Yuan, Pechino contro le speculazioni al rialzo

SAN FRANCISCO – La Cina corre ai ripari contro i rischi di surriscaldamento, imponendo una stretta creditizia. La Thailandia è costretta addirittura a tassare i capitali stranieri per bloccare la speculazione al rialzo sulla sua moneta. E in America comincia il conto alla rovescia per la prossima iniezione di liquidità : l’operazione con cui la Federal Reserve tenterà  di rianimare la crescita economica, e al tempo stesso di indebolire il dollaro. Nella «guerra delle monete» ieri i mercati avevano gli occhi puntati sulla pubblicazione delle cosiddette «minute» della Fed.
Cioè le trascrizioni dell’ultimo dibattito interno avvenuto ai vertici della banca centrale americana, nella riunione del 21 settembre. Il documento ha rivelato che in seno alla Fed esistono divergenze. Una parte dei governatori non sono affatto certi che sia saggio riprendere a stampar moneta e vorrebbero guadagnare tempo. Ma la maggioranza è del parere opposto: «E’ giusto agire subito». Wall Street non ha avuto dubbi. Ha interpretato quel testo come un via libera al nuovo giro di acquisti di titoli di Stato: uno strumento già  ampiamente usato nel periodo più grave della recessione, quando la Fed acquistò 1.700 miliardi di titoli sul mercato, fra buoni del Tesoro e obbligazioni di Fannie Mae e Freddie Mac legate ai mutui. Quel tipo di intervento, in gergo «quantitative easing», serve ad abbassare i tassi a lungo termine e quindi il costo del credito, nella speranza che questo rilanci gli investimenti. E’ anche un modo per creare moneta, perché la Fed finanzia gli acquisti stampando dollari. Perciò un effetto collaterale è la svalutazione competitiva, anch’essa desiderata (senza proclamarlo ad alta voce) dalle autorità  americane, perché aiuta la loro esportazioni. La prossima riunione della Fed è fissata per il 2 novembre: lo stesso giorno delle elezioni legislative Usa. Proprio quel giorno la banca centrale potrebbe passare all’azione. Il dollaro quindi si è di nuovo indebolito, l’euro è tornano a sfiorare quota 1,40 e lo yen giapponese è salito a 81,74. Nella guerra delle valute sono ancora più vulnerabili i piccoli paesi emergenti, su cui si rovesciano capitali speculativi che sospingono le loro monete al rialzo e ne penalizzano l’export. L’ultimo caso di un’economia emergente costretta a misure estreme è la Thailandia, che ha imposto una tassa sugli investimenti finanziari in ingresso. Ironia della storia: nel 1997 proprio da Bangkok partì la grande crisi asiatica ma con un fenomeno di segno inverso, allora i capitali esteri fuggirono da quel paese (e poi dagli altri dragoni del sudest asiatico) facendone crollare la moneta. Adesso questi paesi rischiano di essere la nuova bolla speculativa internazionale. E di questi timori si è avuto un riflesso nell’economia più grossa dell’Asia. La banca centrale di Pechino ha ordinato un aumento delle riserve obbligatorie per i sei maggiori istituti di credito, un intervento volto a ridurre l’eccesso di liquidità .
All’opposto di quel che avviene in America, l’economia cinese corre anche troppo. L’inflazione ha rialzato la testa, in agosto l’indice dei prezzi al consumo nella Repubblica Popolare è risalito al 3,5% che è il massimo da 22 mesi. Ad alimentare questa crescita contribuisce anche un’eccessiva espansione del credito. La banca centrale ha già  aumentato quattro volte la riserva obbligatoria dall’inizio dell’anno, senza riuscire finora a sconfiggere i rischi di surriscaldamento. Con la mossa di ieri la banca centrale punta a ritirare 200 miliardi di renminbi dal mercato. Ma non fa concessioni per ora sul fronte della rivalutazione: anzi ieri il renminbi si è leggermente indebolito sul dollaro, e Pechino ha ribadito che si opporrà  a un rialzo vigoroso e rapido.


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