obbligato. Si punta ad un salto di qualità  con il traffico di stupefacenti, ma soprattutto esercitando il controllo sui tanti locali della costa, per Gubinelli «il vero grande business nelle Marche». Oltre a queste dinamiche si assiste al tentativo di avviare un’attività  imprenditoriale. «Si tratta di quel meccanismo studiato da Pino Arlacchi che va sotto il nome di “mafia imprenditrice”. Cioè attuare attività  delinquenziali per accumulare risorse da investire nell’economia ufficiale, in sostanza nell’edilizia, noleggio di macchine, distribuzione di ortofrutta». Inoltre iniziarono anche azioni di taglieggiamento delle attività  commerciali. Un movimento criminoso che provoca scontri con gruppi locali da dove risultano vincenti gli “stranieri” in grado di proporre una struttura militare molto più efficace, ma anche con bande provenienti dalla Calabria che cercano di attentare alla vita di Cirillo e del suo clan che hanno messo le radici a Serra dei Conti, vicino a Jesi. Da qui l’attività  criminosa si spingerà  nel maceratese, successivamente nel sud della regione, per poi toccare zone del pesarese. Siamo alla metà  degli anni Novanta.
In questo scenario l’elemento preoccupante è il tentativo locale di imitazione. È da tenere presente che qui non ci sono i presupposti culturali per il radicamento di fenomeni di questo tipo. Nonostante questo però, per fare un esempio, noi avevamo una intercettazione dove un professionista, messo sull’avviso che questo poteva essere un mafioso, sostanzialmente diceva «non mi interessa nulla, l’importante è fare soldi». Il sogno di Cirillo si infrange grazie alla tempestiva azione delle forze di polizia che stroncano la possibile crescita della cosca.
Il secondo tentativo è di stampo camorristico, e si sviluppa grazie ai consolidati rapporti tra malavitosi locali e campani. Anche in questo caso si voleva lucrare sul racket dei locali e il traffico di droga, ma con un elemento di novità  che Gubinelli sottolinea: «Ci troviamo di fronte al coinvolgimento dei cosiddetti “colletti bianchi”. In particolar modo la dinamica è presente all’interno dell’Istituto Vendite Giudiziarie del Tribunale di Ancona, presso la Corte d’Appello. La cosa era potenzialmente pericolosa perché si tratta di un “veicolo” attraverso il quale può passare facilmente il riciclaggio e quindi l’acquisizione di beni immobili o comunque la possibilità  di far transitare un flusso di contanti verso questi meccanismi».
Represso efficacemente anche questo secondo tentativo, arriviamo al terzo progetto criminoso in largo stile che ha come protagonista, questa volta, il circuito malavitoso locale che ha fatto apprendistato. Il tutto gira intorno a Gianfranco Schiavi, detto “il mastino”, originario di Loreto, allora cinquantenne, che insieme al figlio e ad altri pregiudicati cerca di imporre la legge del più forte. E lo fa arrivando ad uno dei fatti di sangue più efferati nella storia del crimine nella regione. Il 6 marzo del 1996 a Sambucheto, frazione in provincia di Macerata, vengono barbaramente uccisi da Marco Schiavi e Salvatore Giovinazzo, Nazzareno Carducci, “concorrente” del “mastino”, sua moglie Giovanna Ascione, incinta di otto mesi, e il padre di lei Giovanni. Tutti verranno condannati all’ergastolo, Gianfranco Schiavi come mandante, gli altri due come esecutori. E qui finisce la “mafia story” di questi venti anni marchigiani. Ma ora le cose come stanno? Soprattutto sorge spontanea una domanda: una regione che ha avuto i lavori di ricostruzione dopo il terremoto del 1997, che è in testa alla non invidiabile classifica nazionale relativa al consumo di suolo, che è alle prese con delle grandi opere infrastrutturali come la Quadrilatero, possibile che il tutto non faccia gola alla grande criminalità ?
«Abbiamo assistito – risponde Vincenzo Luzi – a tentativi di soggetti criminali di gestire determinati lavori. Penso per esempio ad una serie di appalti per il rifacimento di alcune strade dell’Anas che si è aggiudicata una ditta campana di un certo Raffaele Campanile di Afragola. In questo caso c’è stata una gestione fatta di violente forme di corruzione, estorsione di denaro, con il solito meccanismo che voleva costringere a chiudere un occhio sulla consistenza del manto stradale. Una inchiesta interessante perché abbiamo avuto un ingegnere pentito che lavorava con questa impresa, il quale ci ha illustrato gli aspetti tecnici con cui la ditta truffava e ci ha parlato delle cospicue somme di denaro che venivano date ai funzionari dell’Anas. Invece per quanto riguarda la gestione dei fondi del terremoto, noi eravamo molto allerta perché numerose imprese provenivano dal sud, ma c’è stata una gestione estremamente corretta anche grazie ai meccanismi normativi con i quali sono stati gestite le risorse disponibili. Quindi non ci sono stati meccanismi perversi che in effetti temevamo perché erano completamente assenti le imprese locali non in grado di fare fronte alla mole di lavoro imponente». E per la Quadrilatero è tutto ok? «Non abbiamo sentore di rischi di infiltrazioni. C’è invece la sensazione di inefficienza burocratica amministrativa. Per cui c’è ritardo nell’assegnazione di lavori per queste opere. Da quello che possiamo comprendere c’è una scarsa professionalità  a livello di gestione. Che poi il deficit derivi da attività  criminose sottostanti o inefficienza delle strutture sono cose che non possiamo affermare». Insomma per Luzi «la nostra regione è abbastanza impermeabile a certe infiltrazioni della criminalità  organizzata. Ci sono stati contatti con le cosche calabresi per quanto riguarda il traffico di stupefacenti, in particolare la cosca degli Alvaro. Con il supporto di una locale banda di nomadi si voleva introdurre un grosso quantitativo di droga. Però il quadro è abbastanza tranquillizzante. Spesso il nostro territorio è attraversato da fenomeni criminosi, penso al traffico dei clandestini o a inchieste passate sul contrabbando, dove però i cervelli del traffico sono all’estero». Paolo Gubinelli conclude evidenziando come «la diffusione di certe realtà  mafiose non è casuale, ma una cosa che viene normalmente programmata e progettata da determinati soggetti aventi dei punti di riferimenti locali che sanno di poter avere delle modalità  per investire e di aggregare certi soggetti. Come abbiamo visto negli anni Novanta c’erano delle dinamiche regionali che consentivano lo sviluppo di certe attività  criminose. In questo momento non mi sembra che ci sia questo tipo di progettualità  nelle Marche. Poi certo ci possono essere singoli soggetti che magari hanno delle forme di accumulazione oscure che pensano di investire qua. Ma in una situazione di economia abbastanza ferma è difficile che possano avere spazio queste dinamiche».
Dunque per la Procura di Ancona possiamo dormire, più o meno, sonni tranquilli. Le Marche continuano ad essere “l’isola felice”. Fino a quando?

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One Response to Storie di mafia. Marche l’isola felice

  1. Cristina Ciccarelli ha detto:

    Lo slogan è un falso e lo sapevano tutti, la regione non aveva neanche un vero dipartimento investigativo antimafia ma un mero distretto e credo che le ‘forze’ politiche del passato – centrodestra – abbiano favorito questa terra di mezzo per fomentare i malaffari, risultano scomparsi da questa regione circa 300/400 minori negli ultimi 40 anni cosa c’è di normale in questo dato?
    Le persone scompaiono perché c’è criminalità organizzata da minimo 40 anni e la massoneria marchigianaeè collusa, storia di mafia.

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